martedì 16 marzo - Enrico Campofreda

Siria, come il potere disintegra un popolo

C’è un crimine morale che oscurerà a futura memoria il satrapo siriano Bashar al-Asad. E non solo per i quattrocentomila morti, i dodici milioni di sfollati interni ed esteri, cui hanno contribuito oltre alle milizie fedeli e interessate al suo potere, anche ribelli locali, jihadisti stranieri introdotti e alimentati dalla Turchia, miliziani Hezbollah, “consiglieri” iraniani e russi, mercenari di Putin, militari di Putin ed Erdoğan.

 Lui, il dottore cui gli adolescenti arrestati nei sobborghi di Da’ra dagli shabbiha, onnipresenti fantasmi del regime, avevano augurato la fine nella primavera d’un decennio fa, ha l’incancellabile colpa d’aver cancellato un popolo. Ha perpetuato la meticolosa e agguerrita macchina di potere militare, economico, familiare messa su da chi gli istillava la prassi del cinismo: papà Hafiz, il “leone di Damasco” (sulla cui operatività si può consultare l’eccellente studio di Lorenzo Trombetta: Siria, Mondadori, 2014). Così l’oftalmologo - obbligato dal fato e dal clanismo di setta a subentrare al fratello Basil, il designato alla successione presidenziale stroncato da un incidente d’auto - s’è reso, anno dopo anno più realista del sovrano padre. Perdendo per via l’idea di poter riformare qualcosa delle molte contraddizioni che l’ideologia del partito Baath aveva trasformato in dittatura personale, Bashar ha chiuso lo sguardo dietro la facciata di occhiali a specchio e baffetti, ch’è una divisa somatica che conta più delle mimetiche poi viste in azione durante la “guerra civile”.

Più delle colpe oggi rivolte dalla Gran Bretagna all’avvenente consorte Asma, tuttora cittadina di quel Paese e da questo rimproverata per il sostegno alle sciagurate operazioni contro i civili siriani ordinate dal marito-presidente, la “condanna della memoria” che dovrebbe spettare ad Asad junior riguarda la pervicace conservazione del potere davanti alla tragedia del suo popolo. Un dramma che ha certamente vari attori geopolitici, strutturati nelle citate potenze regionali e nel nefasto disegno dello Stato Islamico strangolatore anche d’un pezzo d’Iraq, ma che avrebbe obbligato un politico attento alla sopravvivenza delle diverse comunità etnico-religiose che lì vivono da secoli, a farsi da parte. Responsabile qual è, assieme alla famiglia presente e passata delle molteplici piaghe siriane. Un quadro non dissimile da altri disastri mediorientali: l’Egitto afflitto dal clan Mubarak, la Tunisia di Ben Ali, l’Iraq di Saddam Hussein, la Libia di Gheddafi. Storie sicuramente diverse, ma col denominatore comune della peggiore personalizzazione d’un potere criminale, diventato tossico per una parte della popolazione. La Storia va così, ogni dittatore ha anche i suoi adulatori interni che godono di benefici diretti e i sostenitori esterni che ricevono vantaggi da situazioni, stranianti e strazianti per i deboli abbandonati a se stessi.

Se qualche despota l’ha scampata col minimo danno, perdendo il trono non la vita, ad altri è andata male, finendo anche peggio di quanto meritassero. Invece Asad ha protettori solidi, coloro che hanno ridotto la Siria in tre, quattro pezzi, utili ai propri disegni attuali e prossimi che, comunque, garantiscono al dottore di perpetuare la sua presidenza-fantasma su una nazione stuprata. Un padre che ha disastrato i suoi figli, un oftalmologo accecato dalla sua orgia di potere e da tempo messo sotto tutela da sprezzanti protettori. Quanto somiglia a quel generale descritto nelle pagine dello scrittore di Aleppo Khaled Khalifa nel romanzo Elogio all’odio (Mondadori, 2011). “… Il culto del generale crebbe e i suoi sostenitori appesero dappertutto la fotografia che lo mostrava forte, innamorato della vita, sorridente, mentre teneva il pugno alzato come potesse diventare il liberatore di Gerusalemme. Non sembrava certo il contrabbandiere che aveva fatto quello che aveva voluto del paese insieme con i suoi uomini; non sembrava per niente l’uomo che si era immancabilmente accaparrato la parte più consistente di ogni traffico, come un ragazzino viziato al quale nessuno ha il coraggio di dire no. Il generale era diventato il simbolo di un gruppo di potere che aveva iniziato a far pesare sul paese i suoi loschi traffici. In seguito, sarebbero venuti allo scoperto i suoi scandali…

Enrico Campofreda

 

 




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