giovedì 5 maggio - Osservatorio Globalizzazione

Storia, propaganda, mistificazioni: il mosaico della guerra in Ucraina

Dal suo inizio la crisi russo-ucraina, oggi aperto conflitto, ha determinato, come spesso avviene per gli avvenimenti storici più importanti, diverse interpretazioni o chiavi di lettura, che hanno finito per tradursi in veri schieramenti, prerogativa, questa, decisamente marcata in Italia.

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 Trattandosi di un evento la cui portata, per le sorti dell’Europa e della concezione del mondo cui siamo abituati, appare subito decisiva, la logica degli schieramenti, che spesso tradiscono vecchie ideologie e, in alcuni casi, vecchie nostalgie, produce visioni del conflitto che tendono a tralasciare gli elementi più importanti, per fare spazio alle più disparate analisi prodotte ricorrendo a fonti discutibilissime (social network, fake news, dichiarazioni di presunti esperti, ricostruzioni storiche basate su scricchiolanti e arbitrari nessi causali, ecc.). La lettura di qualsivoglia conflitto, però, non può fare a meno di un’analisi serrata delle dichiarazioni dei principali protagonisti, da un lato, e degli eventi stessi, dall’altro. La guerra che si è scatenata, e che minaccia terribilmente l’ordine europeo, rappresenta un esempio di guerra combattuta con ogni mezzo, registrando, soprattutto, il massiccio ricorso ai social network (questa è una novità particolarmente rilevante, almeno per l’Europa), che veicolano continuamente notizie di ogni genere, dipingendo fatti che, sia da un lato che dall’altro, si prestano, in ogni caso, alla glorificazione, al fine di far leva sul fattore emotivo e, quindi, guadagnare consenso. 

A ciò si somma il tradizionale ruolo che i media assumono durante un conflitto bellico: preziosi ingranaggi della relativa causa. Di fatto, la narrazione dei media, spessissimo, in simili contesti, si trasforma in propaganda; il che è particolarmente marcato in Russia, dove entrano in gioco anche specifiche leggi che “tutelano” la lettura della guerra data dal regime di Putin, sanzionando e punendo qualsivoglia voce discordante; mentre risulta più velato in Occidente, dove, in ogni caso, i regimi democratici non ricorrendo a forme coercitive di alcun tipo, tendono, però, a compattarsi affinché la lettura degli eventi risponda a un’accurata selezione delle notizie utili, ridicolizzando e isolando le versioni contrastanti, magari anche in presenza di evidenze empiriche. Non va mai dimenticato – ciò rappresenta una costante nella storia – che le guerre si vincono anche e soprattutto se si incontra il sostegno dell’opinione pubblica, senza il quale il rischio di sovvertimenti interni è altissimo, visto che ogni guerra richiede, in primo luogo, sacrifici e cambiamenti importanti che interessano prevalentemente la popolazione civile. Anche il ricorso a un lessico specifico, da questo punto di vista, permette di comprendere a pieno la macchina della propaganda che si è scatenata: “operazione speciale”, “denazificazione”, “genocidio”, ecc. rappresentano modi di definire diversamente quello che la realtà presenta sotto gli occhi di tutti: una guerra, che, come tale non trova giustificazione alcuna e si presenta solamente come l’ennesimo tentativo di invadere e occupare militarmente un altro stato. 

L’emorragia territoriale dell’Ucraina inizia nel 2014, con la sostanziale perdita della Crimea e dell’area orientale del Donbass, a vantaggio “de facto” della Russia di Putin, il quale risponde in questo modo (un’emblematica prova di forza) ai fatti di Euromaidan, che palesavano già una significativa rivendicazione di identità e indipendenza nei confronti della forte influenza russa, ma, al tempo stesso, anche gli enormi interessi americani e occidentali. Già in questo delicatissimo contesto è visibile la considerazione di Putin dell’Ucraina: non uno stato indipendente, ma una parte integrante della Russia, per ovvie ragioni storiche. Si tratta della stessa dura lezione impartita alla Georgia nel 2008, quando, in seguito al deterioramento delle relazioni tra i due paesi, dovuto, soprattutto, alle intenzioni del governo georgiano di allora di avvicinarsi decisivamente all’Unione Europea e all’Occidente, esasperando la causa separatista delle regioni di Ossezia del Sud e di Abcasia e alimentando disordini di ogni genere, interviene militarmente, dando avvio alla guerra d’agosto. 

