Violenza si, violenza no, l’Italia s’è unita: no.
La violenza dei governi viene normalizzata, quella delle piazze criminalizzata. Tra guerra, repressione e disuguaglianze, il conflitto sociale viene negato e il dissenso trasformato in una minaccia all’ordine pubblico.

E’ da diverso tempo che non scrivo, perché gli argomenti e i toni del discorso pubblico sono ormai trascesi ed inservibili. Non saprei dire se quel che manca davvero è la capacità di analisi, o la possibilità di essere onesti. In qualche modo, una retorica stucchevole si è impossessata di ogni interlocuzione e quel che si produce parlando -o scrivendo- non è più discorso, ma la recitazione stanca di paradigmi che ormai, avviluppati nei paradossi contemporanei, sembrano posticci e vacui, costantemente smentiti dall’agire pubblico e privato sia di chi fa proclami che di chi tace.
Il contesto globale si caratterizza per aver normalizzato la condizione di emergenza perdurante, su tutti i fronti: ambientale, politico, economico, e alla fine, per forza di cose, anche sociale. Una violenza inusitata ha preso piede nelle relazioni di ogni tipo, e dalla violenza verbale fino quella fisica, per arrivare a quella professionalizzata e militare, una cortese aggressività è stata, negli ultimi vent’anni, la cifra distintiva di quasi tutti i luoghi. Edulcorata da continue dichiarazioni politicamente corrette intrise di richiami all’inclusione, alla pace, al diritto e alla cooperazione, un enorme livore ha potuto essere esercitato senza particolare vergogna -giustificandosi nel fraintendimento enorme di cosa sia un conflitto- nei confronti di chiunque abbia voluto continuare ad esercitare forme più o meno strutturate di pensiero critico ed abbia, così facendo, reso realmente necessario un approccio dialogico e democratico all’emersione di contraddizioni importanti, istanze divergenti, urgenze ordinate secondo gerarchie differenti in rapporto a differenti appartenenze a particolari gruppi o categorie sociali.
Sostanzialmente, i paradigmi positivi che hanno caratterizzato la cultura scolastica, sociale e politica figlia dalla caduta del Muro di Berlino, che nella fine della Guerra Fredda vedeva spegnersi l’ultima grande minaccia di un tragico conflitto mondiale e l’inaugurarsi di una rinnovata stagione di pace (nonostante le guerre terribili e numerose che hanno continuato a combattersi e/o a subirsi tra gli anni ’90 e le decadi successive), ha creato una generazione di persone che mai avrebbero pensato possibile ciò che vive e vede oggi. Quella cultura insegnava, a differenza di quella con cui l’abbiamo sostituita, che la società è per sua natura un sistema in cui sono chiamate ad interagire componenti differenti che reclamano il soddisfacimento di bisogni differenti e che la politica, è lo strumento che per sua natura risponde al compito di mediare questa complessa intersezionalità di diritti e doveri, nella maniera più equa e sostenibile che possa, producendo benessere, o perfino sviluppo. Il fare politico includeva per sua natura l’orizzonte di una conflittualità esplicita e non negativa, ma fisiologica. Il confronto dialettico era ineludibile, la capacità di produrre valide argomentazioni essenziale, e l’apertura ad una prospettiva di reciproco ascolto e compromesso era strutturale. Insomma, la pace e la non violenza erano i valori inalienabili che orientavano la bussola del confronto (per preservarlo dal degenerarsi in scontro), e la finalità di ogni mediazione era, almeno in teoria, sempre il bene comune. I confronti potevano anche essere aspri e lo erano, le differenze talvolta enormi, e avevano cittadinanza tutte o quasi. Nessuno è mai stato ritenuto non pacifico o addirittura violento per aver dato luogo a un conflitto. La pace e la non violenza non sembravano, come invece a me sembra oggi, un’esortazione a non creare problemi, né sembrava possibile ridurle e circoscriverle alla natura di aggettivi.
Oggi la pace e la non violenza, citando inopportunamente una letteratura enorme prodotta nell’ultimo secolo dai soggetti più disparati, sono state declassate ai rispettivi aggettivi di “pacifico” e “non violento” e sono venuti ad essere contestualmente, la medaglietta che i cittadini per bene devono sempre poter spillare sul bavero della giacca. Il comportamento pacifico e non violento è ciò che rimane dei concetti di pace e non violenza, ma a ben guardare si configura più esattamente come accettazione passiva e remissiva di quanto l’autorità a ragione o torto dispone, e rimane in obbligo assoluto soltanto ai popoli di cui la politica globale, comunitaria, nazionale e locale, pacificamente, ignora le istanze.
