lunedì 14 febbraio - Osservatorio Globalizzazione

Russia-Ucraina: la tempesta che può travolgere l’Europa

La recente escalation in Ucraina ha riacceso i riflettori del mainstream mondiale sull’Europa, oscurando le olimpiadi che si stanno svolgendo in contemporanea in Cina e la pandemia del coronavirus. Nella regione orientale del Donbass, teatro degli avvicendamenti, si sono acuite le mire egemoniche dello zar Vladimir Putin. 

Il primo passo verso il processo di russificazione nello stato ucraino era stato già avviato con l’annessione della Crimea, regione storicamente russofona, con un silenzio da parte della comunità internazionale a dir poco nauseante. Le rivendicazioni territoriali del Cremlino e l’espansionismo verso Ovest hanno riportato l’Europa ad essere il centro nevralgico della politica mondiale, e reso il vecchio continente l’epicentro di una complicata rete diplomatica, come non se ne vedeva da decenni. Sovente, il dibattito che divide idealmente l’opinione pubblica riguarda la reale portata e le conseguenze politiche che ne deriveranno, se la Russia dovesse mai penetrare nel Donbass. Non dimentichiamo che le spinte imperialiste di Mosca non possono essere giustificate con la solita retorica del revanscismo. Viaggiando a ritroso nel tempo e collocandoci idealmente negli anni Trenta del secolo scorso, la Storia ci offre un caso, per certi versi, analogo alla situazione attuale. 

Dopo l’annessione dell’Austria, suggellato dall’Anschluss, la Germania nazista indirizzò i suoi desideri di conquista verso la Cecoslovacchia. Il Terzo Reich riprendendo il concetto di lebensraum giustificò l’occupazione ricorrendo ad un pretesto originale: le privazioni e l’umiliazione che il popolo tedesco residente subiva in quella terra straniera. L’allora territorio cecoslovacco coincideva con la regione storica della Slesia, un tempo appartenuta alla potenza prussiana, terra dei kaiser e del casato di Hohenzollern. In quell’occasione, nel marzo del 1938, l’incorporazione all’interno della Germania nazista non scosse particolarmente le potenze europee, nonostante le assordanti proteste dei popoli europei, che si dimostrarono solidali con i cecoslovacchi e osservatori più acuti rispetto alla classe dirigente di Londra e Parigi. Durante la Conferenza di Monaco, il primo ministro Neville Chamberlain e il suo omologo francese Edouard Daladier riuniti con Adolf Hitler e il suo alleato Benito Mussolini fissarono i termini delle condizioni che avrebbero consegnato la terra dei Sudeti ai nazisti. L’accordo che prevedeva la cessione della Cecoslovacchia, senza neanche render partecipi i rappresentanti dei Sudeti, legittimò le aspirazioni imperialiste del Fuhrer. In quel momento, la Francia e il Regno Unito, baluardi della democrazia occidentale si dimostrarono inermi e burocrati. La pessima gestione delle trattative di Monaco e la giocata d’azzardo compiuta dall’asse franco-inglese dimostrò, in quell’occorrenza, la fragilità della politica europea, non ancora affrancata dagli schemi ideologici che la separava. È passato quasi un secolo da quelle vicende che inaugurarono la stagione più oscura della storia recente europea. In queste ore, sembra di rivivere le stesse sensazioni. Secondo il report della Cia riportato dal New York Times il giorno X per l’invasione del Donbass sarebbe il prossimo 16 febbraio, poco prima della conclusione dei giochi olimpici invernali a Pechino. In questo quadro, l’Europa politica sembra recitare per l’ennesima volta la parte da comparsa, nonostante la timida mediazione di Macron. Il presidente francese, nonostante una precaria leadership a Parigi, è l’unica autorità che può reclamare un ruolo attivo nelle intricate trattative tra Mosca e Washington. L’Italia è vittima dell’instabilità politica causata anche dal cambio, quasi ogni anno, di un nuovo Capo del Governo, che ne inficia l’influenza ai tavoli più importanti. Nella visione europea della nuova Germania, la presenza del cancelliere Olaf Scholz risulta essere oggetto di paragoni scomodi con la precedente inquilina del Bundeskanzleramt Angela Merkel, che ha potuto contare su un’era politica per tessere e consolidare i rapporti internazionali. Di fatti, l’insediamento recente di Scholz risente da una mancanza di autorità. Nel Regno Unito, d’altro canto, lo scandalo del partygate che ha coinvolto il primo ministro Boris Johnson ha minato ancor più la sua credibilità in sella al partito conservatore, alle prese con gli strascichi della Brexit e della pandemia Covid. A onore di cronaca, in Ucraina, è curioso notare come il dispiegamento di centomila militari russi lungo la frontiera del Donbass, ricordi la corposa presenza dei battaglioni di fanteria tedesca in Renania. In quella circostanza i tedeschi militarizzarono l’area, contravvenendo agli articoli 42 e 43 del trattato di Versailles e agli articoli 1 e 2 del patto di Locarno. Anche in quell’occasione l’Europa si dimostrò attendista e calcolatrice. La superficialità con la quale accolse la militarizzazione della Germania causò, imperdonabilmente, la messa in opera di una delle più grandi manovre di riorganizzazione militare del Novecento. Oggigiorno, nonostante il contesto di riferimento differente, viene riproposto lo stesso schema politico con la particolarità che l’escalation degli eventi ha accresciuto un livello di tensione che non si registrava dai tempi della guerra fredda.

Foto: Wikimedia




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