Nel discorso del 21 febbraio 2022, oramai un documento storico a tutti gli effetti, Putin riconosce la statualità delle repubbliche popolari di Donetsk e Lugansk e, allo stesso tempo, ripercorre storicamente – seppur in modo piuttosto arbitrario – gli eventi che hanno portato alla nascita dell’Ucraina. Egli, a tal proposito, riporta la questione nei seguenti termini:

«È da tempo immemorabile che coloro che vivono nel sud-ovest di quella che è stata storicamente terra russa si riferiscono a se stessi come russi e cristiani ortodossi. È stato così da prima del XVII secolo, quando una porzione di questo territorio si riunì allo Stato russo, e lo è stato dopo.

In generale, noi diamo questi fatti per scontati, qualcosa di conosciuto da tutti. Eppure, è necessario dire almeno qualche parola in più in merito alle origini di questa questione: affinché sia possibile capire cosa sta succedendo oggi e per spiegare i motivi delle azioni della Russia e ciò che ambiamo a conseguire.

Dunque, comincerò dal fatto che l’Ucraina moderna è stata creata per intero dalla Russia o, per essere più precisi, dai Bolscevichi, dalla Russia comunista. Questo processo ebbe inizio subito dopo la Rivoluzione del 1917 e fu esperito in maniera estremamente brutale da Lenin e compagni – separando, recidendo quella storicamente fu terra russa. Nessuno domandò ai milioni di persone che vivevano lì cosa ne pensassero. Poi, sia prima sia dopo la Grande guerra patriottica, Stalin incorporò nell’Unione Sovietica e trasferì all’Ucraina alcune terre in precedenza appartenute a Polonia, Romania e Ungheria – nel fare ciò, diede alla Polonia una parte di quella che era stata tradizionalmente terra tedesca come risarcimento. E nel 1954, per qualche motivo, Krusciov prese la Crimea dalla Russia e la diede all’Ucraina. È così, in effetti, che si è formato il territorio dell’Ucraina attuale.

[…] Quando si parla del destino storico della Russia e dei suoi popoli, i principi di sviluppo statale di Lenin non erano soltanto degli sbagli: erano, come si dice, peggio di uno sbaglio. E ciò è divenuto palese dopo la dissoluzione dell’Unione Sovietica nel 1991. […] In effetti, come ho già detto, l’Ucraina sovietica è il risultato delle politiche bolsceviche e può essere giustamente definita “l’Ucraina di Vladimir Lenin”. Lui è stato il suo creatore e il suo architetto.»

Emerge, pertanto, una chiara presa di posizione da parte di Putin, che, certamente, gli ucraini non potrebbero accettare, andandone di mezzo l’indipendenza decisa e conquistata nel 1991. È quasi come se questa nazione fosse nata per sbaglio o quantomeno dovesse i suoi natali a una serie di errori di valutazione da parte dei bolscevichi. Ciò è recepito come minaccia anche da tutte le altre realtà sorte dalla dissoluzione dell’Unione Sovietica o gravitanti intorno a essa, le quali, avendo sperimentato, nella loro storia, le pesantissime ingerenze russe, hanno, da tempo, abbracciato la causa europea e atlantista, come deterrente contro lo scomodo vicino. Tutto ciò è ancora più chiaro dall’iniziativa di stati quali Svezia e Finlandia, che, rompendo la tradizionale politica di neutralità, in queste settimane, hanno reso evidente l’intenzione di entrare nella NATO. E sebbene per l’Ucraina questa strada, al momento, sia impraticabile, si registrano importantissimi segni di apertura, nonché veri impegni, da parte di Bruxelles, per una storico ingresso di questo martoriato paese nell’Unione Europa, attraverso una procedura speciale. In buona sostanza, la disastrosa iniziativa di Putin ha sortito l’effetto di compattare in funzione antirussa tutte queste realtà, spingendole, ancora di più, verso l’Occidente. Si può benissimo affermare che l’effetto domino prodotto, per la Russia, è nettamente opposto e peggiorativo rispetto a quanto auspicato e rivendicato inizialmente; non solo, tutta l’Europa, infatti, sotto la spinta degli Stati Uniti, che hanno fiutato l’occasione di ridimensionare significativamente lo storico rivale e subentrare a esso nel mercato del Gas europeo, è ferma nell’intraprendere misure e provvedimenti sempre più drastici nei confronti della Russia, anche a un altissimo costo. Gli Stati Uniti, dal canto loro, vedono nella disastrosa condotta russa del conflitto grandi opportunità in termini economici e geopolitici; di qui, le durissime ed esplicite parole e accuse rivolte, in più occasioni, da Biden a Putin, che allontanano qualsiasi soluzione diplomatica. 

