venerdì 18 luglio 2025 - David Lifodi

America latina a mano armata

I cartelli della droga latinoamericani sono ampiamente foraggiati, a livello militare, dal commercio illegale di armi proveniente dagli Usa, grazie al permissivismo nell’acquisto e della vendita che fa la gioia di azionisti quali BlackRock, Dimensional Fund Advisors, Vanguard Group, Geode Capital Management e State Street Corporation.

Foto: https://www.nodal.am/

L’inserimento dei cartelli del narcotraffico nella lista delle organizzazioni terroristiche da parte dell’amministrazione Trump ha rappresentato, per la Casa Bianca, il pretesto per giustificare ulteriormente l’intervento diretto in America latina. Tuttavia, la maggioranza delle armi che alimentano la criminalità organizzata a sud del Río Bravo provengono proprio dagli Usa. Inizia da questo assunto il documentato reportage dell’agenzia di stampa nodal.am, significativamente intitolato Venta Illegal de armas en América latina: un negocio mortal con epicentro en EEUU

I cartelli della droga latinoamericani sono infatti ampiamente foraggiati, a livello militare, dal commercio illegale di armi proveniente, in particolare, da tre stati chiave per l’economia Usa: Texas, Arizona e Florida. Da un lato, le armi oltrepassano senza alcun problema la frontiera tra Stati Uniti e Messico per soddisfare la sempre crescente richiesta di armi da parte del narcotraffico, dall’altro le droghe percorrono il cammino in senso contrario allo scopo di alimentare la domanda statunitense.

Del resto non c’è da stupirsi perché proprio Trump aveva promesso, in campagna elettorale, di rendere sempre più facile l’acquisto di armi, a livello legale e illegale. Sono proprio le armi illegali a circolare, a larga maggioranza, in paesi come Haiti, dove ormai lo stato è nelle mani della criminalità organizzata, in Messico e in tutta l’America centrale, le cui percentuali di diffusione rappresentano, rispettivamente il 70% e il 50%. Gli omicidi con le armi da fuoco sono sempre più frequenti nella regione latinoamericana, divenuta la più violenta del pianeta.

Il traffico di armi è strettamente legato alla migrazione forzata e alla tratta di esseri umani, finiti in un gioco molto più grande di loro. I gruppi armati sfruttano la loro potenza di fuoco per marcare il territorio delle rotte dei migranti, sulle quali esercitano un controllo assoluto e che sfruttano come canali per la commercializzazione della droga.

La guerra alla criminalità organizzata scatenata dagli Usa, ma anche da presidenti senza scrupoli quali l’ecuadoregno Noboa e il salvadoregno Bukele, che si spalleggiano a vicenda nella costruzione di megacarceri e nella promozione di politiche altamente repressive in ambito penale, non sembrano servire a molto. Quasi un anno fa, a seguito dell’arresto del narcotrafficante Ismael “El Mayo” Zambada, alla guida del cartello messicano di Sinaloa, non solo gli omicidi non hanno subito alcuna riduzione, ma, addirittura, rispetto all’anno precedente, sono cresciuti del 400% per la guerra scatenatasi tra le varie fazioni in lotta per prendere il comando del cartello stesso.

A sfruttare questa situazione, traendone vantaggio, sono state le imprese Usa dedite alla fabbricazione di armi quali Smith & Wesson, Glock e Colt, finite nell’occhio del ciclone per la mancanza di controlli che permettano una reale verifica della quantità di armi dirette verso il crimine organizzato, per la gioia di azionisti decisamente potenti e ingombranti quali BlackRock, Dimensional Fund Advisors, Vanguard Group, Geode Capital Management e State Street Corporation.

In questo contesto, Stop US Arms to Mexico ha divulgato un dossier in cui emerge che il 57% di armi recuperate nel Caribe proviene dagli Usa e, in particolare, dalla Florida. Le armi che dagli Usa arrivano in Messico non solo foraggiano la criminalità organizzata, ma accelerano anche il desplazamiento forzado, non a caso, proprio in Messico, crescono sia il numero dei desaparecidos sia quello dei migranti che perdono la vita nel tentativo di abbandonare il paese, ma restano impigliati nelle rotte controllate dal narcotraffico. Per questi motivi, lo slogan Estados Unidos pone las armas, México pone los muertos diviene ogni giorno drammaticamente più attuale.

Il mercato delle armi che, quotidianamente, inonda Messico, America centrale e Caribe dagli Stati Uniti, rappresenta uno degli esempi più significativi del cosiddetto ”imperialismo armamentista Usa”, frutto di decenni di violenza, repressione e colonialismo.

Inoltre, la libera circolazione di armi negli Usa, benedetta da Trump, la cui celebre e inquietante battuta “potrei sparare a persone che si trovano nelle principali avenidas di New York senza perdere voti” continua a trovare numerosi estimatori, rappresenta bene le difficoltà della lotta contro il traffico illegale di armi. Serve, quindi, a poco l’inserimento della Casa Bianca, a inizio 2025, nella lista nera delle organizzazioni terroriste, di altri cartelli della droga messicani quali Jalisco Nueva Generación, Cárteles Unidos, Cártel del Noroeste, Cártel del Golfo e La Nueva Familia Michoacana, poiché, fin quando non terminerà l’estremo permissivismo delle vendita delle armi negli Stati Uniti, difficilmente il guadagno del “capital armamentístico” sarà arrestato.



2 réactions


  • Attilio Runello (---.---.---.136) 18 luglio 2025 12:24

    Mi sembra un articolo che fa tutto. un calderone unico di realtà separate e che spesso poco hanno a vedere l’una con l’altra. La vendita di armi avviene in tutto il mondo, non è una prerogativa americana. Anche la vendita di armi illegale avviene dappertutto. Anche le nostre mafie italiane sono bene armate. Per fortuna di tutti riescono a fare i propri affari senza usarle. Negli Stati Uniti da sempre la vendita delle armi è consentita anche ai privati perché lo prevede la loro costituzione. E nessuno lo ha voluto cambiare, nemmeno i democratici. E quindi in un mercato così chiunque può commerciare in armi. Il confine con il Messico è lungo migliaia di chilometri e nonostante i controlli è permeabile. Quindi non possiamo dare a Trump la responsabilità se le armi finiscono ad Haiti. Haiti si trova in preda alle bande perché alcuni anni fa ha rinunciato ad avere un esercito e aveva ridotto le proprie forze di polizia a novemila agenti. Hanno ricevuto in passato aiuto con forze di peace keaping dell’Onu, più corrotte della polizia locale. Adesso gli hanno mandato alcune migliaia di poliziotti dal Kenia, con soldi Onu. In alcuni paesi dell’America latina esiste una criminalità dilagante che si sta cercando di fermare con delle supercarceri che ospitano decine di migliaia di delinquenti. Se non si riesce a fermarla così possono ricorrere all’esercito e alla legge marziale. Ma non si può lasciare che tutti i paesi finiscano come Haiti.


  • Paride parmondombe (---.---.---.112) 20 luglio 2025 14:26

    Convenzione di Chicago del 1961 sugli stupefacenti


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