martedì 21 ottobre 2025 - Laura Tussi

Da Auschwitz a Mauthausen, dal Congo allo Yemen, a Gaza si susseguono i genocidi e ogni volta il mondo resta in silenzio

La trama dell’Olocausto, le vicende, gli eventi storici relativi allo sterminio totale, sono polimorfi e plurimi, collegati e incastonati come tessere e tasselli di un mosaico nella grande realtà della Storia.

di Laura Tussi su FARO DI ROMA

Quando si tratta di arcipelago concentrazionario, e della diffusione capillare dei campi di concentramento e di sterminio in Italia e Europa, si intende ovviamente il razzismo antisemita perpetrato dal regime nazifascista, ma anche la discriminazione criminale e il razzismo contro tutte le tipologie di ‘diversi’ e le categorie divergenti rispetto all’omologazione e allo schematismo e indottrinamento nazifascista e i popoli e etnie e minoranze come ad esempio Rom e Sinti. In proposito ricordiamo Mauthausen il Lager emblema che fu il luogo di deportazione di tutti i dissidenti politici di ogni nazionalità e dei partigiani italiani antifascisti che si opponevano al regime nazifascista.

L’orrore e la violenza e la tragicità di quegli eventi si ripresentano in quel Lager a cielo aperto che oggi è Gaza. Orrori di matrice sionista in Palestina e Libano e Cisgiordania. Ma non dimentichiamo la crudeltà di molti altri genocidi del 1900 come in Congo con 25 milioni di morti, in Rwanda e recentemente il genocidio del popolo dello Yemen. Per mano di vari poteri forti e multinazionali sempre guidati e armati dalla Fortezza Europa e dagli Stati Uniti che adesso pretendono il riarmo globale più efferato a oltranza.

Dove la crudeltà dell’orrore insito nelle menti del genere umano si ripresenta sempre uguale a se stessa. Ad ogni longitudine e latitudine del pianeta. E ad ogni epoca storica.
Il passato con il valore del ricordo si trasforma in memoria collettiva e condivisa da trasmettere e tramandare tra generazioni nell’auspicio di un futuro all’insegna del dialogo di pace intergenerazionale e interculturale.
Un dialogo di pace che vada oltre i muri dell’odio e i confini imposti dalla violenza e le bandiere sventolate dai poteri forti di ogni simbolo.

Dal dialogo del tempo il passato diviene presente; un presente, appunto, con un cuore antico. Il testo “Il presente ha un cuore antico” (libro di Alessandra Chiappano, pubblicato da Edizioni del Grifo nel 2003) richiama l’opera di Carlo Levi (Il futuro ha un cuore antico del 1956) e raccoglie, a proposito, in una prospettiva musiva, ad incastro, e poliedrica, gli atti di un seminario di studio ed approfondimento dedicato all’Olocausto e alla trasmissione dei valori storici da esso scaturiti, promosso dall’Istituto per la Resistenza di Ravenna, in collaborazione con l’Istituto Nazionale di Milano.

Nel testo “Il presente ha un cuore antico”, le modalità didattiche dell’insegnamento dell’arcipelago di genocidi e stermini e lo studio degli eventi storici sono intrecciati ed interconnessi, in quanto l’indagine approfondita della critica analitica dell’antisemitismo razzista, fomentato dal nazismo e dal fascismo, non deve essere scollegata dall’esigenza di trasmissione e di insegnamento di una ben delineata e dettagliata memoria storica, priva di faziose revisioni degli eventi accaduti nel cuore d’Europa durante il Novecento.

Il libro è accompagnato dalle parole dell’allora presidente della Repubblica Oscar Luigi Scalfaro che ribadiscono “Chi non ha radici, non esiste”, confermando l’esigenza essenziale e la sentita necessità di approfondire la conoscenza del “cuore antico” del nostro presente, dell’attualità scottante, della politica contemporanea con le sue contraddizioni, i dissidi, le problematiche, le discrepanze, le discrasie irrisolte e i conflitti che riportano, appunto, ad un passato che si ripercuote sul presente dal cuore antico, rimandando ad una trama di eventi storici alquanto complicata e complessa. Che è in atto sotto i nostri occhi quotidianamente. Giorno dopo giorno.

