lunedì 2 novembre 2009 -
Il CONI e le ragioni di Fabio Capello
"Gli inglesi non sono un esempio di ’cultura sportiva’ e non a caso la parola ’hooligan’ è inglese”. Così risponde il Presidente del Coni Gianni Petrucci alle “critiche al sistema” di Fabio Capello, espresse lunedì scorso a Coverciano al terzo seminario di aggiornamento, promosso dall’USSI - Unione Stampa Sportiva Italiana e riservato ai giornalisti sportivi. Ciò in aggiunta a “non mi piace quando qualcuno va all’estero e si mette a dare giudizi sul Paese che ha lasciato temporaneamente”.
Il Presidente della FIGC – Federazione Italiana Gioco Calcio Giancarlo Abete è stato, invece, radicale: “Non corrisponde alla realtà”.
Il vice-Presidente del CIO – Comitato Olimpico Internazionale Mario Pescante, da parte sua, ha sostenuto che “Forse Fabio Capello è fermo a qualche anno fa. Mi sembra che le cose stiano sicuramente migliorando con gli steward, con certi divieti che danno fastidio”.
Cosa aveva detto l’allenatore della Nazionale Inglese? Che da noi sono gli ultras a comandare, che da noi si può insultare chiunque senza che succeda nulla, che da noi le regole non vengono mai fatte rispettare dalle Istituzioni, che da noi chi rispetta le regole può egualmente vedersi precludere di andare allo stadio e così via.
Il vostro reporter è un appassionato di calcio, uno dei destinatari della canzone di Rita Pavone perché perché la domenica mi lasci sempre sola per andare a vedere la partita di pallone, però, con ogni probabilità, non assiste alle partite dello stesso campionato, cui assistono i signori Abete e Pescante, che evidentemente vivono su di un altro pianeta.
Quanto al Presidente Petrucci, egli (insieme a qualche illustre appartenente al mondo dei media sportivi) ritiene che recarsi fuori dal proprio Paese per motivi di lavoro debba comportare la sospensione, insieme alla residenza, anche del funzionamento dell’apparato pensante o cervello; o, almeno, debba sconsigliare di farne sapere in giro gli esiti. Il che è, quanto meno, strano.
Quello che è certo è che lor signori hanno perso una splendida occasione per fare una riflessione collettiva sullo sport in generale (e non sul calcio solamente) e sulle sue immense potenzialità di educazione del genere umano.
Il termine inglese hooligan non si traduce affatto in italiano con il termine tifoso, come molti pensano, bensì con quello teppista: e le Autorità inglesi sono soliti metterli in galera per un tempo sufficiente a togliere loro la voglia di utilizzare le partite di calcio per ubriacarsi e per sfasciare tutto. Resta il problema, per questi soggetti, di un endemico richiamo dell’alcool, ma oggi essi lo sfogano in altre situazioni (massimamente sfasciando i locali pubblici il venerdì, giorno di paga. Perché gli inglesi sono pagati non a fine mese, ma a fine settimana ; tutti, Fabio Capello compreso. E la paga gli serve per risarcire i danni causati. E salvo finire dopo venti giorni davanti ad un giudice, che non fa sconti a nessuno, qualora hanno aggredito qualche cameriere, come è successo ad inizio d’anno anche a Steven George Gerrard, il mitico capitano del Liverpool).
Ciò detto, è di solare evidenza che, sia la famiglia sia l’istituzione scolastica, hanno da noi talune lacune nell’educazione delle generazioni future. Ad esempio l’italiano medio è colto da immensa felicità se qualcuno gli dice che il suo pargolo è un ometto; se la stessa cosa la si dice ad un inglese, ebbene questi resta costernato: suo figlio è un bambino e lui vuole che sia tale, e non una specie di uomo in miniatura.
Non parliamo poi delle italiche mamme: continuano a riempire i giornali di pagine e pagine su questi nostri poveri virgulti, cui la Gelmini toglie il sonno con le sue pretese di severità negli studi!
Il risultato è un popolo che non sa vincere e che non sa perdere. Ossia che non sa vivere. Il problema dei nostri ultras è proprio questo, e non la dipendenza dall’alcool. E lo sport è la migliore delle vie proprio per imparare a saper vincere ed a saper perdere; ed anche a rispettare tutti ed a non dare fastidio a nessuno.
Tutto questo Fabio Capello lo sa benissimo e voleva dircelo. Purtroppo, dalle nostre parti, non sempre è facile trovare l’interlocutore disposto ad ascoltarti. Altrimenti, questo sì, non saremmo in Italia, saremmo in Inghilterra.
