martedì 4 febbraio - Aldo Giannuli, Osservatorio Globalizzazione

Complotti e paure nella società dell’ansia

Il 30 gennaio Repubblica ha pubblicato un sondaggio Eurispes secondo il quale gli italiani che non credono all’esistenza storica della Shoah, dal 2004 ad oggi, sono passati dal 2,7%al 15,6% e il dato è confermato dalle tendenze web.

L’epidemia di coronavirus in Cina ha scatenato un’ondata di “complottismo web” e parecchi (inutile fare nomi che farebbero solo pubblicità ai citati) sostengono che sarebbe un episodio di guerra batteriologica scatenato (ovviamente) dagli Usa. I più cauti sostengono che sarebbe l’effetto di una manipolazione di laboratorio sfuggita di mano (ma qui l’accusa colpisce i cinesi)

Cosa c’è di fondato in entrambe? Perché questo successo dei negazionisti dopo 15 anni di giornate della memoria e di over dose informativa sullo sterminio ebraico? Perché si diffondono queste notizie e che ruolo possono avere i servizi segreti nella diffusione di entrambe?

Del negazionismo non vale la pena di dimostrare per l’ennesima volta l’assoluta infondatezza storica delle tesi negazioniste, più complesso è rispondere alla fondatezza delle tesi complottiste in materia di nuova Sars. In teoria è possibilissimo che una manipolazione di laboratorio possa essere sfuggita di mano ed aver prodotto un’epidemia, lo si disse anche dell’Aids, constatando le molte atipicità di quel virus; però, allo stato dei fatti non esistono prove che lo confermino e forse non ci saranno mai, neanche nel caso questa ipotesi sia vera.

Però la tesi convince poco anche in via teorica: Aids e corona virus (che ha avuto ben tre diverse versioni a cominciare dalla Sars) non sembrano avere punti di contatto, per cui (ammesso che le diverse edizioni di coronavirus abbiano la stessa base di partenza poi modificata nel tempo e con periodiche manifestazioni) dovremmo pensare che questo sia vero solo in un caso o pensare a due diversi incidenti così simili, il che persuade poco.

Meno ancora convince l’ipotesi dell’attacco batteriologico intenzionale. In primo luogo perché questa potrebbe essere l’azione di un gruppo terroristico particolarmente fanatico, ma difficilmente di uno Stato per il pericolo che l’epidemia gli torni addosso come un boomerang.

Una quindicina di anni fa si parlò di questa come della “atomica dei poveri” ma, alla fine non è mai emerso niente ed anche le mitiche “armi di distruzione di massa” di Saddam Hussein sono rimaste favole.

Si è anche ipotizzato che chi elabora il virus contemporaneamente appronti vaccino e terapia per i suoi cittadini, ma, ammesso che sia possibile, sarebbe molto complicato tenere nascosta la cosa. E poi, come spiegare di avere a disposizione vaccino e terapia dopo pochi giorni dall’inizio dell’infezione? Tutto è possibile, ma non tutto è probabile e ci sono cose molto improbabili.

Ma, allora, perché queste teorie un po’ strampalate trovano credito? Personalmente credo che questo sia il prodotto di due fenomeni interagenti: la gente crede a quello che vuol credere e, in secondo luogo, noi viviamo in una società ansiogena.

Entriamo nel merito: è una ingenuità illuministica supporre che la gente si formi i convincimenti sulla base di informazioni, magari false, ma comunque vagliate razionalmente, per cui il contrasto giusto sia quello di diffondere le notizie vere.
Diversamente non si spiega perché, dopo 15 anni di bombardamento mediatico, non solo i seguaci del negazionismo non siano spariti ma addirittura si siano sestuplicati.

Allora, la domanda corretta da porci è: perché c’è gente che vuole credere che la Shoah non sia mai esistita e perché è aumentata oggi ed era così bassa 15 anni fa? Cosa è successo nel frattempo?

Le cause sono più di una. In primo luogo occorre considerare che un fondo di antisemitismo latente c’è sempre stato, ma tendenzialmente in sonno. A risvegliarlo sono state due cose: la crisi e l’eccessiva enfasi sulla questione. Quando c’è una crisi è inevitabile che parta la caccia al “colpevole”, magari senza porsi il problema dei difetti strutturali che la hanno, se non proprio causata, facilitata ed amplificata.

