giovedì 6 dicembre - Oggiscienza

Tubercolosi negli anziani, un problema sottostimato

Buona parte dei nostri nonni può aver avuto almeno un parente stretto affetto da TBC senza saperlo ed essersi infettato. Ma la malattia è ancora associata quasi solo ai migranti.

Cristina Da Rold

SALUTE – Negli ultimi tempi si è ricominciato a parlare di tubercolosi (TBC) a livello di media, ma non nel modo corretto. Il tema TBC è legato pressoché unicamente al tema degli sbarchi e ai migranti, tacciati di essere untori e rei di reintrodurre la malattia in un paese come l’Italia dove questa non era più considerata un pericolo da diverso tempo.

Ci sono diversi errori in questo scenario, a partire dal fatto che la tubercolosi, sebbene non rappresenti più un problema per la salute pubblica come era cinquant’anni fa, in realtà non se ne è mai andata. Il numero dei casi è stabile a 4.000 nuovi casi per anno da circa 10 anni, che equivale a circa 10 nuovi casi al giorno in tutta Italia. Più della metà dei casi sono in persone nate all’estero, ma non necessariamente migranti irregolari.

L’altra metà sono tra i nati in Italia e un buon numero sono anziani, persone nate cioè prima degli anni quaranta, che nonostante non abbiano mai manifestato segni evidenti di malattia, potrebbero essere state infettate, risultare portatrici della malattia latente e riattivare l’infezione in età avanzata.

La TBC non riconosciuta nell’anziano

“Il fenomeno della TBC non riconosciuta negli anziani è realmente presente” racconta Daniela Cirillo, capo dell’Unità di Patogeni batterici emergenti dell’Ospedale San Raffaele di Milano. “Il batterio della Tubercolosi, il Mycobacterium tuberculosis, può rimanere latente per decenni e riattivarsi in età avanzata, quando il sistema immunitario si indebolisce per l’età e le malattie anche croniche associate all’invecchiamento”.

Il problema è che in molti casi non si pensa subito alla tubercolosi quindi la diagnosi è tardiva, e in alcuni casi la scoperta è legata a reperti autoptici. Oggi le autopsie nell’anziano vengono fatte molto raramente per cui è difficile dire quanto può essere sottostimata la tubercolosi.

“Naturalmente le persone infettate in tempo di guerra stanno oggi morendo per vecchiaia per cui questo fenomeno è destinato a diminuire nel tempo per cause naturali. Comunque dobbiamo tener presente che buona parte dei nostri nonni può aver avuto almeno un parente stretto affetto da TBC senza saperlo; e essersi infettata per cui ancora oggi utilizzare lo stesso apparecchio dell’aerosol del nonno anziano potrebbe non essere una buona idea.

dati ISS mostrano che nel cinquantennio dal 1955 al 2008 il numero annuale di casi di TBC registrati nel sistema di notifica nazionale è passato da 12.247 a 4418. Il tasso grezzo annuale è passato da 25,3 casi per 100.000 abitanti a 7,4/100.000 con un decremento pari a circa il 64% del numero di casi e di circa il 71% dell’incidenza, mentre quello di mortalità è diminuito da 22,5 per 100.000 nel 1955 a 0,7/100.000 nel 2006. Si tratta di un buon trend, ma non sufficiente per arrivare a eliminare la malattia.

Il paziente italiano e gli altri

“Il problema è che quando il paziente è italiano non pensiamo quasi mai alla TBC, specie se non compaiono i classici sintomi, e si finisce diagnosticare la presenza della malattia con molto ritardo, anche se sarebbe sufficiente una lastra del torace e un esame microbiologico sull’escreato”.

Se davanti ci troviamo invece uno straniero che tossisce, il primo pensiero è che sia portatore della malattia. In molti casi è così, dal momento che nei paesi di origine la malattia è più endemica rispetto all’Italia. La malattia è curabile per cui la cosa più importante è riconoscerla prontamente e offrire le cure adeguate in modo da circoscrivere il problema senza allarmismi.

Se osserviamo i dati pubblicati quest’anno da ECDC e relativi al 2016 notiamo anzitutto che abbiamo un tasso di incidenza e un numero assoluto di casi di TBC inferiori a quelli di Germania, Francia, Spagna e Regno Unito. Se da un lato l’allarmismo verso “migrante untore”in Italia non è giustificato, dall’altra è fondamentale destinare risorse per individuare molto precocemente i casi ed evitare focolai epidemici.

Vale la pena soffermarsi sul tema delle vie di trasmissione della TB, ampiamente oggetto e soggetto di disinformazione, a partire dalla recente vicenda della nave Aquarius di Medici Senza Frontiere, accusata di non aver smaltito correttamente gli abiti delle persone migranti soccorse in mare, alimentando l’idea fra la popolazione che questi abiti potessero essere una bomba batteriologica anche per la diffusione della tubercolosi.

Non è così. “Fatto salvo che i rifiuti sanitari devono essere smaltiti correttamente, è ridicolo pensare che possa attivarsi un focolaio di contagio da essi. Anche qualora fossero appartenuti a una persona malata di tubercolosi, non avrebbero potuto diventare veicoli di contagio. La malattia si trasmette per via aerea e gli abiti non contagiano l’aria” spiega Cirillo.

Lo spettro dell’antibioticoresistenza

Il reale problema riguardante la tubercolosi oggi è invece il fenomeno dell’antibioticoresistenza, la cosiddetta TB-MDR. Il fatto cioè che vi siano ceppi del batterio della TBC resistenti ai farmaci e quindi potenzialmente mortali per l’uomo.

“Proprio due mesi fa l’OMS ha pubblicato delle nuove linee guida per il trattamento della TBC multiresistente attraverso i nuovissimi antibiotici per i quali ancora non si è sviluppata resistenza, ma chiaramente è solo una questione di tempo perché diventino inutili anche questi ultimi. Inoltre questi nuovi trattamenti sono più lunghi (da 6 a 9-24 mesi) e più costosi (da poche a molte migliaia di euro ciascuno).

Se si vuole davvero controllare la malattia bisogna mettere in atto oltre alla diagnosi precoce, il trattamento , la prevenzione anche sistemi di sorveglianza basati sui profili genomici dei ceppi circolanti. In questo modo si può capire come e dove avviene la trasmissione. Il monitoraggio va fatto a livello nazionale e non solo in alcune regioni come avviene già in altri paesi europei”.

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