mercoledì 1 giugno - Osservatorio Globalizzazione

Simbolismo e narrazioni del conflitto in Ucraina

Sono molteplici le strategie di cui uno Stato può avvalersi per influenzare la politica internazionale. Oltre al “tradizionale” ricorso a risorse di natura militare o economica – il cosiddetto hard power, il potere muscolare – ineludibile è l’influenza esercitata, oggi più che mai, dalla comunicazione.

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Se è vero che il potere si costruisce anche grazie al racconto che se ne fa (Castells, Comunicazione e potere), allora il controllo del flusso mediatico delle informazioni, mirante a legittimare le proprie e altrui azioni e a costruire identità politiche, è un elemento irrinunciabile nella definizione del proprio ruolo e delle proprie aspirazioni nello scacchiere internazionale.

Da una modernità codificata dal codice dell’assolutezza della ragione illuministica con la R maiuscola, si passa, con il postmodernismo – sviluppatosi tra la metà e la fine del XX Secolo – a spostare l’accento sulle singolarità, sulle differenze, sulla coesistenza e collisione di realtà radicalmente diverse e multiformi. 

Il postmodernismo, anche nell’ambito delle International Relations, rifiuta qualsiasi riferimento a una realtà sottostante e unificatrice, ritenendo fondamentale l’attenzione per ciò che registra ed evidenzia il senso di frammentazione, di caos, di singolarità, di discontinuità tra le comunità umane. Con un facile scivolone valoriale, si potrebbe pensare al trionfo del relativismo in politica. Noi, siamo figli di questa fallacia retorica.

Lo Stato-nazione, in questo contesto, smette di essere un dato di fatto o di natura e diventa il prodotto di competizioni concettuali, dell’incessante produzione mitopoietica di simboli: le comunità umane si danno una connotazione immaginifica, iniziano a raccontarsi delle storie e con questi esercizi cognitivi gli spazi bianchi sulle mappe si riempiono. Non si tratta semplicemente di spostare confini o di vincere le guerre. Si ha il bisogno di raccontarle, giustificando lo stesso potere militare.

Si pone, così, la questione della legittimazione del potere stesso. Questa convalida è frutto di una visione dialogica e relazionale della politica. Possiamo qualificare come strategica una narrazione che posiziona se stessa e i propri obiettivi quando interagisce con società e popoli altri.

Tali narrative si costruiscono mediante l’organizzazione in termini sequenziali di segni, codici ed eventi al fine di strutturare una determinata interpretazione dei fatti, contando sullo storytelling nazionale pianificato a supporto di obiettivi politici internazionali.

Pur rielaborando in maniera funzionale ai propri obiettivi il passato e il presente, queste narrative sono orientate al futuro, fungono da rivendicazione identitaria riguardo il posizionamento dello Stato nell’ordinamento regionale o globale. È un incessante lavoro di definizione comunicativa del proprio abitare il mondo. Definire se stessi, risultare credibili, inondare lo spazio mediatico di storie avvincenti è una risorsa di potere; morbido, questa volta.

Se il potere, infatti, fosse traducibile essenzialmente nell’ottica della coercizione, sarebbe genericamente prevedibile e misurabile. Tuttavia, in questi mesi di crisi nel nostro vicino ucraino, di colpi di scena ne abbiamo visti parecchi. 

Bisogna valorizzare, per capire la realtà, la sua dimensione relazionale, l’idea secondo cui il comportamento degli attori può essere influenzato anche attraverso l’attrazione/cooptazione. Il potere, allora, risiede anche nell’abilità di influenzare il comportamento dei vicini, soprattutto in un contesto di interdipendenza complessa come quello attuale. La natura delle risorse intangibili che Joseph Nye – padre del moderno concetto di soft power – sostiene siano in grado di genare un potere soft è quella della cultura, dei valori politici, delle politiche estere, della leadership individuale. Queste valute del potere sarebbero la moneta di scambio della legittimità ad esistere come potenza a livello internazionale.

Possiamo dunque associare il soft power al possesso e al dispiegamento di risorse comunicative: informazione, cultura e altri elementi simbolici concorrono all’affermazione internazionale delle politiche di uno Stato. 

L’azione comunicativa godrebbe, a torto, di uno spazio autonomo nel campo delle relazioni internazionali, venendo solitamente invocata nell’ambito della risoluzione pacifica dei conflitti secondo un paradigma razionalista. Anche oggi, nella narrativa pubblica italiana e internazionale dell”‘operazione militare speciale’ di Mosca, si tende sistematicamente a separare la diplomazia dall’inivio di armi, il confronto valoriale da quello campale.

Il soft power si esplica, invece, nella mutua ottica di persuasione, identificazione e riconoscimento, lavorando sia nella definizione del contesto, sia sulla propria autorappresentazione. 

