giovedì 3 febbraio - Osservatorio Globalizzazione

Ucraina, crocevia d’Europa. Perché Kiev è strategica

L’Ucraina, ultima frontiera dell’allargamento europeo, è oggi un luogo di instabilità e caos. A partire dal 2014, dopo l’annessione della Crimea da parte del Cremlino, è iniziato un sanguinoso conflitto nella regione del Donbass, che dura ancora oggi. Quali sono le ragioni di questa crisi e quali gli interessi in gioco?

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In primo luogo, dobbiamo prendere in considerazione la geografia dell’Ucraina. Il Paese, considerato il granaio d’Europa da Hitler e Stalin, è attraversato dal fiume Dnepr. Storicamente questo fiume ha rappresentato una frontiera naturale separando le popolazioni russofone a est, dalle popolazioni lituane, polacche e austro-ungariche a nord e ad ovest. Kiev, la capitale, si trova proprio sulle rive del fiume Dnepr. Durante il corso del XX secolo, l’Ucraina venne inclusa all’interno dell’Unione Sovietica (precisamente nel 1922) attraverso un processo di integrazione a marce forzate, collettivizzazione delle terre e repressioni staliniane, provocando una grave carestia e più di sei milioni di morti.

Nel 1991, dopo la caduta dell’Unione Sovietica, l’Ucraina ottenne finalmente l’indipendenza. La sua posizione geografica e strategica ha permesso all’Ucraina di stabilire relazioni sia con l’UE, sia con la Russia. Tuttavia, mantenere la neutralità tra questi due attori è impresa pressoché impossibile. Nonostante una parte della popolazione ucraina sia favorevole a rafforzare le relazioni con l’Occidente, la Russia rimane ancora oggi una presenza molto influente, per ragioni storiche, economiche, culturali e religiose. D’altro canto, la stessa etimologia della parola ucraina significa terra di confine. 

Subito dopo l’indipendenza, Kiev dovette affrontare importanti divisioni interne. Queste divisioni si caratterizzarono soprattutto sulla lotta di influenza tra Europa e Russia sulla questione del gas. Il 18% del gas che arriva in Europa, proviene dai giacimenti russi, e viene trasportato attraverso l’Ucraina, la quale ne dipende per circa il 65% delle importazioni dalla Russia. Il gas rappresenta un’arma molto importante per Mosca. Già nel 2006 e 2009 Putin chiuse per un periodo i rubinetti per fare pressione su Kiev e Bruxelles in risposta alla volontà di quest’ultima di rafforzare gli accordi di associazione all’UE con le ex repubbliche sovietiche. Inoltre, l’allargamento della NATO verso Paesi ex satelliti sovietici è ancora ritenuto inaccettabile da Putin. Il presidente russo auspica ancora che l’Ucraina ritorni all’interno dell’Unione Economica Eurasiatica, composta da Mosca e le ex repubbliche sovietiche, dal Caucaso all’Asia centrale. Un progetto economico e politico che doveva riaffermare il peso del Cremlino in un mondo policentrico.

In seno all’Unione Europea, vi sono pareri differenti in merito ad una possibile adesione di Kiev nell’UE. Paesi che hanno relazioni complicate con la Russia, come i Paesi baltici e la Polonia, vedrebbero con favore un avvicinamento dell’Ucraina all’Unione Europea e alla NATO, contenti di veder sradicata una volta per tutte la pulsione imperialistica di Putin. Di tutt’altro avviso sono paesi come la Francia, la Germania o l’Italia, che pur continuando a guardare con interesse alla politica di vicinato orientale, allo stesso tempo preferiscono preservare le relazioni con la Russia. In secondo luogo, una possibile adesione dell’Ucraina con i suoi 45 milioni di persone, porrebbe la questione della ridefinizione dei rapporti di potere all’interno dell’UE. Per quanto riguarda la NATO, ricordiamo che al momento non è stata presentata alcuna richiesta di adesione da parte di Kiev.

