martedì 4 luglio - angelo umana

Parliamo delle mie donne

Roberto Nepoti nella sua recensione di questo film su La Repubblica parla di “gran spolvero di sentenze e luoghi comuni” ed è perciò che alla fine il film risulta artificioso, irreale, inconsistente, pretestuosamente celebrativo ed anche un po’ banale. Scorre come acqua fresca che non lascia segni, nonostante appartenga allo storico 80enne regista Claude Lelouch, e sebbene fosse atteso in Italia da 3 anni… per incassare la “bellezza” di soli 31 mila euro.

 E’ l’80enne Lelouch il protagonista della storia, impersonato però da Johnny Hallyday, 74enne, abbastanza decrepito e verso il fine-vita da voler riunire le sue figlie avute tutte da donne diverse (nel vero il regista ne ha avuti 7 da cinque donne diverse, una bella vita variata, magari un nuovo modello di famiglia, più interessante del “tu sei l’unica donna per me”). Il protagonista dichiara apertamente che siamo fedeli finché non troviamo di meglio e che lui le donne le ha fatte piangere. Un’antologia di donne e di storie, citate per via di fugaci incontri in cui le figlie ora raccolte furono concepite, per quasi dimenticarsene dopo, tutto preso il nostro eroe (il fotografo Kaminsky nella fiction) dalla sua professione che lo ha fatto sempre partire alla ricerca di nuovi fatti e volti da ritrarre. Inevitabile che il famoso fotografo ed esteta si sia soffermato su diverse donne in particolare.

E’ molto artificioso ed egoistico che ora, ritiratosi in una magione alpina ai piedi del Monte Bianco, abbia voluto riunire tutte le figlie di cui non s’è mai occupato, le quali non fremono per sorbirmi le mie sorelle, perfette estranee tra loro. Si riuniscono, provenienti da diversi angoli della Francia e perfino da Cuba (Valérie Kaprisky), per via di un catastrofico stratagemma ideato dall’amico-medico (Eddy Mitchell) del “patriarca”: lui le rivedrà tutte attorno e con sorpresa, col suo immancabile sigaro e le frasi fatte di finta sapienza. Da “tombeur de femmes”, pur cascante ma navigato ne farà “cadere” un’altra ai suoi piedi, una Sandrine Bonnaire di vent’anni più giovane di lui, in questo caso l’agente immobiliare che gli ha venduto lo splendido chalet: incredibile come i due condividano baci e letto da amanti ancora focosi e che lei trovi nell’anziano qualcosa che non avevo ancora trovato, sebbene lui non sembri niente di che, o forse ha molto vendibili la fama e i soldi, e l’aria appunto da “tombeur”.

Una commedia inconsistente, accessoriata del dramma necessario e dei convenevoli da ritrovi parentali, oltreché da qualche tributo al cinema e alle nevi del Monte Bianco, augurandoci che la neve resti nonostante il riscaldamento globale. Il titolo originale è Stronzo ti amiamo, nel senso che anche i padri stronzi possono essere amati, meglio se vecchi e in procinto di lasciare succose eredità: avviene più spesso nei film che spesso sistemano (arreglan, in spagnolo) tutte le questioni. Ricorda almeno il concetto di Tre amici, le mogli e (affettuosamente) le altre, del 1974 e con attori superbi.



2 réactions


  • Shio (---.---.---.11) 5 luglio 21:26
    Cahiers du Cinéma
     par Vincent Malausa

    Cette ronde égotique et macabre est la répétition ad nauseam d’une même arrogance de classe qui assume enfin son horizon : un cinéma de droite complètement gâteux.


  • umana Ottimo (---.---.---.100) 6 luglio 15:18

    Ottimo, giudizio chiaro. Gateux = rimbambito, fuor di senno.


Lasciare un commento