Così allora il soft power è a tutti gli effetti un programma retorico: ricomprende un insieme complesso di strategie di influenza, sviluppate in risposta ad esigenze percepite – per le quali ricopre un importante ruolo anche la costruzione rappresentazionale e mediatica – che non possono dirsi immuni dall’influenza storica e dall’impatto delle forme materiali di potere, e che dipendono dal significato intenzionalmente attribuito loro da un attore politico ben definito.

Anche la valutazione di ciò che è considerato potere morbido è frutto di una strategia comunicativa figlia del suo contesto di origine, dal momento che le teorie del soft power ispirate da Joseph Nye si basano prevalentemente su due presupposti chiave: primo, che il soft power esista principalmente per i Paesi che mostrino sistemi liberali e valori universalistici; in secondo luogo, che gli Stati Uniti siano il metro di misura per calibrarne l’impatto. Questi due presupposti sono, di fatto, problematici.

Con le dovute eccezioni, gli studi presenti in letteratura hanno finora sottovalutato il potenziale soft power dei regimi non liberali e l’attrazione esercitata da quelle entità statuali che rifiutano valori universalistici, laddove chiedono e professano invece politiche basate sul particolarismo. Guardare attraverso l’obiettivo statunitense potrebbe oscurare forme più di nicchia di esercizio del soft power, proiettate da altre aree geografiche o presunte sfere di influenza. Inoltre, dal momento che gli Stati Uniti sono unici per la portata dell’attrazione che esercitano nel mondo, questo li rende più un’eccezione che un valido parametro di riferimento.

La politica estera del Cremlino mette in questione entrambi i presupposti appena presentati. Mosca distribuisce quello che si potrebbe chiamare un soft power di nicchia, rivolto a un pubblico specifico, definito in base alla cultura, alla storia e allo stato politico attuale della Federazione.

La strategia afferma la possibilità che si instauri un soft power dal carattere non universale. In questa nicchia il regime di Putin ha fatto del conservatorismo la pietra miliare della sua narrativa strategica: date le premesse, è sensato in patria proprio perché incarna sia l’esperienza vissuta di molti cittadini russi che chiedono un rallentamento delle trasformazioni socioeconomiche e culturali post-sovietiche, sia la delusione delle élite russe nei confronti dell’Occidente liberale, e dà alla Russia una voce sulla scena internazionale che può essere ascoltata da entrambi, sostenitori e critici del conservatorismo.

La semantica dell’identità russa a riguardo è varia e puntuale: spiritualità (dukhovnost’); tradizioni nazionali (natsional’nye traditsii); radici autentiche (iskonnye korni); valori morali (moral’nye e poi nravstvennye tsennosti); codice culturale (kul’turnyi kod); bussola morale (moral’nye sterzhni); sovranità culturale (kul’turnyi suverenitet); e, soprattutto, i valori tradizionali (traditsionnye tsennosti).

Il discorso di Monaco del 2007 ha rappresentato un punto di svolta nello sviluppo della visione del mondo di Putin e nel conio dei suoi valori identitari, una pietra miliare che ha gettato le basi del suo corso internazionale i cui principi di base rimangono ancora intatti nel collegare il concetto di soft power a una nuova, più ampia, lettura della sicurezza. Il ‘mondo russo’ è la categoria metastorica per restituire la Russia a sé stessa, ricucendo il trauma del 1991 e ponendo le basi del ritorno alla geopolitica.

Individuiamo allora una coerenza nei messaggi adottati in questi mesi nei frequenti riferimenti alle tematiche della sicurezza e dell’hard power: vi è l’esigenza di fornire un’interpretazione di Stato a un fenomeno che ha assunto tratti globali e per il quale sono richieste risoluzioni internazionali, sulle quali si può costruire un’iconicità che aiuta a ricostruire scelte di sicurezza. L’Ucraina è prima di tutto un terreno di confronto simbolico.

L’architettura mediatica di Mosca, in lingua madre e tradotta in altre lingue tra cui l’inglese, calibra i contenuti in base al target di riferimento per ottenere precisi effetti cognitivi nei destinatari, con ripercussioni nel mondo reale. Sono le percezioni del Cremlino, autorità “non contestabile” dotata di massima credibilità per via del suo ruolo intestino, a guidare le narrazioni interne e esterne – di chi ha orecchie per ascoltare – per alterare la percezione della comunità, che filtra la comprensione degli eventi attraverso le teorie diffuse nel cyberspazio.

Alterando il processo intellettuale di comprensione della realtà, si determina una predisposizione emotiva e psicologica ad accettare l’immagine ricercata di uno specifico frame.

La società europea tutta è messa alla prova in questa complessa partita di definizione dell’autorevolezza. L’andamento della crisi sui campi di battaglia è certamente determinato nello scontro di un duro potere militare, ma l’esito della più ampia emergenza in tutta Europa e nel resto del mondo sarà determinato dalla più grande competizione dei rispettivi soft powers. Mai prima d’ora questa forma di potere ha rappresentato una forza sociale così determinante a livello di politica globale. Il soft power, infatti, non passa in secondo piano quando sopraggiungono stalli di guerra; anzi, questo diventa la logica stessa alla base del conflitto.

 




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