Ovviamente e giustamente il dito accusatore si è indirizzato verso la finanza e sin qui va bene, solo che questo ha anche avuto la conseguenza sgradevole di ridestare il clichet del perfido banchiere giudeo, che succhia il sangue degli altri (Soros non è ebreo?), come se tutti gli ebrei fossero finanzieri e tutti i finanzieri fossero ebrei.
Ma se provi a dire a qualcuno che ci sono anche molti banchieri arianissimi, ti senti rispondere che, si, ce ne sono, ma gli ebrei sono più banchieri degli altri.

A questo si è aggiunto il pressing mediatico sulla questione, che ha avuto evidenti effetti controproducenti, un po’ per una sorta di reazione all’over dose mediatica sul tema; talvolta accade che una pubblicità troppo insistente sortisca l’effetto contrario, deprimendo le vendite del prodotto reclamizzato piuttosto che promuoverle.
Ma un po’ questo è accaduto perché diverse persone hanno percepito (e in fondo non è tutto sbagliato) come strumentale agli interessi del governo Israeliano questa campagna e l’hanno messa in relazione al trattamento riservato ai palestinesi. C’è persino chi si è spinto a parlare di “genocidio palestinese” o di nazismo degli israeliani, il che è decisamente fuori del Mondo.

Ciò non toglie che l’uso che il governo di Tel Aviv ha fatto della questione (pensiamo all’infelicissimo pressing per ottenere leggi penali contro il negazionismo, trascinando in tribunale quel che deve restare nell’ambito del confronto culturale) è stato semplicemente dissennato ed ha finito per nuocere alla stessa memoria del genocidio ebraico.

Certamente l’orrore dei campi di concentramento nazisti va ricordato, ma gioverebbe una maggiore sobrietà a cominciare dall’abbandono di quella solenne sciocchezza storiografica dell’unicum, come se non ci fossero stati altri genocidi, da quello armeno (negato da Netanyahu) a quello rwandese a quello perpetrato da Leopoldo del Belgio in Congo, per non dire dei nativi d’America.

L’altro elemento che citavamo, il carattere ansiogeno della nostra società che spinge a posizioni estremiste, c’entra solo marginalmente con la questione della Shoah, ma spiega meglio le reazioni all’epidemia da coronavirus ed alle reazioni che sta avendo, fra cui quelle complottiste (di fronte ad ogni catastrofe l’uomo è sempre portato a cercare un colpevole, possibilmente con un nome e cognome).

Ragioniamo sui numeri, sino a questo punto, l’epidemia sembra aver colpito circa 10.000 persone in massima parte concentrare in una provincia cinese, cioè lo 0,0077% per mille della popolazione cinese. Dalle tendenze in atto si ricava che il numero di infetti raddoppi ogni settimana e che ogni contagiato infetti altre due persone, per cui, se la tendenza dovesse continuare per ben 10 settimane (ma le previsioni sanitarie parlano di un picco nel giro di una decina di giorni) i contagiati sarebbero circa 5 milioni di persone, cioè circa lo 0,3% della popolazione cinese, meno della normale influenza annuale.

Ma, si obietterà, questa epidemia è ben più letale di una comune influenza. Si ma il tasso dei decessi parla di un 3% degli ammalati, ogni anno muoiono ben più bambini per morbillo.

“Ma questo virus sembra più aggressivo della Sars (che però era più letale)”, verissimo, ma anche quello della Sars era un virus a bassissimo tasso di contagio che non si estese affatto fuori dalla Cina. Nel frattempo, i cinesi hanno imparato la lezione e sono molto più in grado di fronteggiare la situazione: quanti paesi sono in grado di inviare in due giorni 1500 medici in una città o di costruire un ospedale in pochi giorni?

E la ricerca si sta dimostrando al livello dei paesi più avanzati. In tutto il mondo ci sono controlli sanitari nei posti di arrivo (aeroporti, porti e stazioni ferroviarie).
L’infezione, almeno al momento in cui scriviamo, appare circoscritta e, i casi fuori della Cina, per ora (1 febbraio) sono meno di 100 in tutto il Mondo. Insomma non pare che siamo di fronte alla peste manzoniana.

