lunedì 23 gennaio - Enrico Campofreda

Turchia elettorale, le mosse del sultano

Con l’anticipo tattico d’un mese delle elezioni politiche e presidenziali turche (si voterà il 14 maggio) Recep Tayyip Erdoğan, oltre a proporre una sua terza candidatura al vertice dello Stato e a sperare nell’impedimento per l’avversario più temibile, il repubblicano İmamoğlu, cerca di tarpare le ali agli oppositori con l’ausilio della politica estera e sociale. 

Le amministrative del 2019 che avevano segnato una critica battuta d’arresto per l’Akp (Partito della Giustizia e Sviluppo) che aveva perso la guida delle maggiori città, avevano anche evidenziato lo scontento popolare per le misure d’accoglienza dei rifugiati siriani. Nell’amata Istanbul, dove si contano oltre 600.000 profughi, una fetta dell’elettorato islamico aveva punito il grande capo disertando le urne o addirittura votandogli contro. Non accettava la linea con cui il presidente ha fatto della Turchia un grande hub per 3.6 milioni di cittadini siriani. In quei seggi primeggiò proprio İmamoğlu, attuale primo cittadino della metropoli sul Bosforo, incappato all’epoca in una polemica con alcuni funzionari pubblici che è diventata motivo di condanna e interdizione dall’attività politica per due anni e sette mesi (è in corso l’appello). Il partito repubblicano la ritiene pretestuosa, un modo per bloccare il maggior candidato dell’opposizione per la guida della nazione. L’ennesimo strumento giudiziario, che già ha interdetto alla politica capi di partito, come accadde al co-presidente dell’Hdp (Partito Democratico dei Popoli) Demirtaș, detenuto dal 2016 con la grave accusa di fiancheggiamento del terrorismo.

Ora Erdoğan si fa sotto e rilancia. Parla d’un milione di rimpatri “volontari” di cittadini siriani, “con 540.000 già rientrati nelle aree regionali che abbiamo messo in sicurezza” aveva twittato a fine 2022. Si tratta delle zone di confine dove dall’autunno 2019 è attivo il pattugliamento armato dell’esercito di Ankara. Frutto dell’accordo operativo per la sicurezza nel nord della Siria attuato con Putin e tacitamente con Asad, a tutto svantaggio del territorio e delle genti del Rojava che di fronte all’avanzata dei carri armati turchi si sono ritirate a ridosso della frontiera orientale del Kurdistan propriamente detto. Verso le Unità di protezione popolare (Ypg) alla stigmatizzazione e all’accusa d’essere una costola del Partito dei lavoratori del Kurdistan (Pkk), fuorilegge in Turchia e non solo, s’aggiungono sospetti e addebiti di responsabilità sull’attentato che ha insanguinato İstiklal Çaddesi nello scorso novembre. Il richiamo securitario a tutela della popolazione trova consensi diffusi, non solo fra gli elettori dell’Akp, la risistemazione dei siriani oltre i confini meridionali del Paese viene già apprezzata, sono due punti forti del programma elettorale erdoğaniano che deve far fronte alle turbative di un’inflazione al 60%. Inutile dire che i profughi ricollocati non sono certo felici di tornare sotto un regime responsabile, al pari dell’islamismo islamico, del proprio dramma lungo un decennio. 

Enrico Campofreda

 

 

 




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