giovedì 10 gennaio - Riccardo Noury - Amnesty International

Supercoppa italiana | Arabia Saudita, le donne allo stadio e quelle in carcere

In questi giorni il dibattito politico sull’opportunità o meno di giocare la finale della Supercoppa italiana di calcio in Arabia Saudita, in programma a Gedda il 16 gennaio, ruota intorno alla divisione dello stadio in settori a seconda del genere.

Secondo una nota diffusa dalla Lega Calcionel settore “singles” potranno accedere solo gli uomini mentre alle donne sarà riservato un settore chiamato “families”.

La Lega Calcio si è affrettata a chiarire, citando fonti saudite, che le donne potranno “arrivare” allo stadio da sole. Non è chiaro cosa accadrà all’interno dello stadio, se dovranno essere accompagnate da un parente stretto di sesso maschile. Lo scopriremo probabilmente solo il giorno della partita.

Il tema è importante, non c’è dubbio. Ma va detto che in Arabia Saudita la discriminazione nei confronti delle donne non si esaurisce all’interno degli stadi ma riguarda ogni aspetto della loro vita pubblica. Se solo di recente è stato abolitol’odioso divieto di guida ed è di ieri la notizia che le donne saranno informate con un sms che i loro mariti hanno ottenuto il divorzio, resta l’obbligo per le donne di chiedere l’autorizzazione al loro “tutore” per ogni importante decisione riguardo alla loro vita, dal lavoro agli studi, dal matrimonio a – persino – gli interventi chirurgici.

Quasi nessuno, a parte i giornalisti e gli attivisti che da mesi chiedono che la partita Juventus – Milan non venga giocata in Arabia Saudita, ha sollevato il problema delle donne che languono da mesi nelle prigioni del regno.

A partire da maggio, sono state arrestate diverse note attiviste e promotrici di campagne per i diritti umani. Tra loro figurano Loujain al-Hathloul, Iman al-Nafjan e Aziza al-Yousef. Molte di loro sono tuttora in prigione senza che sia stata formalizzata alcuna accusa e rischiano fino a 20 anni di prigione se processate dal tribunale anti-terrorismo.

Sono in carcere anche Samar Badawi e Nassima al-Sada.

Samar Badawi è la sorella di Raif, il blogger condannato a 10 anni di carcere e a 1000 frustate, 50 delle quali già eseguite (ne parleremo tra due giorni), per aver pubblicato un sito nato per favorire il dibattito pubblico.

Nassima al-Sada ha svolto campagne nella Provincia orientale in favore dei diritti civili e politici, dei diritti delle donne e di quelli della minoranza sciita che vive nell’est del paese. Nel 2015 si è candidata alle elezioni locali ma la sua candidatura è stata respinta. È stata anche protagonista della campagna per il diritto delle donne di guidare e per la fine del sistema repressivo del tutore maschile.

Nonostante i reiterati tentativi delle autorità di Riad di mostrare l’immagine di un paese che sta attuando riforme ‘modernizzatrici’, la realtà è che continuano gli arresti degli attivisti e delle attiviste che portano avanti la loro azione in favore dei diritti umani in modo del tutto pacifico.

Al di là dell’assegnazione dei posti negli stadi, nell’Arabia Saudita del principe della Corona Mohamed bin Salman non c’è posto, se non in carcere, per chi difende i diritti umani.




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