venerdì 12 dicembre 2025 - marina bontempelli

Venezia - Al Teatro la Fenice, La Clemenza di Tito

La stagione lirica 2025-2026 apre con un titolo simbolico rispetto al momento difficile che il nostro teatro sta vivendo

 

“Se la fe’ de regni miei Coll’amor non assicuro D’una fede non mi curo Che sia frutto del timor” [Tito – La Clemenza di Tito, scena XII] Questo il monito del grande imperatore Tito, la cui umanità e senso di giustizia gli valsero l’appellativo di “amore e delizia del genere umano”, celebrato dai testi di Metastasio trasposti in musica da Mozart su libretto di Caterino Mazzolà. Un’apertura di stagione, l’ultima sotto la responsabilità dell’ex Sovrintendente Fortunato Ortombina, in grande stile con il magnifico allestimento che Paul Curran sceglie di interpretare in chiave moderna evidenziando la vicinanza tra l’esperienza del passato e l’attuale. In un’atmosfera astratta Curran sceglie di sviluppare la vicenda in un’ambientazione contemporanea costituita da scene minimaliste classicheggianti connotate temporalmente da elementi dell’Antica Roma.

Le scene di Gary McCann sono bianche, i personaggi nel primo atto agiscono in un ambiente che ricorda fortemente un museo in cui bassorilievi e statue ornano lo spazio, testimoni della Roma dell’Ottanta d.C., epoca nella quale regnò Tito. Vulnerant omnes, ultima necat (tutte feriscono, l’ultima uccide – Seneca il Vecchio - a ricordare che ogni ora che passa è un passo verso la fine) è il motto che troneggia sull’architrave, avvertimento sul tempo che tutti porta alla fine e al conseguente valore dell’equanimità. Anche i raffinati costumi, concepiti tra il contemporaneo e l’atemporale, sono di Gary McCann, che così come le luci di Fabio Barettin contribuiscono a far galleggiare chi assiste tra un passato e un presente che presentano motivi di continuità.

JPEG - 175.5 Kb

Curiose le scelte di trasformare l’incendio della città di Roma nell’esplosione di un ordigno ad orologeria con annesso conto alla rovescia digitale proiettato sul velatino e, all’inizio del secondo atto tra le macerie dell’esplosione, la presenza di un vero letto di ospedale con monitor che rileva le funzioni vitali dell’imperatore, ferito in seguito alla congiura: due momenti che strappano chi assiste dall’evanescenza astratta della messinscena ancorando al presente il contesto della vicenda.

JPEG - 841.3 Kb

La partitura presenta momenti corali e pezzi d’assieme che vivacizzano e rendono più moderna quest’opera dalla struttura seria e all’antica. Il cast vocale è di prim’ordine. Il mezzosoprano Cecilia Molinari, nell’interpretazione en travesti di Sesto, regala momenti di intensa musicalità: nuances, pronuncia chiara, nobiltà nel porgere il canto nonché superbe qualità sceniche. Anastasia Bartoli incarna Vitellia, voce agile, estesa, ma l’avevamo sentita più convincente nel ruolo di Elvira in Ernani e Odabella in Attila.

JPEG - 191.6 Kb

Il tenore Daniel Belhe è un Tito Vespasiano autorevole nel portamento e misurato nella voce. Nicolò Balducci, controtenore, convince pienamente nei panni di Annio, così come Francesca Aspromonte in quelli di Servilia. Puntuali gli interventi di Domenico Apollonio, Publio. Il Coro del Teatro la Fenice, istruito dal maestro Alfonso Caiani, ha dato ancora una volta prova di consolidata professionalità artistica così come l’Orchestra del Teatro che ha saputo assecondare in costruttiva sinergia la concertazione e il gesto del Maestro Ivor Bolton, sul podio, uno dei più rinomati direttori nel filone della musica barocca e classica. Grande successo con acclamazioni per tutto il cast. Il maestro Bolton ha voluto valorizzare con applausi personali il maestro del Coro e i solisti dell’Orchestra, Vicenzo Paci, primo clarinetto e Nicolas Palombardini, corno di bassetto.

JPEG - 1.1 Mb



Lasciare un commento