venerdì 13 maggio - Enrico Campofreda

Shireen, uccisa perché palestinese

Pensare che l’assassinio della giornalista di Al Jazeera Shireen Abu Akleh da parte dell’esercito di Israele possa venir denunciato come crimine, secondo quanto chiede l’Autorità Nazionale Palestinese, è una speranza che si schiude e appassisce appena viene pronunciata.

 E non perché il premier di Tel Aviv Bennett abbia già schermato i suoi militari, accusati da molti testimoni di aver fatto fuoco a freddo sulla troupe televisiva, sostenendo che si tratta di “accuse senza fondamento”. Ma perché da decenni la politica d’Israele è basata sulla certezza dell’impunità nell’uso della forza su tutti i Territori occupati della Cisgiordania, sulla Striscia di Gaza, finanche fra gli arabo-israeliani di casa. Insomma su ogni palestinese si presenti al cospetto della sua polizia e dell’Israel Defence Forces durante operazioni di ordine pubblico. Shireen volto notissimo, non solo perché appariva su un’emittente che segue la geopolitica di ogni angolo del mondo, era conosciuta dagli stessi militari israeliani, fossero pure giovani di leva, perché era spessissimo presente di persona nei momenti caldi, com’era ieri nel campo profughi di Jenin dove le truppe di Tsahal compivano un raid. Non sono bastati l’elmetto, il giubbotto antiproiettile su cui era evidenziato a caratteri cubitali la scritta “Presse” a salvarle la vita. E’ stata proditoriamente colpita al volto, per chiuderle la bocca per sempre, come in un delitto di mafia, come quei gesti criminali compiuti dai mafiosi della geopolitica. Assassinata perché era una palestinese, nota, ma pur sempre palestinese, dunque passibile di esecuzione sommaria, come tanti conterranei diventati da settantaquattro anni senza terra. In più era una comunicatrice, puntuale, rigorosa, appassionata - questo dichiara chi l’ha conosciuta e amata come collega, come autrice di reportage, in genere segnati da sangue e dolore - o anche chi l’ha incrociata quale semplice spettatore, magari distaccato e disincantato. Anche il più lontano dal sostegno alla causa palestinese, le riconosceva impegno e ardimento in un territorio quotidianamente lacerato se non apertamente martoriato. Shireen è diventata una martire in quel luogo, non lontano dalla nativa Bethlehem - sezionata, come peraltro tutta la West Bank - dal muro dell’apartheid. Lei lavorava non certo per morire, evidenziava quel che da decenni è sotto gli occhi del mondo della geopolitica e della stessa informazione, senza che la maggioranza dei suoi attori se ne preoccupi. Quel sistema del doppio livello, che discetta su aggressori e vittime secondo convenienze e preferenze. Stamane Abu Akleh ha ricevuto gli onori da quello Stato di Palestina, costretto a non essere tale dalle usurpazioni dalla geopolitica, da vessazioni e soprusi quotidiani che la sua gente subisce da truppe d’occupazione, lasciando da settantaquattro anni cadaveri su una terra santa, maculata di sangue.

Enrico Campofreda

 



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