I vari studi, alla luce della necessità di trasmettere e tramandare tra le generazioni una memoria storica ben strutturata entro parametri di veridicità ben definiti e collettivamente riconosciuti e condivisi, determinano la ricostruzione analitica di diverse fasi e stadi di sviluppo, diffusione, teorizzazione ed applicazione del modello razzista non solo antisemita e delle leggi razziali emanate a Norimberga.

La conclusione del volume presenta delle testimonianze inedite sulla Shoah, inerenti ad avvenimenti svoltisi sul territorio italiano: dalla prima strage di Ebrei e dissidenti politici e partigiani antifascisti consumatasi a Meina, sul Lago Maggiore, alle vicende accadute nelle zone di confine tra Italia e Svizzera.

Infine compare un arricchimento fornito da un apporto di una fonte informatica in cui sono presentate le tracce ed i percorsi a carattere pedagogico e didattico inerenti l’evoluzione e l’espansione dell’aggressività e della volontà di annientamento razzista di popoli e etnie e minoranze, utili e indispensabili per l’insegnamento, direttamente nel quotidiano studio scolastico e nel lavoro educativo con le giovani generazioni. Che devono prendere coscienza di quanto avviene sotto i nostri occhi.

Per fermare il silenzio su Gaza e sulle crudeltà delle guerre. Gli scioperi e le manifestazioni recenti contro il genocidio sionista a Gaza e contro il riarmo e contro l’escalation nucleare riconducono al fatto che molti giovani stanno prendendo e acquisendo una salda e concreta coscienza. Una coscienza collettiva di pace e disarmo e nonviolenza. Che finalmente scriva la parola Pace nella Storia presente e futura.

Laura Tussi

Nella foto: la Fortezza di Mauthausen.
Floriana Maris, presidente della Fondazione Memoria della Deportazione, ha riportato le parole di suo padre Gianfranco Maris, che all’età di 23 anni vi era stato deportato per la sua attività di partigiano, prigioniero politico, oppositore non rieducabile, destinato al lavoro fino al suo esaurimento fisico, con l’esplicita sua condanna all’eliminazione con il gas o con la puntura al cuore da parte del medico SS: “la prima riflessione che voglio fare è indicare quale è il tipo di memoria che i deportati politici di tutta Europa, non soltanto i deportati politici italiani, avrebbero voluto fosse patrimonio culturale anche 65 anni dopo.

Noi ex deportati abbiamo fatto un giuramento a metà maggio del ’45 sulla piazza dell’appello.

Nel giuramento ricordavamo perché eravamo stati portati qui.
Noi non eravamo stati portati qui perché eravamo stati disubbidienti, noi avevamo combattuto contro il nazismo e contro il fascismo, avevamo condotto una battaglia senza tregua, contro la guerra fascista e nazista, avevamo condannato le prospettive della guerra fascista e nazista che erano quelle di creare un ordine nuovo europeo fondato sulla prepotenza, sulla ricchezza, sul privilegio, fondato sulla supremazia di chi possedeva nei confronti di chi soltanto viveva lavorando.

Quindi noi abbiamo, innanzitutto, nel nostro giuramento, indicato quali erano state le ragioni della nostra deportazione e indicavamo quali erano le nostre speranze per il futuro.
Non era la speranza di una memoria del nostro singolo dolore o sofferenza, era la memoria delle finalità della nostra lotta, perché noi proiettavamo nel futuro quella lotta come una premessa sulla quale costruire un avvenire.