Ad oggi, in un orizzonte di dialogicità assente ed intersezionalità disuguale, violento è chiunque si permetta di disturbare il parolare sciocco ed autoreferenziale di politicanti mediocri che, ciechi e sordi ai richiami dei cittadini al buon governo, producono necro-politiche su scala globale e pretendono che non si osi porgli domande, figuriamoci esigere risposte, o soluzioni ai problemi. Si viene etichettati come “proto-violenti” anche solo per il fastidio arrecato con richieste o osservazioni scomode, rispetto a cui si riesce sempre ad eccepire una maleducazione nel tono, un’invasività nel momento, una provocatorietà nell’intento. La forma sembrerebbe aver surclassato la sostanza e ogni linguaggio si avvale di significanti che hanno smarrito il significato. Siamo di fronte alla sospensione del più basico tra i presupposti della democrazia: l’ascolto, senza il quale ogni legittimazione in virtù della rappresentatività muore, lasciando i cittadini degli Stati nazione orfani, nelle mani di matrigne e patrigni cattivi come nelle fiabe, disfunzionali nel migliore dei casi, e nel peggiore addirittura abusanti.
Un numero progressivamente crescente di cittadini, non senza ragione, si percepisce vittima di questo sistema che continuiamo a definire democratico nonostante ne abbia perso le caratteristiche. La violenza politica, istituzionale, ed economica esercitata in termini verbali, psicologici e fisici dai governi, contro le persone, ha toccato negli ultimi anni vette sconosciute anche su territori che si pregiano d’essere punto di riferimento mondiale per livelli complessivi di civiltà. I cittadini vengono sottoposti a trattamenti che irridono sfacciatamente il background culturale cui prontamente il potere si appella al bisogno, e che testimoniano un’indolenza dei potenti letteralmente incredibile. I politici, dalla confort-zone di chi è ricco e pressoché immune alla legge, ciechi e sordi a qualsivoglia problema non sia loro proprio o limitrofo, fingendo di rappresentare l’interesse di cittadini che non conosce, non ascolta, e non comprende, dopo aver ignorato per anni e anni la condizione di sofferenza dilagante tutto intorno, pacificamente, danno lezioni di civismo, e si erigono a paladini della non violenza. Si indignano per quei danneggiamenti che imbrattano il decoro di città cartolina in cui far convergere i capitali di quegli investitori che poi consumano aperitivi carissimi e fanno shopping dalle grandi firme. Città da cui il popolaccio che funge da “manovalanza” e le rende abitabili oltre che “turistizzabili”, viene gradualmente espulso, studenti compresi.
Un lungo percorso di ricerca psicosociale e diritto ci ha consentito di riconoscere e poter condannare la violenza non soltanto nella sua forma fisica e sarebbe un passo indietro, oggi, tornare ad una condizione in cui l’unica violenza condannabile e condannata, è quella che si vede bene. Sarebbe perfino rischioso, se per deduzione si finisse con l’evincere che non è importante credere nella non violenza ed essere non violenti, ma non lasciare che la violenza possa essere vista e provata. La politica degli ultimi anni è stata di fatto violentissima, e per la risoluzione di ogni problema non ha fatto altro che appellarsi al sacrificio dei cittadini. Questi, del resto, sono pure privilegiati a vedersi imposti sacrifici da fare perché tutti gli altri, invece, sono quelli che sacrificio, devono essere. I morti di fame, di guerra, di genocidio, di sanità a pagamento, di scuole costose e lontane. I dispersi annegati nel Mediterraneo o tra le dune del Sahara, ma anche quelli mai tornati dalle feste dei potenti della terra sulle isole private. Gli invisibili venduti e comprati, i danni collaterali dell’esportazione di democrazia e delle bombe intelligenti. Sacrificabili sono le famiglie di Gaza e quelle divise per colpa di un mercato globale con costo del lavoro locale, che genera il sogno proibito del migrante economico. Le altre facciano sacrifici per il mutuo, la spesa, e la genitorialità, restando prone e grate. Sacrificabili sono anche tutte le persone sobillate e strumentalizzate tramite tecniche e tecnologie di comunicazione becere, da poteri opachi capaci di manipolare l’informazione e la realtà.