Il 2014 è l’anno di svolta. La rivoluzione di Euromaidan, culminata con l’espulsione del Presidente Yanukovyč dopo la sua decisione di non proseguire sulla via di avvicinamento all’UE. Putin, ha colto l’occasione al volo. Dopo un dispiegamento di truppe russe in Crimea, nella primavera dello stesso anno, ha invaso la penisola e dichiarato l’annessione col pretesto di voler proteggere la minoranza russofona. L’invasione della Crimea è avvenuta senza colpo ferire da parte delle forze russe, mentre l’esercito ucraino ricevette l’ordine di non aprire il fuoco. L’occupazione russa è avvenuta rapidamente e il successivo referendum del marzo 2014 ha proclamato definitivamente l’annessione della penisola alla Russia, con il 97% dei voti. Dopo questa vittoria, Putin ha iniziato a costruire un ponte sullo stretto di Kertch per collegare la Crimea alla Russia. La Crimea rappresenta per la Russia una penisola strategica e Putin si è assicurato innanzitutto l’accesso alla base navale di Sebastopoli, sede storica della flotta russa. Data la stagnazione economica che dilagava in Russia, il consenso attorno all’operato di Putin andava sempre più a picco. Tuttavia, dopo l’annessione della Crimea, Putin poté riguadagnare consenso agli occhi dell’opinione pubblica russa. 

Tuttavia, la penisola di Crimea rimane un territorio di fondamentale importanza anche per l’Ucraina, soprattutto per ragioni economiche. Dopo l’annessione russa, Kiev si è vista sottrarre gran parte della sua zona economica esclusiva sul Mar Nero, zona nella quale è possibile trovare ricchi giacimenti di gas. Inoltre, l’approvvigionamento di acqua dell’intera penisola passa attraverso il canale a nord della Crimea. 

Ed eccoci al conflitto in Donbass, Subito dopo l’annessione è scoppiato un conflitto in questa regione di confine, abitata da una forte presenza russofona. Il conflitto è stato scatenato da forze paramilitari e i separatisti hanno dichiarato la secessione di due territori, precisamente Luhanks e Doneck, ed hanno proclamato l’indipendenza. Mosca, ha risposto con un dispiegamento di militari al confine col Donbass.

Un primo passo verso la riconciliazione, si ebbe nel settembre 2014, con gli accordi di Minsk in Bielorussia. Questi accordi stabilirono un cessate il fuoco e il ritorno della regione del Donbass sotto la sovranità ucraina, tuttavia, la Crimea non venne contemplata. Il presidente ucraino Zelenski ha più volte dichiarato che «La Crimea è l’Ucraina». 

La crisi ucraina è il risultato di un contrasto che dura apertamente dal 2014. Negli ultimi anni, Kiev ha ricevuto ingenti aiuti militari da parte dell’Occidente (2,7 miliardi di dollari di aiuti ricevuti dagli Stati Uniti dal 2014), riaccendendo in questo modo le preoccupazioni russe di un possibile nuovo riavvicinamento alla NATO. Come riportato sopra, dopo crollo dell’Unione Sovietica, l’allargamento della NATO ai vecchi satelliti sovietici è stato inteso da Putin come una minaccia alla sicurezza russa. 

In riposta a questa minaccia, Putin ha recentemente chiesto garanzie circa la limitazione delle azioni NATO nella regione, compreso il divieto di ulteriori allargamenti, il ritiro di missili e di forze militari in quei Paesi che hanno aderito all’Alleanza dopo il 1997 (Paesi che comprendono gran parte dell’Europa orientale, dai Paesi baltici ai Balcani). La risposta occidentale a queste richieste, intese quasi come se fossero un ultimatum, è stata ovviamente negativa, il che solleva interrogativi sulla possibilità di una soluzione diplomatica.

Il Cremlino, dal canto suo, nega di voler invadere l’Ucraina, accusando l’Occidente di fomentare una propaganda infondata e isterica. Tuttavia, il fronte occidentale sta intensificando i preparativi. Gli Stati Uniti hanno allertato 8500 unità, mentre i membri della NATO hanno inviato aerei e navi da guerra in Europa orientale e nel Mar Nero. Per contro, la Russia ha annunciato esercitazioni navali nel Mediterraneo, nell’Atlantico e nel Mare del Nord, dispiegando oltre 140 navi da guerra e almeno 10 mila soldati. Tra due settimane, Mosca potrebbe contare su un esercito, stimato tra 130 e 200 mila unità, posto sul confine ucraino da nord a sud-est.