Non ci basta che qui si venga a piangere sulle sofferenze, questo è un lato della memoria individuale che appartiene ai sentimenti; noi vogliamo che si capisca che noi proiettavamo nel futuro la costruzione di una società democratica nella quale finalmente fosse realizzato quel che non era mai stato realizzato prima, cioè la partecipazione delle classi popolari alla costruzione di una società democratica.

Ecco perché noi parliamo in Italia di Resistenza, Liberazione, Costituzione, cioè costituzione con tutti i valori che la Costituzione raccoglie come sintesi nella grande lotta: solidarietà tra i popoli, pacifica convivenza, rifiuto della guerra, costruzione di una società di uguali, diffusione dei diritti fondamentali degli uomini e delle donne a tutti i livelli, in tutte le città e in tutti i paesi”.

 



1 réactions


  • Attilio Runello (---.---.---.211) 21 ottobre 2025 18:32

    Il mondo sino a solo settanta anni fa era un pianeta con un impero sovietico che arrivava sino a Berlino, un impero inglese che occupava mezza Africa, parte dell’Asia e altri territori. La Francia occupava l’altra metà dell’Africa, alcuni territori asiatici e altri territori. Colonie avevano ancora Spagna, Portogallo, Belgio. Gli Stati Uniti conducevano una politica imperialista economicamente e con basi militari. La decolonizzazione è avvenuta in po’ alla volta negli anni sessanta e settanta. l’Unione sovietica è crollata nel 1991. Tutt’oggi la Cina occupa il Tibet e il territorio degli iuguri che non sono cinesi. Ogni tanto minaccia di invadere Taiwan. A Hong Kong ha messo in carcere tutti i manifestanti di cinque anni fa. La Russia ha invaso l’Ucraina. I genocidi? Ci sono sempre stati. Soltanto che i libri di storia non ne parlano oppure lo fanno superficialmente. Storicamente si parla solo della schoa. E siamo invitati a ricordarlo perché non si ripeta. Ma il mondo non è per niente in pace. Solo che la comunità internazionale non è pronta nemmeno per parlarne Noi europei siamo stati colonizzatori sino a sessanta anni fa e ci erigiamo a proclamatori dei diritti umani e della pace. Siamo credibili? Abbiamo dovuto affrontare un problema più grande persino dei tanti genocidi - si potrebbe anche chiamarli massacri. Quale? Quello di una possibile terza guerra mondiale con le armi atomiche di cui nel mondo ne esistono ancora più di dieci milà testate, abbastanza per distruggere il pianeta. Il pericolo è finito con la caduta dell’Unione sovietica. E speriamo che sia finito. La storia è piena di popoli che hanno fatto conquiste massacrando intere popolazioni. Di Stalin si dice che abbia uccisi decine di milioni di persone in Siberia, nei gulag, in Ucraina cento anni fa. In Cambogia nel secolo scorso gli kmer rossi uccisero tre milioni e mezzo di cambogiani. Fa bene la scrittrice a denunciare le tante guerre che ci sono nel mondo. Perché non se ne parla? Perché sono sempre avvenuti e l’Occidente non è pronto per sentirselo dire. È tutta colpa dell’Occidente? Assolutamente no. Anzi il contrario. Ma che cosa ci può fare? Non è più colonizzatore e alla fine delle colonie in Africa sono andati al potere dittatori che hanno fatto cose peggiori delle colonie. E gli africani lo sanno benissimo. Si parla solo di Gaza? Solo per ragioni politiche si parla di Gaza. Per ragioni politiche Fra qualche mese ci saremo dimenticati dei palestinesi come ci siamo dimenticati di tante altre cose. l’Occidente di oggi non vuole più uccidere nessuno. Ma vuole occuparsi del proprio lusso, benessere o della propria povertà. E se uccide a volte è solo per difendere se stesso e il proprio sistema di vita. Siamo minacciati? Certo che lo siamo. Di solito con il terrorismo. E in altro modo? In altro modo no solo perché la Nato è forte militarmente ed è in grado di difenderci.


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