mercoledì 11 settembre - Riccardo Noury - Amnesty International

Riprende lo “sportwashing” della monarchia saudita: ora tocca alla boxe

Con la piena ripresa delle competizioni sportive, torna a pieno regime la strategia dello “sportwashing” da parte delle monarchie del Golfo, in particolare dell’Arabia Saudita.

La traduzione della parola inglese è un po’ lunga: sfruttare lo sport per rendere moderna la propria immagine e far distogliere lo sguardo dalla pessima situazione dei diritti umani.

Non mancheranno occasioni nei prossimi mesi di commentare e criticare la decisione della Lega Calcio di disputare anche quest’anno – la seconda di un lucroso pacchetto di tre partite – in Arabia Saudita la Supercoppa italiana, tra le vincitrici dello scudetto e della Coppia Italia.

Ma c’è un altro evento, di interesse ben superiore, che si avvicina: la rivincita tra Anthony Joshua e Andy Ruiz Jr per il titolo di campione del mondo di pugilato, categoria pesi massimi versioni WBA, IBF, WBO e IBO.

Dopo aver perso il primo incontro a giugno contro il rivale messicano naturalizzato statunitense, il pugile britannico Anthony Joshua tenterà di riconquistare il titolo il 7 dicembre a Dir’iyya, nella periferia della capitale saudita Riad, in quello che è stato già chiamato “il match delle dune”.

Joshua ha mostrato una convinta adesione alla scelta della sede.

“[I sauditi] stanno parlando di riforme. Stanno facendo dei cambiamenti. Forse quella sera ci sarà addirittura un match di boxe femminile.. Stanno facendo progressi…”

Poi devono averlo avvertito che dietro “le riforme, i cambiamenti, i progressi” c’è una realtà diversa: di una guerra in Yemen che dal marzo 2015 ha fatto migliaia di morti tra la popolazione civile, di un giornalista – Jamal Khassoggi – trucidato nel consolato di Istanbul, delle attiviste che languono in carcere mentre il regime strombazza la fine del divieto di guida per le donne e la parziale abolizione del sistema del “guardiano”, della media di tre esecuzioni di condanne a morte a settimana.

Ma Joshua non ha perso l’entusiasmo:

“Piuttosto che accusare e puntare il dito da Londra, è meglio costruire delle relazioni. Potrei essere il portavoce delle domande che pone il mondo, loro [i sauditi] in questo modo potrebbero rispondere. Bisogna andare lì ed essere coinvolti, se vuoi un cambiamento”.

Sì, è vero, decenni fa c’erano sportivi che accettavano di andare in Sudafrica. Ma non sono stati certo loro, magari portavoci e coinvolti a loro volta, a far crollare l’apartheid. Qualcuno lo dica a Joshua.

(La foto di apertura è tratta dal profilo Instagram di Anthony Joshua)




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