mercoledì 26 agosto - Riccardo Noury - Amnesty International

Zimbabwe, resta in carcere noto giornalista arrestato per un tweet

Le autorità dello Zimbabwe hanno negato per la terza volta la libertà su cauzione al giornalista Hopewell Chin’ono, accusato di incitamento alla violenza pubblica. Lo riferisce la stampa di Harare, secondo cui il magistrato Ngoni Nduna ha affermato che la minaccia «è rimasta intatta». Chin’ono era stato arrestato a luglio dopo aver twittato a sostegno delle proteste contro la corruzione in atto da settimane nel Paese.


Chin’ono, giornalista freelance, aveva anche utilizzato i social media per denunciare la corruzione dilagante nelle gare d’appalto governative per l’assegnazione di dispositivi di protezione individuale per la lotta al Covid-19, in relazione alle quali è stato arrestato il mese scorso ministro della Salute, Obadiah Moyo.

Lo Zimbabwe sta attraversando la peggiore crisi economica degli ultimi dieci anni che ha dato vita a proteste diffuse in tutto il Paese. Il governo, da parte sua, accusa l’opposizione e la Chiesa di complottare per rovesciarlo e la scorsa settimana il ministro della Giustizia, Ziyambi Ziyambi, ha chiesto un incontro con il rappresentante della Santa Sede ad Harare per capire se i vescovi cattolici che lo hanno accusato di violazioni dei diritti umani e repressione del dissenso stessero parlando a nome del Vaticano. Il riferimento è a una lettera pastorale inviata alle diocesi dalla Conferenza dei vescovi cattolici dello Zimbabwe, in cui si mette in guardia sulla crisi a più livelli che lo Zimbabwe sta attraversando, dal collasso dell’economia alla povertà crescente, dalla corruzione alle violazioni dei diritti umani. La lettera, secondo quanto dichiarato dal ministro Ziyambi, “costituisce un vero e proprio insulto alla persona del presidente Emmerson Mnangagwa e al suo intero governo, ed è formulata in un linguaggio decisamente sconveniente per un’istituzione come la Chiesa cattolica. Il governo è costretto a coinvolgere il Vaticano per accertare se tali dichiarazioni riflettano o meno l’atteggiamento ufficiale della Santa Sede nei confronti della leadership dello Zimbabwe o se queste siano semplicemente le opinioni dei vari individui interessati”, ha aggiunto Ziyambi, annunciando che il ministro degli Esteri, Sibusiso Moyo, avrebbe incontrato presto il rappresentante locale della Santa Sede.

La paura, recita la missiva dei vescovi, “corre lungo la spina dorsale di molte delle nostre persone oggi. La repressione del dissenso non ha precedenti. E’ questo lo Zimbabwe che vogliamo? Avere un’opinione diversa non significa essere un nemico”.


In risposta alla lettera, la ministra dell’Informazione dello Zimbabwe, Monica Mutsvangwa, ha duramente criticato il capo della Conferenza episcopale, l’arcivescovo Robert Ndlovu, parlando di un “messaggio malvagio” inteso ad alimentare un “genocidio di tipo ruandese”.

“Le sue trasgressioni (di Ndlovu) acquisiscono una dimensione geopolitica come sostenitore principale del cambio di regime che e’ il segno distintivo delle maggiori potenze occidentali post-imperiali negli ultimi due decenni”, ha detto Mutsvangwa in una dichiarazione.

In una lettera separata, la Law Society dello Zimbabwe ha dichiarato che la situazione dei diritti umani nel Paese si sta deteriorando e ha denunciato le ripetute aggressioni nei confronti di uomini di legge da parte di agenti delle forze di sicurezza.

“La Law Society condanna inoltre il rapimento e la tortura di cittadini in tutto il Paese da parte di agenti della sicurezza statale e di individui non identificati ma allineati allo Stato”, si legge nella lettera.

I critici del presidente Emmerson Mnangagwa accusano quest’ultimo di ricorrere a metodi autoritari già adottati dal suo predecessore Robert Mugabe.




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