lunedì 30 gennaio - angelo umana

Cosa è patria?

All’inizio c’erano Adamo ed Eva. I loro primi discendenti furono per molto tempo in importanti faccende affaccendati, come procurarsi il cibo, ripararsi dal freddo, ubbidire agli istinti fisiologici, scoprire la ruota, il ferro, il fuoco. Questi bisogni li spinsero a marcare dei confini, gli sconosciuti che li superavano divennero nemici; si dovettero stabilire dunque limiti, dalla propria grotta o palafitta al proprio territorio (impossibile non pensare alle marcature di zona dei cani, noi umani le facciamo tuttora). Dapprima il territorio fu necessario per cacciare e coltivare la terra; il più forte poi lo allargava perché appartiene all’essere umano volere di più, affermare sé e il proprio potere. Piacque ad uno di questi potenti, il re Carlo V°, poter dire “Sul mio regno non tramonta mai il sole”, in effetti era estesissimo.

I confini, gli ordinamenti che si diedero le genti – e che ancora si danno – sono necessari per un bisogno di organizzazione della zona dove tali regole vengono applicate. Esse, le regole, le leggi, sono del tutto relative: al luogo ove si applicano, al clima, alle persone cui sono destinate, allo stadio di sviluppo sociale di un gruppo etnico. Si pensi che solo qualche decina d’anni fa, in un Paese a noi noto, familiare, ecco, forse una Patria?, esisteva il delitto d’onore, il matrimonio all’italiana, la donna che camminava qualche passo dietro l’uomo. In questo particolare Paese esistono persone di vertice (se vertice all’ingiù o all’insù… al lettore la scelta) che con processi a carico non si dimettono, col pretesto di portare avanti un programma di Governo per il quale – impegnati com’erano a procurarsi … potere – non hanno avuto il tempo di occuparsi prima. In Stati limitrofi operano in modi del tutto diversi ed in Stati più “lontani” è legge ciò che un despota stabilisce. Povera Patria (da Battiato).

Si può dunque definire Patria un territorio ove si parli una sola lingua ma molti dialetti, o perché vi si celebrano date festività, retaggio di storia e religione, perché vi si ricordano determinate tradizioni? Patria, perché ci hanno vissuto i nostri padri, i nostri vecchi o perché ci vivono i nostri parenti? I tedeschi la chiamano Heimat, dalla radice Heim (casa, focolare) e gli inglesi Homeland, ancora “home”, non casa come costruzione ma rifugio, quasi dell’anima, differenti dai rispettivi Haus o House.

Un programma radiofonico su Radio24 intervista ogni settimana un “cervello in fuga”, giovani che hanno dovuto cercar lavoro all’estero perché i loro titoli e preparazione in Italia non bastavano, spesso non essendo “figli di …” qualcuno che li avrebbe potuto sistemare. Alla domanda se desiderino tornare in Italia rispondono spesso di no, o che hanno un po’ di nostalgia solo per il cibo, i genitori, qualche amico. Dante Alighieri soffrì molto per non poter rientrare nella sua Patria, Firenze, l’esilio imposto gli fece sperimentare “come sa di sale lo pane altrui e com’è duro calle lo scendere e il salire le altrui scale”: già l’imposizione dovette nuocere a lui, essere libero, non servo ma padrone di sé com’era, di certo sentiva il bisogno delle persone conosciute e delle loro lodi, dei paesaggi a lui noti fin da bambino.

Basta tutto questo, che è più un bisogno di cibo, paesaggi, odori e sapori noti per definirci Patria? E i nostri e gli altrui “padri della Patria” non sono forse persone utili alla crescita di tutta l’umanità? Dunque Patria è il mondo, l’essere umano, gli occhi e i visi che ci attraggono e che possiamo trovare, come tesori, in ogni angolo del mondo.