Quali sono gli altri attori coinvolti nella regione? Innanzitutto la Turchia. Sebbene quest’ultima condivida interessi comuni con il Cremlino in altri teatri internazionali, Ankara non intende permettere alla Russia di esercitare un controllo esclusivo sul Mar Nero. Inoltre, Erdogan si è rifiutato di riconoscere l’annessione della Crimea, invocando come pretesto la protezione della minoranza tatara. In secondo luogo, per quanto riguarda le sinergie militari tra Turchia e Ucraina, basti ricordare il partenariato firmato nel 2016 per la fornitura di droni armati a Kiev. Ma non è finita qui. Il presidente Erdogan tenta di destreggiarsi in balletti diplomatici, tentando di porsi come mediatore tra Putin e Zelenski. L’obiettivo è trovare una soluzione diplomatica alla crisi ed evitare un conflitto militare, ma soprattutto riaffermare il peso politico della Turchia.

L’Unione Europea, rimane ancora alla ricerca di una posizione comune, e probabilmente si accoderà alle sanzioni statunitensi, in caso di attacco militare russo. Tuttavia, gli atteggiamenti degli Stati membri restano divisi. Per esempio, la Ministra degli esteri tedesca, Baerbock, si è recata a Mosca per incontrare il suo omologo Lavrov, al fine di ottenere assicurazioni sulla fornitura di gas. Inoltre, la Germania ha dichiarato che non fornirà aiuti militari all’Ucraina, ma solo aiuti economici, nonché oltre 5000 caschi da combattimento e un ospedale militare.

Altri Paesi invece, come l’Ungheria, hanno deciso di tirarsi fuori dalla questione ucraina. Sono noti infatti i legami Orban e Putin, il quale ha inviato due milioni di dosi di vaccino Sputnik all’Ungheria. L’Eliseo invece, ha più volte chiesto un dialogo con la Russia, indipendentemente dagli sforzi diplomatici americani. Il presidente Macron vuole ridare vita ai colloqui a quattro tra Germania, Francia, Ucraina e Russia, al fine di dimostrare la capacità di esercitare un’autonomia strategica europea ovviamente a guida francese.

Si aggiunge anche la Cina. Il presidente Xi Jinping ha chiesto a Putin di rinviare l’invasione per non penalizzare i Giochi olimpici invernali di Pechino dal 4 al 20 febbraio. Mosca e Pechino hanno negato l’esistenza di tali discussioni. Inoltre, in autunno avrà luogo il 20esimo congresso del Partito Comunista che dovrebbe confermare il presidente Xi Jinping a capo del partito per altri 5 anni. Questo è il motivo per cui Xi Jinping vuole evitare sorprese per i prossimi 12 mesi e concentrarsi sulle questioni interne.

Poiché il presidente cinese deve affrontare le diverse fazioni interne al partito, intende concentrare le sue energie sul successo dei Giochi olimpici e sulla ripresa economica. Inoltre, dopo la crisi del 2014, Putin e Xi Jinping si sono avvicinati per trovare un modo di superare insieme le sanzioni imposte dagli occidentali. Infine, Russia e Cina puntano a superare l’unilateralismo americano dell’attuale ordine internazionale, auspicando una struttura internazionale multilaterale, dove Mosca e Pechino possano giocare da protagonisti. 

Per concludere, la diplomazia resta in prima linea per trovare una soluzione con la convinzione che un conflitto militare non giovi a nessuno. Una guerra tra Russia e Ucraina avrebbe effetti economici devastanti sia in Europa che in Russia. Sebbene la superiorità militare russa sia inequivocabile, un conflitto armato con l’Ucraina provocherebbe numerose vittime da entrambe le parti e un calo del sostegno dell’opinione pubblica nei confronti di Putin. I toni restano alti, ma le settimane a seguire saranno cruciali per poter arrivare ad un accordo.

Foto: Wikipedia




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