mercoledì 5 agosto - MAURO

Volevo cambiare il mondo, hanno provato a cambiarmi

Perché si scrive? Cosa ci spinge ad affidare ad un foglio di carta, reale o digitale che sia, le nostre sensazioni, le nostre paure o i nostri desideri. Di preciso non so cosa ci sia dietro quella voglia irrefrenabile di scrivere.

 Io scrivo semplicemente perché mi va di farlo. Quando ero piccolo dicevano che “uccello in gabbia canta per amore o per rabbia”. Bene, io sono follemente innamorato di mia moglie e di mia figlia, ma il motivo per cui oggi scrivo, canto, è la rabbia. Sia chiaro, l’amore per mia moglie e mia figlia lo canto ogni giorno, sperando di essere all’altezza del loro rispetto e del loro amore. La rabbia che canto oggi invece è una forma di reflusso che da anni mi assale, mi fa contorcere le interiora. Mi sono sempre schierato a sinistra, anzi a sinistra della sinistra e in controtendenza con quella che secondo molti è un controsenso, ho abbracciato la fede Cattolica. Sono un comunista cattolico praticante. Tutto questo non mi ha impedito di intraprendere un percorso professionale all’interno di certe strutture storicamente esposte a destra. In tutti questi anni, saranno 18 tra qualche settimana, mi sono sempre sentito una mosca bianca. Mai ho nascosto il mio orientamento politico, anche in mezzo ad una schiera infinita di neofascisti o ancor peggio neonazisti, di qualsiasi ordine e grado, pagandone sempre le conseguenze. Ho sempre amato la lotta sindacale, ne apprezzavo l’ideologia. Il Maestro Guccini cantava che “a 20 anni si è stupidi davvero, quante balle si hanno in testa a quell’età “. Oggi a 36 anni mi ritrovo a pensare di essere ancora uno stupido, ho creduto per quasi un ventennio (parola che potrebbe risvegliare antichi piaceri a qualche nostalgico) di poter essere parte del cambiamento, di poter essere io, nel mio piccolo a cambiare il mondo. Stupido, ingenuo e testardo ho pensato di poter cambiare il sistema. Per tre lustri e più ho creduto, mi sono illuso di essere un novello condottiero, un rivoluzionario dai nobili ideali di fratellanza, uguaglianza e giustizia sociale. Laddove i colleghi vedevano un maomao io vedevo un fratello sfortunato, dove il superiore vede un negro io vedo un mio simile, un profugo, un fratello bisognoso del mio aiuto. Certo ci saranno anche dei delinquenti, ma dove non ce ne sono? Per concludere questo sconclusionato soliloquio, torno alla domanda che mi sono posto inizialmente, perché si scrive? Oggi scrivo per buttare fuori il veleno che mi scorre nelle vene, volevo essere un Ernesto Guevara de la Serna e mi sono ritrovato ad interpretare un qualsiasi Don Chisciotte della Mancia. Volevo portare equità e uguaglianza e mi ritrovo a sbattere contro insormontabili mulini a vento. Spinti da un vento appiccicoso che soffia forte da destra, come cantava Andrea Parodi ne Le danze del XX secolo. Volevo cambiare il mondo, hanno provato a cambiarmi. Non ci sono riuscito, non ci riusciranno!

Foto di Miguel Á. Padriñán da Pixabay 



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