E quali sono le reazioni della comunità internazionale? Quasi tutte le compagnie aeree europee hanno cancellato i voli dalla e per la Cina (non accadde nemmeno ai tempi della Sars), si bloccano anche le importazioni da quel paese, l’Oms parla di rischio globale.
In Italia abbiamo superato di slancio tutti in questa gara del ridicolo con il Presidente del Consiglio che tiene una conferenza stampa notturna per annunciare lo stato di emergenza ed il ministro della Sanità Speranza (che questa volta delude) dice che durerà sei mesi e tratteremo questa epidemia come il colera del 1973, quando i casi in Italia, fra Napoli, Bari e Palermo furono oltre 300 con 36 morti mentre, nello stesso giorno dell’annuncio dello stato di emergenza, in Italia c’erano 2 casi certi ed 1 sospetto. Se dovessimo arrivare a 15 casi sarà indetto il coprifuoco!

Ovviamente è giusto prendere delle misure di prevenzione, ma si può parlare di “rischio globale”? E’ evidente la sproporzione fra il rischio effettivo e l’entità delle misure prese che vanno decisamente al di là di quelle prese per le precedenti epidemie in epoca recente.

Di fatto, sono le stesse istituzioni a coltivare la psicosi da contagio generando allarme sociale. Risultato: nelle città a ventimila kilometri i ristoranti ed i bar cinesi sono vuoti, come se il coronavirus i cinesi ce lo avessero nel Dna, la gente sta di più in casa e si osserva una caduta di consumi come quelli in ristorante, a cinema o sul turismo, si manifestano casi di discriminazione nei confronti dei cinesi, anche in scuole con presidi particolarmente cretini.

E questo avrà dei costi per la nostra economia, perché sono misure che hanno un effetto depressivo. Ci vedremo fra qualche mese per fare i conti.

Questo è il frutto del carattere ansiogeno delle nostre società. Già dai primi anni novanta, la vita sociale ha subito un’impennata: tutto si è fatto più frenetico (si calcola che parliamo ad una velocità del 13% superiore a quella degli anni ottanta), le persone sono bombardate da un numero crescente di adempimenti burocratici, fiscali, contrattuali, orari e ritmi di lavoro sono cresciuti.

A tutto questo si sono aggiunti il terrorismo jhiadista, che ha creato un vasto allarme soprattutto nelle città (ricordiamo gli attentati di New York, Londra, Madrid, Copenhagen, Parigi, Nizza, Berlino, Pietroburgo, Istanbul, Tunisi….) e in contemporanea la crisi finanziaria con lo strascico di chiusura di imprese, licenziamenti ecc. che hanno reso insicuri tutti sia sui propri risparmi che sul posto di lavoro.

E tutto è stato enfatizzato dai mass media con titoli sempre più gridati. È paradossale, ma l’ossessione securitaria ha prodotto un crescente senso di insicurezza generalizzato.

Dunque siamo tutti immersi in una sostanziale insicurezza esistenziale che ci porta ad attenderci costantemente il peggio. C’è fame di notizie (fossero anche fattoidi) ma notizie che confermino i nostri timori.

Allora fenomeni che non c’entrano con la guerra dei servizi? Nemmeno per sogno: è proprio facendo leva su questo stato di ansia diffusa che i servizi lavorano. Facciamo un esempio: se qualcuno ha intenzione di massimizzare il danno per la Cina, non ha che da lavorare di web con una alluvione di messaggi allarmistici. Ed anche le emergenze terroristiche possono esser guidate nello stesso modo: ad esempio, se c’è da far passare leggi eccezionali come il Patriot act cosa di meglio che soffiare nelle vele dell’ansia diffusa? E questo può tornare utile anche nell’alimentare il “pericolo nazista” magari con opportuni messaggi web che tengano alta la tensione sul tema del “negazionismo” gonfiandolo al di là del reale. Le guerre si fanno anche sfruttando i venti occasionali.



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