venerdì 15 febbraio - Phastidio

Reddito di Cittadinanza | Sollevare i salari tirandosi per le stringhe

Da qualche tempo, la stralunata propaganda sovrana, incrociandosi con legittime frustrazioni ed aspirazioni, ha trovato un nuovo spin con cui rincitrullire l’opinione pubblica: il reddito di cittadinanza come leva per indurre un aumento dei redditi di lavoro. Si tratta dell’ennesimo proiettile d’argento in un paese che ha drammatici ritardi nello sviluppo della produttività, che è condizione necessaria (pur se non sufficiente) per far crescere gli standard di vita.

Giungono quindi molto opportune le considerazioni svolte da Andrea Garnero e Andrea Salvatori su lavoce.info. Narra la leggenda metropolitana: con un reddito di cittadinanza così elevato rispetto al salario mediano, le persone potranno diventare più selettive (non choosy, mi raccomando). Per questa via, ecco il magico innalzamento dei salari reali.

Gli autori obiettano che la selettività tende ad aumentare la durata della disoccupazione, con effetti solitamente negativi sui salari. E sin qui, piuttosto intuitivo. Ma al quadro dobbiamo anche aggiungere che non stiamo parlando di soggetti qualificati bensì dell’opposto.

L’equivoco risiede nel fatto che il reddito di cittadinanza non rappresenta una forma di salario minimo legale; di conseguenza la forza lavoro, soprattutto non qualificata, può agevolmente essere sottoposta ad arbitraggio. Sapendo che il reddito di cittadinanza va solo a circa il 20% dei disoccupati attivamente impegnati in ricerca di occupazione (per i parametri Isee), stimati in circa 600.000 persone,

[…] la relazione Istat indica che quasi il 65 per cento dei beneficiari in età da lavoro ha al massimo la licenza media. Lavoratori con basse qualifiche sono in genere più facilmente sostituibili nell’esecuzione dei lavori. Dunque, anche se i percettori del reddito di cittadinanza fossero meno disposti a lavorare ai salari correnti, le imprese potrebbero reclutare personale tra l’oltre 80 per cento di disoccupati che non lo riceve (tra cui gli extra-comunitari esclusi dalla misura) senza dover alzare i salari.

Detto in termini più brutali, i disoccupati non qualificati, che sono il target delle politiche di riattivazione, non hanno la leva negoziale per spuntare salari più elevati. Anzi, se tale riattivazione avesse successo, si avrebbe un aumento dell’offerta di lavoro non qualificato, che in questo universo non rappresenta esattamente la condizione per produrre un aumento del suo costo: al contrario. Con buona pace di qualche scienziata convinta che all’aumentare dell’offerta si produca un corrispondente aumento del suo prezzo.

Gli autori esaminano anche l’aspetto degli incentivi alle aziende, che potranno incassare da un minimo di 5 ad un massimo di 18 mesi di reddito di cittadinanza assumendo un soggetto assistito dalla misura. Secondo le menti fantasiose che navigano negli universi paralleli del sovranismo economico, ciò sarebbe un fattore di sostegno dell’aumento dei salari perché, riducendo il costo del lavoro, potrebbe determinare un aumento delle retribuzioni nette.

Certo, certo. Un vero peccato che questa pseudo-decontribuzione, oltre ad essere rigorosamente a termine, cioè rigorosamente non strutturale (come quelle di Renzi, in pratica), sia attivabile solo nell’ipotesi di aumento netto degli organici aziendali e di contratto a tempo indeterminato. Il che è piuttosto improbabile, vista la congiuntura. Spingere su una stringa tende a non produrre effetti eclatanti, di solito.

Non ci soffermeremo sull’incentivo al nero che questi sussidi tendono a produrre, quanto su quello alle imprese ad offrire più lavori a tempo parziale, da integrare col reddito di cittadinanza.

In conclusione, credere che questa misura approssimativa e che si tradurrà solo in erogazioni condizionate nella forma ma incondizionate nei fatti, possa spingere i salari reali, partendo dai soggetti più svantaggiati, è del tutto illusorio. A dirla tutta, non mi è chiaro dove finisca l’ignoranza e dove inizi la malafede ed il cinismo politico di chi sostiene questa tesi. Sarebbe sufficiente agire sul contrasto alla povertà ed all’esclusione sociale ma il reddito di cittadinanza, essendo nato come provvedimento miracoloso che tiene assieme le politiche attive del lavoro e quelle di inclusione sociale, finirà in un gran casino e spreco di risorse. L’aumento di produttività può attendere.

Un po’ come credere che serva “lavorare meno, lavorare tutti”. Un peccato che gli orari di lavoro tendano a ridursi in conseguenza della progressione di produttività, cioè come redistribuzione della medesima, e non il contrario. Ma queste inversioni dei flussi causali sono leggende metropolitane italiane dure a morire. Per l’ennesima volta, gli italiani danno prova di grande fantasia, nel cercare la scorciatoia per sfuggire alla realtà. Un vero peccato che gli esiti ogni volta non cambino.

Più che a cercare di sollevarsi da terra con i salari tirandosi per le stringhe, presto i paladini della Famiglia pare dovranno preoccuparsi di un inquietante effetto collaterale:



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