Forse Patria siamo ognuno di noi, coi nostri ricordi, i nostri vissuti che consideriamo importanti e che non possiamo non portarci dietro ovunque andiamo. Patria è, ancora, la nostra famiglia, il figlio la cui vicinanza non possiamo negarci; ma famiglia è già un contratto sociale, un sotto-ordinamento meglio gestibile rispetto a tanti cani sciolti. Ciò che qualcuno chiama “il meticciato che avanza” nei nostri territori potrebbe anche essere arricchimento per tutti, noi e gli ospiti, ricchezza di pelli e di fogge, nozioni e culture. Non una cultura unisce gli esseri umani, ma il saperla condividere; estranei o stranieri che si attraggono già si uniscono. Un proverbio irlandese dice infatti che “il tuo miglior amico è l’estraneo che non hai ancora incontrato”, purtroppo a volte non vogliamo incontrarlo ma, se lo facciamo, non è questo già Patria?

Mario Rigoni Stern rifletteva ne “La storia di Tőnle” sulla libertà degli uccelli nel cielo o dell’acqua che scorre senza confini e steccati. Essi si muovono incuranti di ordinamenti e territori: è una riflessione romantica che conquista. Ma l’essere umano è superiore, qualche volta progredito (complicato?) e non può fare a meno di darseli questi confini. Il concetto di Patria poi ha fatto sì che giovani venissero mandati ad ammazzarsi nelle trincee per difendere le frontiere oppure estenderle o, in fondo, per acquisire il petrolio del “nemico”. Potremmo chiamarci Patria o Nazione perché un nostro atleta vince una medaglia? Perché la nostra bandiera sventola su palazzi? In un comune del veneziano, dove la nuotatrice Pellegrini è nata, i manifesti con la sua immagine dicevano “Grazie Federica”: ignoro di cosa dovrei esserle grato.

Forse mi succederà che, se in Francia dovessi incontrare la sua antagonista ed ex-campionessa Manodou, all’apprendere che vengo dallo stesso paese, essa mi riempirà di baci. In un film dell’antepassato lo spirito di un ex-calciatore in Paradiso chiedeva a un altro: “Ma tu in che squadra giocavi, io ero terzino dell’Atalanta!” e l’altro non capiva, provenendo da altrove ed essendosi occupato di cose ben diverse nell’aldiquà. Forse è un auto sostegno psicologico definirsi o una volta all’estero dire “sono italiano”, magari “un italiano vero” (da una vecchia canzone). Un pensiero impertinente induce a ritenere le bandiere e i soldatini diletto di bambini e collezionatori.

La nostra Patria, oggi matrigna per la verità, stabilì di dedicare la giornata del 17 marzo 2011 alle celebrazioni per l’Unità d’Italia. Fu una giornata di non lavoro o di scampagnate (con buona pace dell’ottuagenario presidente della Repubblica, pago di cotante celebrazioni), menti eccelse prepararono con cura il discorso che avrebbero pronunciato con fare serioso e compunto, toglievano qualche virgola ed aggiungevano qualche punto, pensando alle giuste pause, la retorica non ci fu evitata e uomini e mezzi sfilarono. Quanto meglio sarebbe stato dedicare quella giornata a parlare di educazione civica nelle scuole o nei luoghi di lavoro, in conferenze obbligatorie o corsi di acculturamento. Magnifica l’idea dell’attore Paolo Rossi che, nel film “Niente Paura” di Luciano Ligabue, suggeriva di creare dei “pasdaràn” da strada, che fermino le persone e li interroghino su qualche articolo della Costituzione, su un passo dei Promessi Sposi o su un verso di Dante, con obbligo di ripetizioni in appositi “lager” in caso di ignoranza: sarebbe un modo per poter dire davvero che condividiamo una cultura. Invece c’è chi vive di “grandi fratelli” e raggi abbronzanti e chi si diletta di libri o di scrittura, questa sconosciuta. Un cittadino migliore non abbisogna di patria.




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