lunedì 3 maggio - Osservatorio Globalizzazione

Recovery fund tra istruzione e la ricerca: verso una svolta generazionale?

Il presidente del Consiglio, Mario Draghi, ha presentato alle camere il piano d’azione italiano in relazione ai fondi del Next Generation EU. Questo fondo, voluto con forza dal precedente governo presieduto da Giuseppe Conte, e predisposto in conseguenza agli effetti avversi della pandemia di Covid-19, potrebbe significare una svolta epocale per il nostro Paese.

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Un Paese già afflitto da gravi problemi strutturali, acuiti e messi in luce dalla pandemia. Il piano europeo è stato disegnato proprio per alleviare il peso economico che la pandemia ha arrecato nei confronti della fascia di età più colpita, ovvero quella giovanile. Se a livello sanitario il Covid-19 ha mietuto vittime perlopiù nelle fasce anziane della società, i giovani si sono ritrovati inermi a livello sociale, psicologico ed economico. Sminuire tutto con il fatto che i giovani stanno rinunciando alla “movidaè qualcosa di aberrante: adolescenti che stanno esperienze importanti della loro vita, malattie mentali, danni psicologici, depressione e suicidi dovuti alle restrizioni, e giovani laureati senza prospettive future e senza la possibilità di entrare nel mercato del lavoro. Quando la pandemia finirà i giovani attuali saranno meno giovani, ma anche senza alcuna esperienza lavorativa.

Un altro problema strutturale italiano in relazione alle fasce giovanili riguarda il settore dell’istruzione, a partire dagli asili nido fino ad arrivare all’università. Il PNRR pone tra i suoi obiettivi principali un forte sostegno economico verso l’istruzione e la ricerca. Questo potrebbe significare una svolta importante per questo settore che nel corso degli anni ha subito forti tagli in nome dell’austerità e di politiche poco lungimiranti.

A questo settore strategico verrà stanziato il 19% dei fondi europei al fine di andare a risolvere 8 tematiche individuate nel piano.

Le 8 criticitá in ambito di istruzione e ricerca

Il primo problema riguarda la carenza strutturale nell’offerta di servizi di educazione e istruzione primarie, ovvero una impossibilità per tutti i bambini di accedere ad un asilo nido. Secondo i dati attuali in Italia le strutture potrebbero ospitare solo il 25% dei bambini rispetto alla fascia 0-2 anni, al di sotto della media europea di 9,6 punti percentuali. L’impossibilità per un genitore di iscrivere un bambino all’asilo nido si lega ad un altro dato di estrema importanza, ovvero quello della natalità. Se mettere al mondo un figlio significa avere mille problemi e pochi servizi pubblici ovviamente si metteranno al mondo meno bambini. Il tutto legato alle prospettive economiche delle nuove coppie che a causa di una instabilità lavorativa non si sentono pronte ad allargare il nucleo familiare. L’Italia spende circa l’1,8% del PIL in social protection for family/children, contro una media europea del 2,4%.

Fonte: Eurostat, 2020

La seconda tematica che tocca il PNRR riguarda il gap nelle competenze di base, l’alto tasso di abbandono scolastico e i divari territoriali.

I dati forniti dall’UE, che rispecchiano quelli forniti dal MIUR, vedono un tasso di abbandono scolastico per quanto riguarda gli studenti tra 18-24 anni intorno al 14%, contro una media UE del 10%. Il fattore più preoccupante riguarda il gap territoriale in ambito di competenze. Secondo i dati OCSE, gli studenti italiani di 15 anni si collocano al di sotto della media OCSE in lettura, matematica e scienze, con risultati superiori alla media nel Nord Italia, e con risultati ben al di sotto della media nel Sud Italia. La mancata acquisizione di competenze base spinge ovviamente il giovane ad abbandonare gli studi qualora gli stessi si faranno più complessi verso la fine del ciclo superiore. Nello studio OCSE era stato inoltre rilevato che circa uno studente di 15 anni su 4 non comprende ciò che legge, ovvero è un analfabeta funzionale.

Terzo aspetto fondamentale affrontato dal piano riguarda la bassa percentuale di adulti in possesso di un titolo di studio terziario. La percentuale di adulti in possesso di una laurea è la seconda più bassa tra i Paesi dell’OCSE dopo il Messico. Solo il 18% degli adulti italiani tra i 25-64 anni ha completato gli studi di livello terziario, di cui il 4% con una laurea di primo livello e il 14% con una laurea magistrale. La media OCSE è due volte più elevata rispetto a questa fascia d’età e si aggira intorno al 37%. Per i giovani adulti (25-34 anni) la differenza è più contenuta: in Italia il 26% degli adulti ha conseguito una laurea rispetto al 43% in media nei Paesi dell’OCSE. La percentuale di 25-34enni con un titolo di studio superiore come più alto livello d’istruzione è cresciuta dal 10% nel 2000 al 26% nel 2016, un aumento di 16 punti percentuali in linea con la media OCSE.

