venerdì 10 gennaio - Marco Barone

L’aggressione subita da Gamal Eid nell’Egitto che ha ucciso Giulio Regeni

Gamal Eid è un noto attivista e avvocato egiziano per i diritti umani, direttore esecutivo della Rete araba per le informazioni sui diritti umani (ANHRI), la più importante organizzazione che si occupa della difesa della libertà di opinione, credo ed espressione nel mondo arabo. 

A fine 2019, il 30 dicembre, il regime egiziano ha deciso di volergli dare gli auguri per il fine anno. A modo loro. Aggredendolo, a cielo aperto, sotto gli occhi di tutti. Una decina di persone lo hanno malmenato, paralizzato, lo hanno ricoperto con due vasi di vernice, oltre che puntargli le pistole contro. Si trattava di ufficiali del servizio di sicurezza egiziano, lo stesso servizio che ha ammazzato Giulio Regeni. E Gamal Eid è uno dei principali sostenitori in Egitto per la verità per Giulio. Dice che se è vivo è solo perché hanno voluto evitare un nuovo scandalo Regeni che in Egitto ha avuto un grandissimo impatto, più grande di quanto si possa immaginare. 

 
Dopo averlo aggredito, gli agenti e ufficiali della sicurezza nazionale, il cui servizio è determinante per la dittatura che si è instaurata con il colpo di stato nel luglio 2013, hanno lasciato gli oggetti sulla scena del crimine, confidando nell'impunità. D'altronde, perché mai il regime dovrebbe punire se stesso? E qui c'è il tutto, un tutto che spiega il perché della zero collaborazione sull'omicidio di stato di Giulio Regeni. Ha ottenuto una solidarietà da tutto il modo, Gamal Eid, anche a diversi giorni di distanza, come sottolinea nei social. Questo è l'Egitto con cui l'Italia fa affari e continua a mantenere rapporti diplomatici, questo è l'Egitto dove i turisti si vanno a fare le vacanze, questo è l'Egitto che ha ammazzato il nostro Giulio.

mb



1 réactions


  • Marco Barone Marco Barone (---.---.---.0) 11 gennaio 18:58

    come prima cosa, lei chi è? Visto che non si firma? Come seconda cosa, no, Giulio non era quello che lei ed altri come lei probabilmente pensano. Non era una spia, non lavorava per il governo inglese o per i fratelli mussulmani per destabilizzare l’Egitto e ribaltare Al Sisi. E comunque anche se fosse stato quello che lei pensa, una spia, cosa che non era, significa che le "spie" devono essere torturate, uccise?Ah, già, la risposta è ovvia. Se la va a cercare. Forse, come è stato spiegato mille volte dalla famiglia di Giulio, lei o tanti come lei, fanno parte di quella platea che ignorano cosa sia un dottorato, cosa sia un ricercatore universitario. Il fatto di conoscere più lingue, di essere acculturato, in un Paese profondamente ignorante come il nostro, invece di essere un plus, un valore aggiunto, viene visto come un qualcosa di sospettoso. Meno film, e più decenza di evitare di sparare minchiate. E chiudiamola qui una volta per tutte con questa storia. C’è necessità di riconoscere la verità per Giulio. Per lui, per la sua famiglia, per il mondo che vuole dire basta ad un sistema infame, corrotto, mafioso, e tirannico.


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