venerdì 27 marzo - Giuseppe Aragno

Uno Stato socialmente pericoloso

Maria Edgarda Martucci, Eddi per i compagni, tornata tra noi dopo aver combattuto per la libertà dei curdi, è stata sottoposta per due anni ai vincoli della sorveglianza speciale. 

Come tutti i sorvegliati speciali Eddi non ha commesso reati ma le autorità di pubblica sicurezza pensano che potrebbe commetterne. Il provvedimento che la colpisce, quindi, si fonda sull’opinione di un funzionario e di un giudice, che, secondo criteri lombrosiani, vedono in Eddi una tendenza a delinquere.
 

Se confermata nei successivi gradi del processo, questa opinabile scienza – che riduce lo Stato e un’entità socialmente pericolosa – priverà Eddi di alcuni diritti e di buona parte della sua libertà personale. Trasformata in suddita, la cittadina incensurata Maria Edgarda Martucci si vedrà sottrarre passaporto e patente e dovrà sottostare a obblighi stringenti: comunicare alla polizia l’indirizzo di casa, da cui non potrà allontanarsi senza informare le autorità; la mattina non potrà uscire prima di una certa ora e la sera dovrà rincasare presto. Dovrà lavorare, ma senza chiedere licenze di alcun genere, potrà svolgere solo mansioni di dipendente o fare un lavoro autonomo per cui non è richiesta l’iscrizione a un albo. Nessuna riunione, nessuna manifestazione, nessun compagno sottoposto a provvedimenti di polizia e per finire, niente bettole e osterie.
 

E’ opinione di funzionari e giudici, che questo trattamento impedirà a Eddi di creare problemi di ordine pubblico. Per dirla chiara, le insegnerà – o dovrebbe insegnarle – che è pericoloso agire secondo coscienza e manifestare liberamente le proprie opinioni. Tutto legale? Sì, ma è la legalità autoritaria, quella del codice Rocco, che consente ai giudici della Repubblica antifascista di esercitare la loro funzione secondo provvedimenti di ispirazione chiaramente fascista.
 

C’è un libro uscito pochi anni fa che pare scritto solo per “specialisti” e invece dovremmo leggere tutti, per capire come possa accadere che un Tribunale della Repubblica nata dalla guerra di liberazione, giunga a condannare a due anni di sorveglianza speciale una giovane donna che – come riconosce la stessa accusa – non ha commesso reati.
Il libro, scritto da Mimmo Franzinelli e Nicola Graziano, uno storico e un magistrato, è intitolato Un’odissea partigiana e ricostruisce l’incredibile storia di alcuni combattenti della guerra di Liberazione che, quando l’amnistia di Togliatti aprì le porte ai fascisti reclusi, si trovarono a fare i conti con giudici mussoliniani dal dente avvelenato, che inquinavano i Tribunali della Repubblica. La persecuzione fu così spietata che, pur di sottrarli alla vendetta, Terracini si rassegnò a ottenere condanne giustificate dalla pazzia. Amnistie e indulti, si disse l’avvocato comunista che aveva firmato la Costituzione con De Gasperi e De Nicola, avrebbero poi provveduto a tirarli fuori dai manicomi.


 

Le cose però non andarono così e i “pazzi per la libertà” rimasero quasi tutti in manicomio, perché il codice fascista, che non abbiamo mai cancellato dalla vita della Repubblica, esclude da indulti e amnistie chi è considerato “socialmente pericoloso”. Si spiega così, con questa regola fascista che annichilisce la Costituzione quanto è capitato in questi giorni a Eddi, cha di fatto ha ripercorso la via amara di tanti partigiani.
Una esperienza di questo genere può capitare solo in un Paese come il nostro, che non ha fatto i conti col fascismo e ignora purtroppo la sua storia. Un Paese di sedicenti “liberali”, in cui è facile incontrare giudici che non conoscono il monumento levato in piazza dopo l’unità d’Italia a Santorre di Santarosa, il rivoluzionario borghese che passò dai moti carbonari, all’esilio inglese – cui l’aveva costretto un Tribunale – e incontrò la morte per mano turca, combattendo in Grecia per la libertà dei padri della democrazia.
 

Se non fossimo un popolo di “senzastoria”, Emanuela Pedrotta, Pubblico Ministero a Torino, si sarebbe guardata bene dall’utilizzare il codice penale secondo lo spirito che ispirò il fascista Rocco. La storia, maestra di vita, che trova purtroppo sempre meno allievi in grado di apprenderne la lezione, l’avrebbe indotta a riflettere, a ricordare che nel 1897, l’Italia liberale, che pure non fu modello di democrazia, non osò ricorrere al codice Zanardelli e non condannò i giovani tornati in Italia, dopo aver combattuto per la libertà di Candia, assalita dai Turchi. L’idea universale di libertà l’avrebbe fermata, benché tra quei volontari ci fossero soprattutto rivoluzionari, come il comunardo Amilcare Cipriani, Ettore Croce, futuro deputato comunista, poi perseguitato dai fascisti, e Arturo Labriola, futuro sindacalista rivoluzionario, sindaco di Napoli e ministro del Lavoro con Giolitti.
Qualora questi nomi non fossero bastati a imporle rispetto per chi difende della libertà di tutti i popoli, avrebbe certamente fatto un passo indietro di fronte al sacrificio di Antonio Fratti, giovane deputato repubblicano, partito con Cipriani, Croce e Labriola, ucciso in combattimento dai Turchi, ricordato in versi appassionati da Giovanni Pascoli e salutato dalla commemorazione rispettosa dei colleghi parlamentari di ogni parte politica. Purtroppo l’Italia d’oggi ignora la sua storia. Eddi perciò, ideale compagna del giovane Fratti, di Cipriani, Croce e Labriola, non ha trovato ad attenderla il poeta e i suoi versi appassionati, gli sguardi rispettosi del Parlamento e un popolo che le si è stretto attorno come avrebbe meritato. Per lei ci sono stati solo la ferocia del Codice fascista e un giudice che ignora la storia del suo Paese e non si inchina ai grandi valori che ci fanno sperare in un mondo migliore.
 

Centoventi anni dopo il sacrificio di Fratti, questo nostro sventurato Paese è tornato purtroppo un modello di barbarie. Io però ricordo – e mi sembrano scritte per Eddi – le parole che in quei giorni lontani ebbe a scrivere Matteo Renato Imbriani Poerio. Parole troppo presto dimenticate, che vale la pena di ripetere per Eddi:
“In cospetto di un delitto che non ha nome contro un popolo che fronteggia la barbarie dell’Europa […] sappia il popolo italiano imporre al suo governo una politica che non significhi vergogna”.
 

Sono parole che non moriranno, come vivi saranno per sempre, al di là di sentenze che si commentano da sole, i nomi e le storie di quei giovani che hanno il coraggio delle loro idee e le difendono in ogni modo possibile, come hanno fatto sui monti i partigiani.



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