Anche se in Italia, l’80% dei 25-64enni con un’istruzione terziaria possiede un lavoro, risulta preoccupante lo stesso dato nella fascia 25-34 anni, dove il dato occupazionale si attesta intorno al 64%.

Il basso numero di matricole/laureati in Italia è dovuto a molteplici fattori, di cui i più importanti risultano la mancanza di un sistema di orientamento che indirizzi gli studenti dopo l’esame di maturità verso il mondo universitario. A disincentivare il proseguimento degli studi risultano gravose e dannose le percentuali occupazionali, che spingono il giovane ad accontentarsi di un titolo di studio secondario piuttosto che “sprecare il proprio tempo nel mondo universitario”. In realtà il fattore occupazionale postlaurea è allineato ad un altro tema affrontato nel PNRR, che riguarda il mismatch tra domanda nel mercato del lavoro e istruzione: qui rientra il concetto delle cosiddette “lauree inutili”, ovvero di lauree che saranno difficilmente spendibili nel mercato del lavoro. Un corso in scienze della comunicazione o in scienze politiche, seppur interessante a livello accademico, sarà meno rilevante e spendibile nel mercato del lavoro rispetto ad una laurea in ingegneria.

il nostro Paese è il terzo al mondo con il più alto disallineamento tra le discipline di studio scelte dai giovani e le esigenze del mercato del lavoro, ed un recente studio epletato da Anpal e Unioncamere ha dimostrato come anche per le imprese questo risulti un problema, infatti circa 31% delle aziende riscontra difficoltà di reperimento di personale qualificato. Anche questo problema è legato ad un inefficace sistema di orientamento post-diploma che indirizzi i giovani diplomati verso un corso di laurea che da un lato garantisca maggiori garanzie occupazionali, dall’altro che vada in contro alle richieste del mercato del lavoro.

Un fattore essenziale affinché un sistema di istruzione e ricerca risulti all’avanguardia, consiste nell’investimento in ricerca e sviluppo (R&S). L’Italia, come gli altri Paesi mediterranei, è caratterizzata da un basso investimento in ricerca e sviluppo sia in ambito pubblico che privato. Un indicatore essenziale e sinottico riguardo gli investimenti negli Stati membri dell’Unione Europea è lo European Innovation Scoreboard, ovvero un indice, ottenuto da 27 indicatori, che presenta il grado di R&S in ogni singolo Stato membro. Come si può ben intuire dal grafico, il gruppo di Paesi che investe più in questo settore è quello scandinavo (inclusi Paesi Bassi e Lussemburgo), mentre i Paesi dell’Europa centrale, e ancor di più i Paesi mediterranei e orientali, sono caratterizzati da un medio/basso investimento.

Fonte: European Innovation Scoreboard, 2020

L’Italia rimane ancora distante dalle performance di altri Paesi, facendo registrare una intensità della spesa in R&S rispetto al PIL (nel 2018 pari all’1,4%) decisamente più bassa della media OCSE (2,4%), tanto nel settore pubblico quanto nel privato (0,9% contro una media OCSE dell’1,7%).

Il sesto punto evidenziato nel PNRR riguarda il basso numero di ricercatori e perdita di talenti. La cosiddetta “fuga dei cervelli” consiste in un doppio danno per lo Stato, primo perché l’Italia ha investito molte risorse pubbliche per formare uno studente, e secondo perché un altro Stato si avvantaggerà di questo giovane senza aver speso alcuna risorsa economica per formarlo. A livello economico un giovane laureato che parte è una perdita pesante per l’Italia. Confindustria stima che una famiglia spende circa 165mila euro per crescere ed educare un figlio fino ai 25 anni, mentre lo Stato ne spende 100mila in scuola e università. Questo rappresenta una perdita di investimenti attorno ai 25-30 miliardi di euro annui, di cui beneficiano gli Stati europei ed extraeuropei che attraggono i nostri giovani, in termini di tasse, di innovazione e di crescita.
I giovani che abbandonano l’Italia annualmente sono circa 80mila, e questo consiste in una perdita di circa 14 miliardi di euro annui tra soldi spesi per formare il giovane e mancate entrate economiche. Il giá citato mismacht skills e le maggiori opportunità all’estero, sono dei pull-factor che spingono i giovani a cercare delle esperienze nelle nuove terre promesse. La questione dell’investimento in R&S risulta essere un fattore caratterizzante anche per il tessuto industriale italiano: anche dal lato della domanda si evince una Ridotta domanda di innovazione, e quindi di personale altamente qualificato. Si potrebbe dire che la bassa spesa in innovazione sia un fattore culturale dell’economia italiana, forse anche dovuto all’assenza di un tessuto tecnologico diffuso su tutto il territorio, e dalla prevalenza di PMI. Anche su questo punto può risultare utile consultare l’EuropeanInnovation Scoreboard per quanto riguarda gli investimenti privati delle imprese.

Fonte: European Innovation Scoreboard, 2020

Anche qui, sono avanti i Paesi nordici ma in testa vi è (non a caso) la Germania, mentre l’Italia è molto al di sotto della media UE.