Certamente, solo per una questione tecnica, non si può parlare di stato di guerra per l’Europa, ma, alla luce dei fatti, raccontati bene e meglio dai provvedimenti che si stanno adottando, la guerra è già iniziata. È sempre più chiara, in un così delicato contesto, l’intenzione di portare avanti e di alimentare, ulteriormente, il conflitto in Ucraina, evitando, per il momento, soluzioni diplomatiche che scontenterebbero le aspettative dei maggiori protagonisti. Inoltre, i grandi mediatori internazionali (assenti ingiustificati) o sono “indirettamente” coinvolti (Stati Uniti e Cina, la quale, ancora una volta, ha fatto dell’ambiguità il proprio vessillo), e quindi intenti a speculare su una guerra che, giorno dopo giorno, rivela orrori e nefandezze di ogni tipo, puntualmente negati dagli artefici, o, alla prova dei fatti, si dimostrano terribilmente sterili e impreparati nel produrre soluzioni degne di questo nome, a causa di evidenti limiti (Turchia) o di anacronistici meccanismi (ONU). In questo scenario caotico, destinato a produrre pesantissime eredità – la corsa agli armamenti è già iniziata; l’embargo a carbone, gas e petrolio russi, pure –, pesano come macigni le parole del pontefice, il quale ha intuito meglio di tutti la delicata situazione, condannando, a più riprese, la guerra e l’atteggiamento assunto dai principali soggetti. 

«Certe scelte non sono neutrali: destinare gran parte della spesa alle armi, vuol dire toglierla ad altro, che significa continuare a toglierla ancora una volta a chi manca del necessario. E questo è uno scandalo: le spese per le armi. Quanto si spende per le armi, terribile!» 

«Tutto questo è disumano! Anzi, è anche sacrilego, perché va contro la sacralità della vita umana, soprattutto contro la vita umana indifesa, che va rispettata e protetta, non eliminata, e che viene prima di qualsiasi strategia!»

«Nell’attuale guerra in Ucraina, assistiamo all’impotenza dell’Organizzazione delle Nazioni Unite.»

«Si depongano le armi. Si inizi una tregua pasquale, ma non per ricaricare le armi e riprendere a combattere, no, una tregua per arrivare alla pace, attraverso un vero negoziato, disposti anche a qualche sacrificio per il bene della gente. Infatti, che vittoria sarà quella che pianterà una bandiera su un cumulo di macerie?»In considerazione delle diverse posizioni assunte, gli scenari sono aperti e, purtroppo, imprevedibili. Senza una concreta intenzione di trovare una soluzione diplomatica, il rischio reale è quello di una “escalation” del conflitto, che potrebbe durare altri mesi o, in una prospettiva più fosca, anche anni (come sottolineato dal segretario generale della NATO, Jens Stoltenberg), trascinando, inevitabilmente, altri paesi in guerra. L’Ucraina, dunque, potrebbe conoscere una sorte similare a quella della Siria. Dall’altra parte è evidente il fallimento della guerra di Putin, che, di certo, non può più essere definita “Blitzkrieg”, giacché, giorno dopo giorno, assume le sembianze di un nuovo Afghanistan. Difficilmente, in un tale contesto, il salvabile sarà salvato con uno strategico ripiegamento dell’esercito russo sul Donbass, che si tradurrà nell’ennesima carneficina annunciata, per poi essere venduta, dalla relativa propaganda di regime, come guerra di liberazione dal nazifascismo. I confusi e incomprensibili obiettivi iniziali dell’“operazione speciale” sicuramente dovranno essere rivisti, alla luce dell’eroica resistenza degli ucraini per nulla disposti a sacrificare la loro patria. La guerra registra, però, già uno sconfitto storico e questi è proprio lo Zar, che ha trascinato la Russia in un’autentica follia suicida, a prescindere da quello che verrà sbandierato in Piazza Rossa il 9 maggio. Le lacrime di dolore del popolo ucraino, infatti, risuoneranno più forte degli “spettacoli pirotecnici” da regime totalitario, assicurando a Putin un posto in prima fila tra i mostri della storia. 

 




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