lunedì 20 gennaio - Riccardo Noury - Amnesty International

Vertice di Berlino sulla Libia, Amnesty: “Prima di tutto, i diritti umani”

Amnesty International ha chiesto che “la protezione dei civili e la giustizia per le vittime delle violazioni dei diritti umani siano punti fermi di ogni eventuale accordo sulla Libia” che dovesse emergere dal vertice in programma oggi a Berlino.

Negli ultimi mesi il conflitto in corso – iniziato nell’aprile 2019, quando l’autoproclamato Esercito di liberazione nazionale (Eln) del generale Khalifa Haftar ha tentato di prendere il controllo di Tripoli – è persino cresciuto d’intensità con una serie di scontri armati che hanno causato un alto numero di perdite civili.

Secondo le Nazioni Unite, nel 2019 il conflitto armato della Libia ha causato oltre 284 morti tra la popolazione civile e provocato lo sfollamento di più di 140.000 persone. Una dichiarazione diffusa dall’Onu il 4 gennaio 2020 ha denunciato l’aumento degli attacchi indiscriminati che rendono sempre più esposti scuole, centri sanitari e altre infrastrutture civili a Tripoli e nei suoi dintorni, come l’aeroporto internazionale di Mitiga.

Lo scorso ottobre Amnesty International ha pubblicato quella che finora è l’unica, approfondita, ricerca svolta lungo la linea del fronte di Tripoli. L’organizzazione ha visitato 33 luoghi colpiti da attacchi aerei e terrestri, nella capitale e nei suoi immediati dintorni, rinvenendo prove di possibili crimini di guerra da parte sia del Governo di accordo nazionale (Gna) sostenuto dalle Nazioni Unite che dell’Eln.

Durante le sue ricerche Amnesty International ha identificato diversi casi in cui abitazioni e infrastrutture civili sono state distrutte o danneggiate da razzi, colpi di artiglieria e attacchi aerei lanciati da entrambe le parti in conflitto, che hanno causato decine e decine di morti e feriti.

Si tratta di potenziali crimini di guerra, commessi anche grazie all’appoggio militare e di altra natura di svariate potenze straniere.

Nonostante l’embargo totale sulle armi decretato dalle Nazioni Unite nel 2011, diversi stati – tra i quali Emirati Arabi Uniti e Turchia – hanno appoggiato rispettivamente l’Eln e il Gna attraverso forniture illegali di armi e diretto sostegno militare in attacchi contro i civili o che hanno avuto conseguenze sui civili. Sono inoltre emerse prove sempre più ampie sulla partecipazione al conflitto di mercenari russi accanto all’Eln.

Amnesty International continua a sollecitare le due parti in conflitto a porre immediatamente fine agli attacchi indiscriminati e sproporzionati, attenersi rigorosamente alle norme del diritto internazionale umanitario, indagare sulle denunce di violazioni dei diritti umani e cessare d’impiegare armi esplosive con effetti ad ampio raggio.

Agli altri partecipanti al vertice di Berlino, Amnesty International chiede di rispettare l’embargo sulle armi e di collaborare con il Consiglio Onu dei diritti umani per favorire l’urgente istituzione di una commissione d’inchiesta, o di un meccanismo simile, con lo scopo di conservare le prove dei crimini di guerra e di altre violazioni dei diritti umani e di aprire la strada verso la giustizia e la riparazione del danno per le vittime e per i loro familiari.

C’è poi la questione specifica delle migliaia di migranti e dei rifugiati intrappolati nei centri di detenzione libici (uno dei quali, nella foto di apertura, bombardato a luglio), anche grazie alla collaborazione dei governi europei, a proposito dei quali arrivano in questi giorni denunce di arruolamento forzato, pena la morte, nelle varie milizie.

Per questo, agli stati dell’Unione europea che parteciperanno all’incontro di Berlino Amnesty International chiede di riconsiderare completamente la loro collaborazione con la Libia e annullare ogni misura che favorisca la detenzione di migranti e rifugiati nel paese.

Questi stati dovrebbero premere sulla Libia affinché cessi la prassi di trattenere arbitrariamente e per lunghi periodi di tempo i migranti e i rifugiati e accelerare gli sforzi per l’evacuazione di questi ultimi anche attraverso il reinsediamento o ulteriori percorsi che favoriscano la loro protezione.




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