Ultima criticità nell’ambito della ricerca risulta la limitata integrazione dei risultati della ricerca nel sistema produttivo, ovvero una incapacità della parte imprenditoriale di implementare i dati e le ricerche ottenute dal mondo dell’istruzione e della ricerca.

Il cambiamento strutturale che potrebbe rivoluzionare il settore dell’istruzione e della ricerca

Fin qui sono state evidenziate le criticità del nostro sistema di istruzione e ricerca, che come descritto penalizza sia la domanda che l’offerta del mercato del lavoro italiano. Ma il PNRR è stato predisposto per andare ad alleviare e risolvere queste criticità. Nel piano vengono elencate le azioni che il governo attuale e i governi futuri si impegnano a mettere in pratica per rendere il nostro Paese più reattivo agli shock esogeni e piú vicino alla media europea in ambito di istruzione. I principali provvedimenti comprenderannoi seguenti punti:

  • miglioramento qualitativo e ampliamento quantitativo dei servizi di istruzione e formazione;
  •  miglioramento dei processi di reclutamento e di formazione degli insegnanti;
  •  ampliamento delle competenze e potenziamento delle infrastrutture scolastiche;
  • riforma e ampliamento dei dottorati;
  • rafforzamento della ricerca e diffusione di modelli innovativi per la ricerca di base e applicata condotta in sinergia tra università e imprese;
  •  sostegno ai processi di innovazione e trasferimento tecnologico;
  • potenziamento delle condizioni di supporto alla ricerca e all’innovazione (dagli asili nido all’impresa).

Le risorse messe a disposizione del piano dovrebbero consentire alla creazione di circa 228.000 posti, di cui 152.000 per i bambini 0-3 anni e circa 76.000 per la fascia 3-6 anni. Altra proposta interessante riguarda l’aumento degli alloggi residenziali per studenti universitari, che darebbe la possibilità a molti più ragazzi di poter espletare al meglio la propria esperienza universitaria. D’altro lato, anche l’aumento del budget e del numero dei fruitori di borse di studio risulta un elemento essenziale, visto che anche sotto questo aspetto l’Italia si colloca molta al di sotto della media europea.

La formazione è un processo che coinvolge da un lato lo studente, dall’altro l’insegnante. Ma spesso ci si ritrova insegnanti che non sono aggiornati ed adeguati rispetto al mondo tecnologico, infatti il piano prevede un aggiornamento per tutto il personale docente e scolastico al fine di allineare il sistema di insegnamento rispetto al contesto moderno in cui operano i ragazzi. Mentre dal lato degli studenti è necessario fornire ai loro futuri curriculum delle competenze trasversali o soft skills che il mercato del lavoro moderno richiede e che attraverso il PNRR si cercherà di fornire.

Nel piano sono elencate numerose iniziative future che riguarderanno l’istruzione come la messa in sicurezza degli edifici, riforma dei corsi universitari ecc. ma per rendere adeguato il sistema d’istruzione del nostro Paese rispetto al resto del mondo serve non solo un investimento economico, ma anche un cambio culturale e generazionale che permetta un vero allineamento dell’Italia rispetto al mondo globale. Un cambio di metodo nell’insegnamento risulta quindi necessario, poiché se uno studente dopo dieci anni di studio non è capace di parlare inglese vuol dire che i problemi nella didattica sono più di metodo che economici.

Dal lato della ricerca invece il piano ambisce ad ampliare i finanziamenti nella ricerca e nell’aumentare i partenariati tra Università, centri di ricerca, imprese. Il fondo permetterà la nascita di nuove infrastrutture tecnologiche e anche di nuove startup, che nel contesto moderno diventano sempre più il fulcro del tessuto economico-imprenditoriale.

In conclusione, la missione predisposta dal piano avrà senza alcun dubbio un forte impatto diretto alle giovani e future generazioni poiché saranno dati ai giovani gli strumenti necessari al fine di migliorare la partecipazione attiva alla vita sociale, culturale ed economica del Paese, ma al tempo stesso fornendo quelle skills che oggi risultano indispensabili per affrontare le nuove sfide in ambito della digitalizzazione, dei cambiamenti climatici e delle spinte globalizzanti. Come indicato nel PNRR “i progetti relativi ad asili, lotta all’abbandono scolastico, contrasto alla povertà educativa, e all’efficientamento delle scuole avranno un forte impatto anche in termini di riduzione dei divari territoriali aggredendo uno dei fattori strutturali di ritardo in alcune regioni. Inoltre, la promozione di nuovi centri di eccellenza nel campo della ricerca al Sud – integrati in ecosistemi dell’innovazione a livello locale – favoriranno anche il trasferimento tecnologico e l’impiego di risorse qualificate”.

Il PNRR potrebbe significare una svolta economica e culturale per il nostro Paese. Tocca a noi fare in modo che il nostro Paese, L’Italia, possa avere un futuro.

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