martedì 10 novembre - Enrico Campofreda

Turchia, il primo genero del presidente lascia le Finanze

Cinque anni da ministro, dal 2015 al 2018 dell’Energia, negli ultimi due alle Finanze, ma da ieri Berat Albaykar, marito di Esra, secondogenita di Recep Tayyip Erdoğan, non ha incarichi. S’è dimesso. Ufficialmente per motivi di salute e per star accanto ai familiari (con Esra hanno quattro figli) che avrebbe troppo trascurato per la troppa dedizione alla politica. 

Bisognerà vedere se il presidente-suocero accetterà la conversione casalinga. Le dimissioni del responsabile dell’Interno Soylu furono rifiutate e il ministro è stato costretto a proseguire nell’incarico. Mentre già si solleva l’eco nostalgico affinché Albaykan non lasci: “Il nostro Paese, il nostro popolo ha bisogno di lui” ha dichiarato il ministro dei Trasporti Sayan, uno dei fedelissimi dell’Akp e del presidente. Eppure c’è chi valuta la mossa come un’epurazione per porre freno a un dissesto finanziario senza pari. Due giorni addietro l’attuale signore della Turchia aveva licenziato il governatore della Banca Centrale Uysal, sostituendolo con l’ex ministro delle Finanze Agbal. Girandola d’incarichi fra disarcionati, poiché anche Agbal era stato rimosso dal dicastero per far spazio proprio ad Albaykan. Come fanno notare gli analisti di settore la situazione finanziaria turca è allarmante, l’inflazione corre al 15%, molte imprese sono indebitate, il valore monetario è ai minimi storici. Le ricette per farvi fronte si sono succedute con repentine mosse anche inverse, aumentando e abbassando i tassi d’interesse. Quest’anno la lira turca ha perso più del 40% di valore nei confronti del dollaro statunitense. Il rapporto import-export registra un divario negativo, ben oltre le cadute provocate ovunque dalla pandemia Sars CoV2. La Banca Centrale ha promesso di provvedere alla liquidità degli istituti di credito. Vari economisti criticano la posizione di Erdoğan che ora chiede bassi tassi d’interesse, vuole che le banche elargiscano prestiti a buon mercato per rilanciare crescita e consumi.

Dalla cancelliera Merkel giungono un consiglio e una rassicurazione: la richiesta di garantire l’indipendenza alla Banca Centrale turca e la certezza che nessun Paese, europeo ed extra, desideri destabilizzare l’economia di Ankara. Invece Erdoğan in sessioni internazionali e in comizi locali ha affermato che la caduta del valore monetario della lira sui mercati sia frutto di “terrorismo economico”. Ovviamente fa il suo gioco, evitando di valutare errori propri e del genero, però che un pezzo di geopolitica sia stata gettata nella finanza monetaria dal presidente che non se ne vuole andar via dalla Casa Bianca, può rispondere a verità. Più d’un analista sostiene come la pressione sulla lira turca sia aumentata dallo scorso settembre anche a seguito della mancata estradizione del pastore statunitense accusato di terrorismo dall’Intelligence anatolica. Del resto, davanti a tanto abbandono di orientamenti politici nell’area bollente siriana, seguito all’incarico di Trump, il presidente turco e l’omologo russo hanno dato vita a scontri e incontri fino ad accordi economico-energetici e strategico-militari. Washington non ha gradito e, secondo Erdoğan, la vendetta sarebbe stata sciorinata con le turbolenze monetarie. Quanto queste posizioni potrebbero mutare con l’amministrazione Biden, è questione tutta da verificare. Su Albaykar resta il dubbio se si tratti di bocciatura o tutela. Il sultano protegge il clan familiare, soprattutto quando da esso riceve coperture e vantaggi. E Berat è stato aggregato per linea matrimoniale, doppiamente vantaggiosa: per il leader che si contorna di soggetti fidati in via parentale e per il virgulto salito presto nell’iperuranio del potere. Figlio d’un giornalista diventato egli stesso politico, Albaykar dopo una laurea in economia a Istanbul e la specializzazione a New York, era entrato nella Çalık Holding, vera potenza dell’imprenditoria turca impegnata nei settori energetico, estrattivo, edile, immobiliare, tessile, di telecomunicazioni e finanza tout court.

Il giovane ci si accomoda, sino a diventarne nel 2007 amministratore delegato, i detrattori sostengono in virtù del precedente matrimonio con Esra. Chiacchiere a parte, la carriera di Berat è tutta in ascesa e dallo staff del primo ministro, intanto diventato presidente, entra nel partito di governo con un’elezione parlamentare nel giugno 2015, subito ripetuta e confermata nel novembre dello stesso anno. In quell’occasione il premier Davutoğlu lo nomina ministro nel settore energetico. Col progetto “National energy an mine strategy paper” il periodo è ricordato per gli stratosferici investimenti di aziende elettriche che hanno anche accumulato miliardi di debiti per fondi presi in prestito sul mercato finanziario. Analisti del settore ritengono che questa sia stata una delle zavorre del debito della lira turca a partire dal 2018. Ben al di là degli attuali presunti ostracismi monetari mondiali. Proprio nel giugno di quell’anno il genero del presidente rientra nel Meclis messo a punto dalla nuova Costituzione e dopo pochi giorni il suocero Recep, lo nomina responsabile del dicastero di Finanze e Tesoro. Immediate le dimissioni da deputato (per incompatibilità d’incarichi in base ai dettami della Carta costituzionale) e choc delle cronache finaziarie con la lira turca che scricchiola e perde circa il 4% del suo valore sui mercati. C’è anche un Albaykar ‘segreto’, quello coinvolto in fughe di denaro verso paradisi offshore per evitare il pagamento di tasse alla Çalık Holding, iniziativa non proprio patriottica visti mancati introiti dell’erario statale. Ben peggiori le accuse ricevute per contrabbando di petrolio derivante dai traffici dello Stato Islamico nel periodo del sedicente califfato di Al Baghdadi. Le contestazioni provenivano da fonti russe, durante il braccio di ferro fra Mosca e Ankara nei territori siriani, ed erano state riprese da alcuni esponenti del partito repubblicano. Il governo turco ha sempre rigettato gli addebiti parlando di macchinazione.

Enrico Campofreda

 




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