Sulle violenze di questi giorni in Italia, ho letto e ascoltato commenti terribilmente banali. Non mi sbilancio a dare una lettura su ciò che le ha animate né a classificarne i protagonisti, come in diversi hanno fatto. Mi interessa che si possa, se davvero la cornice di senso riguarda la forma e la sostanza della partecipazione democratica alla vita politica del Paese, riconoscere che l’insurrezione violenta non si costituisce ad oggi come primo tentativo di interlocuzione e rivendicazione, ma come ultimo. In Italia, le vicende del G8 di Genova (2001), già precedute a Napoli e in altre piazze da forme inaudite di repressione da parte delle forze dell’ordine, hanno inaugurato una consapevolezza politica nuova, che a distanza di 25 anni credo di poter sintetizzare in quel cambio di paradigma di cui parlavo in apertura. La critica e il dissenso sono forme di proto-violenza e gli artefici non meritano ascolto ma discredito; l’avversario politico è già nemico. I tentativi di concentramento e organizzazione della critica e del dissenso sono già comportamenti eversivi e facinorosi. La manifestazione pubblica di critica e dissenso da parte di una massa intergenerazionale ed intercategoriale di cittadini è a priori un allarme per la pubblica sicurezza, e il più piccolo episodio innesca lo spettacolo della violenza di Stato. Alla fine la manifestazione è dispersa e la critica è repressa. E’ così da tempo, nonostante la narrazione mainstream non si soffermi mai a raccontarci di come la voce del popolo venga sempre sovrastata da quella di chi ne moralizza i costumi (veri o presunti).
In questi giorni poi, all’indifferenza del Governo per le piazze piene di manifestanti pacifici e non violenti, contro la deriva militarista che ucciderà per fame e ingiustizia chi dovesse sopravvivere alla guerra, una nuova generazione (da quel che raccontano le cronache), fa qualcosa che probabilmente nessuno si sarebbe aspettato: reagisce con violenza, scagliandosi contro le cose. Di fronte a questo, io penso, non è urgente attribuire a queste “bande di teppisti” -come li hanno già prontamente definiti da destra a sinistra- etichette di sorta. L’urgenza è nella consapevolezza che con tutta evidenza, in uno spazio politico fagocitato dal linguaggio della violenza, si partecipa al discorso soltanto esprimendosi in maniera violenta, come dimostrano gli autotrasportatori le cui proteste pacifiche, imponenti ed efficaci, sono state sistematicamente escluse non solo dal dibattito politico ed economico, ma perfino dalle cronache.
La violenza guadagna microfoni e riflettori, come ci hanno effettivamente insegnato i politici con i loro slogan urlati, commenti sgarbati, e volgari battibecchi digitali. Quali che siano la ragioni ultime e vere che hanno condotto una moltitudine di adolescenti a devastare le proprie città, a latere di manifestazioni pacifiche di dissenso per le attuali politiche sociali ed economiche del Governo, invece di riempire salotti televisivi e giornali di facili condanne e speculazioni teoriche, sarebbe utile prendere atto che la violenza dilaga e nei fatti si riabilita come strumento di interazione e di gestione del conflitto. Mentre il conflitto, sociale e geopolitico, cresce.
Si condanni allora urgentemente la violenza, senza far finta di non vedere il portato infinitesimale di quella di cui in Italia si continua a parlare, nella comparazione con la violenza enorme cui i governi hanno lasciato libero corso nel mondo. Si condanni la violenza dei capi di Stato e di governo, quella dei rappresentanti delle Istituzioni, quella dei grandi poteri economici, e sempre, prima di quella dei giovani e degli studenti, quella di qualsivoglia adulto chiamato a dare l’esempio.
La verità di cui non si parla è che la violenza fa paura, che l’unione fa la forza. Analisi economiche del 2025 dicono che la ricchezza personale globale è aumentata quasi del 5% nel 2024 eppure, metà della ricchezza mondiale è detenuta dal 2% della popolazione. La base della piramide economica si allarga lasciando sprofondare nella povertà anche il ceto medio, e mentre il vertice si assottiglia allontanandosi, la percentuale dei diseredati della terra, a norma di legge, sale. Coi guanti bianchi e il vestito buono, le politiche agiscono il massacro delle speranze mentre accusano, senza vergogna, chi vorrebbe quantomeno provare a difendere, rivendicandolo, il diritto ad una vita dignitosa, alla casa, alla famiglia, all’istruzione, alla democrazia, alla salute, e alla pace.
No alla violenza certo, ma chi lancia bombe spezzando vite umane ci risparmi l’indignazione per chi lanciando cassonetti, spacca vetrine. Ci si interroghi invece sull’impatto che può aver avuto il ripetere per anni, alle giovani generazioni e a noi tutti, che la guerra è necessaria alla pace, propedeutica alla diplomazia, perché non si dialoga che con chi è pronto, volente o nolente, a darci ragione! La possibilità che i giovanissimi potessero traslare questo nuovo paradigma, dalla causa Ucraina a quelle loro non era stata contemplata? Male!
Si comprenda, con l’occasione, che la violenza non deve essere mai istituzionalizzata. Ed anche, che è ridicolo demonizzare la violenza della guerriglia mentre da anni si difende e si finanzia il diritto alla guerra.
