giovedì 3 settembre - Riccardo Noury - Amnesty International

Rwanda, lo “Schindler africano” arrestato per terrorismo

Il presidente George W. Bush mette al collo di Rusesabagina la medaglia presidenziale della libertà nel 2005 (EPA/SHAWN)

Paul Rusesabagina, il cui ruolo nel salvare 1200 persone dal genocidio in Ruanda è stato celebrato nel film Hotel Rwanda, è stato arrestato con l’accusa di terrorismo. Lo “Schindler africano”, come è stato chiamato più volte, è apparso oggi in manette ad una conferenza stampa nell’Ufficio investigativo del Ruanda a Kigali. L’arresto è avvenuto all’estero, visto che il 66enne viveva in esilio da molti anni, ma la polizia non ha detto dove. .L’accusa è di aver formato e guidato «movimenti terroristici» operanti nella regione.

Rusesabagina è stato insignito della medaglia presidenziale della libertà dagli Stati Uniti nel 2005, tra gli altri premi da lui ricevuti e riguardanti i diritti umani.
L’attivista non ha commentato le attuali accuse, ma è stato critico nei confronti del governo rwandese per lungo tempo e nel 2010 è stato accusato di aver finanziato una sovversione in Rwanda, negata da Rusesabagina e motivata con una campagna diffamatoria contro di lui. Recentemente, però, il suo nome è venuto nuovamente fuori in un caso che riguarda il presidente dello Zambia Edgar Lungu. Il capo dello Stato africano avrebbe finanziato il Fronte di Liberazione Nationale proprio grazie all’amicizia che lo lega a  Rusesabagina. Un potavoce di Lungu ha smentito seccamente le accuse.

Il film del 2004 Hotel Rwanda racconta la storia di come l’uomo, un hutu della classe media sposato con una donna di etnia tutsi, incaricato di gestire “l’ Albergo delle mille colline” nel centro di Kigali, con un umile arsenale di astuzie, di bugie, di santa corruzione salvò 1200 rifugiati tutsi, i «nemici», dalla lama degli squadroni della morte. Rusesabagina ha anche pubblicato la sua autobiografia, Un uomo qualunque, che  è entrata di diritto nella Pleiade della letteratura umanista. Nel 1994 800mila tutsi e hutu moderati furono uccisi nel genocidio.

Ma sono anni che l’immagine dell’eroe viene messa in discussione. Ibuka, il gruppo di sopravvissuti al genocidio ruandese del 1994, ha affermato in passato che Rusesabagina ha ingigantito il proprio ruolo di aiuto ai rifugiati nell’hotel sfuggiti al massacro. Secondo molte testimonianze Rusesabagina chiedeva 800 dollari a persona per azionare la carità, per di più inutile perché la salvezza dei rifugiati dipese dalla presenza di funzionari dall’ Onu e di stranieri nell’ albergo, testimoni troppo pericolosi. Anche per quei sanguinari senza scrupoli.

Nel 2010 è arrivata l’incriminazione per terrorismo da parte delle autorità rwuandesi. L’uomo avrebbe infatti raccolto denaro per i ribelli delle Forze democratiche di liberazione del Ruanda che in realtà non sono altro che le milizie hutu che compirono i massacri del ‘ 94, fuggite nelle foreste del Congo, dove con il brigantaggio e lo sfruttamento delle miniere conducono una guerriglia feroce contro Kigali. Nel frattempo, però, Rusesabagina aveva trovato rifugio negli Usa dove era diventato uno dei più implacabili oppositori del padrone del Rwanda, il presidente Paul Kagame, a cui rimprovera di essere un despota ipocritamente democratico, di violare i diritti umani, di truccare le elezioni con la paura:

“Non ho finanziato i terroristi. In realtà Kagame ha ormai messo a tacere tutti gli oppositori, in carcere o uccisi. Io sono l’ unico rimasto” aveva detto al momento dell’incriminazione.

Allora c’era un elemento che sembrava dargli ragione: secondo l’ accusa la sua complice sarebbe stata Victoire Ingabire,  l’attuale leader del partito Sviluppo e Libertà per tutti (DALFA-Umurinzi) che ha passato 8 anni in carcere per “terrorismo” e minacce alla sicurezza nazionale. La donna, anche lei hutu, nel 2012 ha vinto il premio Sakharov ed è stata ribattezzata la “Mandela del Ruanda”.

E oggi? Si vedrà.




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