martedì 17 febbraio - marina bontempelli

Venezia – Al Teatro La Fenice, Simon Boccanegra

Il ritorno di Simon Boccanegra sul palco dove debuttò nel 1857, allora con esito infelice, è un’illuminante lezione di teatro musicale. Il nuovo allestimento firmato da Luca Micheletti – qui in veste di regista dopo aver calcato i palchi di tutto il mondo come baritono – scava nelle pieghe più oscure di un’opera che, nella versione definitiva del 1881, rimane il testamento politico e umano più dolente di Giuseppe Verdi.

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Per quest’opera dalla trama complessa e dalla musica sublime Micheletti, coadiuvato dal drammaturgo e aiuto regista Benedetto Sicca, sceglie la via dell’interiorità: la scena è dominata dal mare e dal design chiaroscurale firmato da Giuseppe Di Iorio, quasi il riflesso della coscienza del Doge. Il punto di forza dell’allestimento risiede nella visione del regista, che ha saputo rileggere il dramma di Simone attraverso la lente del teatro di Ibsen: la Genova dei Dogi diventa uno spazio-tempo indefinito, lugubre, dove il passato non passa mai, proprio come nei drammi del drammaturgo norvegese.

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L’ambientazione è stata esaltata dall’ efficace apparato visivo di Leila Fteita e sostenuto dai costumi eleganti e severi di Anna Biagiotti che sono apparsi coerenti con l’idea di temporalità sospesa. Il cast ha brillato per aderenza stilistica e drammatica. Luca Salsi, Boccanegra, dotato di uno strumento ricco di volume, colori, e nuances scolpisce ogni parola e distilla sfumature vocali con la sensibilità di chi sa abitare il dolore con umana nobiltà, confermando di essere il baritono di riferimento per questo ruolo.

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Francesco Meli, Gabriele Adorno, ha incantato sfoggiando una vocalità luminosa e fraseggio appassionato e vibrante. Alex Esposito debutta in Fiesco offrendo una lettura lontana dai cliché del basso tonante, cercando di puntare più sull’introspezione che sulla pura forza vocale. Francesca Dotto, nel ruolo di Amelia-Maria, pur palesando una lieve tensione sul registro acuto, ha dimostrato una pregevole presenza scenica e una recitazione molto curata. Hanno completato il cast con autorevolezza: Simone Alberghini, Paolo Albiani; Alberto Comes, Pietro; Safa Korkmaz, un capitano dei balestrieri; Yeoreum Han, un’ancella di Amelia. Dal podio, Renato Palumbo si conferma interprete verdiano di profonda sensibilità.

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La sua concertazione non cerca l’effetto fragoroso, ma punta alle "mezzetinte" domando l’impeto verdiano nei momenti di tensione e valorizzando il lirismo nei momenti più intimi e interiori. Molto attenta anche la gestione dei tempi che sono risultati ampi e cantabili. L’Orchestra della Fenice ha assecondato l’apprezzato maestro creando la consueta magica sinergia, presupposto imprescindibile quando si dà vita ad un’opera d’arte.

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Il Coro del Teatro La Fenice, preparato da Alfonso Caiani, è stato uno dei trionfatori della produzione. Gli importanti interventi sono stati impeccabili per intensità emotiva e amalgama, confermando l’ottimo stato di salute delle masse artistiche veneziane. Un successo pienamente meritato. Trionfatori della serata la coppia Salsi – Meli, applausi convinti per Palumbo, coro e orchestra.

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