venerdì 25 agosto - Riccardo Noury - Amnesty International

Siria, la popolazione civile di Raqqa in trappola

Come a Mosul, così a Raqqa. Come mesi fa nella città irachena, ora che la battaglia per la riconquista della “capitale” e principale roccaforte dello Stato islamico in Siria entra nella fase decisiva, i civili finiscono in trappola.

Da giugno – si legge in un rapporto diffuso oggi da Amnesty International – quando è iniziata l’offensiva per riprendere Raqqa, centinaia di civili sono stati feriti o uccisi. Non è chiaro quanti siano i civili intrappolati nel centro storico di Raqqa. Secondo le Nazioni Unite, sarebbero da 10.000 a 50.000.

Il 6 giugno, le Forze democratiche siriane e la coalizione a guida Usa hanno avviato la fase finale delle operazioni per strappare Raqqa allo Stato islamico.

Sopravvissuti e testimoni hanno riferito ad Amnesty International della presenza di trappole esplosive e di cecchini dello Stato islamico che prendono di mira chiunque cerchi di fuggire e di civili usati come scudi umani, così come dei costanti colpi d’artiglieria e bombardamenti della coalizione a guida Usa, sulla base di coordinate e indicazioni fornite dalle Forze democratiche siriane.

I sopravvissuti incontrati da Amnesty International hanno denunciato che le forze della coalizione a guida Usa hanno preso di mira imbarcazioni lungo il fiume Eufrate.

Il 2 luglio il comandante delle forze della coalizione, il generale statunitense Stephen J. Townsend, aveva dichiarato al New York Times: “Spariamo a ogni imbarcazione che individuiamo”. A marzo le forze della coalizione avevano lanciato volantini in cui c’era scritto: “Daesh sta usando barche e traghetti per trasportare armi e combattenti: non li usate, stanno per essere attaccati”.

Ma attraversare l’Eufrate era e resta una delle principali possibilità per i civili di fuggire da Raqqa. Colpire ‘ogni imbarcazione’ sulla base dell’errata presunzione che ciascuna di esse avesse a bordo armi o combattenti dello Stato islamico, è risultato così un attacco indiscriminato e dunque vietato dalle leggi di guerra.

Se da un lato la popolazione civile di Raqqa sta subendo le conseguenze peggiori dei combattimenti, nelle zone controllate dallo Stato islamico a sud dell’Eufrate è in corso un altro assalto violento contro i civili, ad opera delle forze governative siriane spalleggiate dalla Russia. Nella seconda metà di luglio i loro attacchi indiscriminati hanno ucciso almeno 18 civili e ferito un numero assai più alto.

Dai dettagli forniti dai sopravvissuti, Amnesty International ritiene che le forze governative siriane abbiamo intenzionalmente sganciato bombe a grappolo e altre bombe prive di guida su aree, lungo i canali d’irrigazione dell’Eufrate, dove gli sfollati dal conflitto avevano trovato improvvisati ripari.

Numerosi testimoni hanno riferito di quattro bombe a grappolo sganciate dalle forze russe, il 23 luglio, contro il campo per sfollati di Sabkha, causando almeno 18 morti (tra cui un bambino di un anno e mezzo) e 30 feriti.

Il giorno dopo, altre bombe a grappolo sono piovute sul campo di Shurayda, due chilometri a est di Sabkha. Amnesty International ha incontrato i sopravvissuti in un ospedale locale, tra cui Usama, 14 anni, gravemente ferito all’addome e agli arti e che nell’attacco ha perso sette familiari.

Non c’è alcun dubbio – conclude Amnesty International – che i civili assediati a Raqqa stiano subendo l’orribile brutalità dello Stato islamico. Ma le violazioni commesse dallo Stato islamico non riducono gli obblighi legali delle altre parti in conflitto di proteggere i civili attraverso la selezione dei bersagli legittimi, la rinuncia ad attacchi sproporzionati e indiscriminati e l’adozione di tutte le misure possibili per ridurre al minimo i danni ai civili.

Così non è successo a Mosul e così pare non stia succedendo a Raqqa




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