mercoledì 20 gennaio - Phastidio

Recovery Plan bis: analisi d’impatto sotto tortura e investimenti espresso

Il nuovo programma di resilienza e ripresa: più investimenti e meno incentivi, e la crescita s'impenna. Analisi d'impatto e modelli econometrici, sotto tortura, confessano qualsiasi cosa

Meno incentivi e il Pil s’impenna? Fosse così semplice

Giorni addietro, l’Osservatorio sui conti pubblici italiani, diretto da Carlo Cottarelli e Giampaolo Galli, ha pubblicato una valutazione della nuova bozza del Piano nazionale di resilienza e ripresa (PNRR) a cui sta lavorando il governo italiano. Rispetto alla prima versione, che alla fine era poco più di un album da colorare, rilevanti masse di spesa vengono spostate in capitoli e missioni differenti, anche per accomodare le richieste di Italia viva, il partito di Matteo Renzi. Ma cosa cambia, nella sostanza?

Iniziamo col dire che, nella nuova bozza, manca ogni riferimento alla governance del piano. Detto in altri termini, a chi sarà il “proprietario di processo” (process owner), proprio perché è (o era) in corso un negoziato partitico. Poi, bisogna anche essere consapevoli che ogni paese propone il proprio PNRR ma la versione finale deriverà dal confronto con la Commissione europea e dalla rispondenza del piano alle linee guida.

In questi giorni abbiamo sentito molte voci fantasticare sulla architettura del processo, con proposte che variano dall’uso del Comitato interministeriale per la programmazione economica (Cipe) alla creazione di una authority dedicata. Permettetemi di sbadigliare, visto che in essenza stiamo parlando di quale involucro creare per permettere a tutte le “parti” di accomodarsi a tavola in modo soddisfacente.

Che serva una struttura snella e reattiva per dare esecuzione a un piano votato dal parlamento non ci piove né ci è mai piovuto. Che, mediante essa, riusciremo a sfuggire alla solita lottizzazione di poltrone e seggiolini, credo sia una stucchevole illusione. Se l’involucro sarà il più “inclusivo” possibile, non sentiremo levarsi voci sdegnate denunciare che “i burocrati usurpano la politica!”. Non è detto che la comunità nazionale possa trovare beneficio da questo presunto lieto fine.

Più investimenti, meno incentivi

Ma torniamo alla nota dell’Osservatorio sui conti pubblici. Il vecchio piano enfatizzava il contrasto alla bassa crescita italiana, il nuovo la lotta alle tre grandi diseguaglianze: di età, di genere e territoriale. E sin qui, nessun problema. Tra le due versioni, cambiano di molto le allocazioni:

In generale alcune missioni hanno beneficiato di considerevoli aumenti: sanità (+10,7 miliardi), inclusione e coesione (+10,5) e istruzione e ricerca (+9,3). Di contro, le risorse per la transizione ecologica e per la digitalizzazione e l’innovazione sono leggermente diminuite. Le due componenti con un calo più marcato sono state quelle più grandi, cioè efficienza energetica e riqualificazione degli edifici (da 40,1 a 29,4 miliardi) e digitalizzazione, innovazione e competitività del sistema produttivo (da 35,5 a 26,7 miliardi).

Anche qui, si nota la volontà di “venire incontro” a istanze molto vocali di componenti della maggioranza, che al momento in maggioranza non sono più. Ci si potrebbe chiedere il perché ma per il momento soprassediamo. Si noti il maggior peso allocativo della sanità, ad esempio. C’è un taglio a quello che per qualcuno stava diventando il motore primo della cosiddetta rinascita italiana, cioè il superbonus 110%, e più in generale agli incentivi, rispetto agli investimenti:

Per esempio, sono aumentate vistosamente le risorse per innovazione e digitalizzazione dell’assistenza sanitaria (+7,6 miliardi), turismo e cultura (+4,9 miliardi), istruzione (+10 miliardi) e tutela del territorio e delle risorse idriche (+5,6). Inoltre, sono stati leggermente incrementati i già consistenti investimenti nella rete ferroviaria, con un’individuazione specifica delle reti su cui intervenire, ovvero prevalentemente nel Meridione

Incentivo sarà lei

Se ricordate, la prima versione della bozza aveva suscitato perplessità, per usare un understatement, a causa della prevalenza di incentivi a famiglie e imprese. Questo perché gli incentivi vengono definiti anche bonus, e alcuni anni di fantasiose mance hanno inflitto una pessima reputazione al termine “incentivo”.

In realtà, e la nota dei Cottarelli Boys lo suggerisce, non è che un incentivo sia, in sé, il male e un investimento, o qualcosa definita tale, sia la salvezza. Intanto, serve capirsi sul perimetro semantico dei due termini. Ma soprattutto, serve una analisi costi-benefici di entrambe le tipologie di spesa.

E qui so che molti tra voi avranno un caratteristico fenomeno di ipertrofia gonadica: ancora con questa ca…spita di analisi costi-benefici? Avete in parte ragione, sono solidale con voi soprattutto perché, in questo paese, abbiamo una naturale inclinazione a prendere un concetto di senso comune e stravolgerlo, dopo averlo processato in piazza e sui media. Prendete l’esercizio del fact checking, ad esempio, in cui sono cimentati giovani di belle speranze giornalistiche e creati anche teatrini televisivi di verifica con tanto di pagelline.

Fact checking all’italiana

Un vero peccato che il volenteroso esercizio sia stato mandato in vacca dalla solita patologica gestione delle eccezioni, da vittimismo e complottismo assortiti (“le regole di gioco sono state cambiate in corsa, maestraaa!”) oltre che -soprattutto- dal poderoso analfabetismo (dis)funzionale di questo paese. Ma transeat. Quello che mi preme evidenziare è che qui da noi siamo riusciti a rendere “incentivo” una parolaccia. Forse perché nella categoria abbiamo ricompreso autentiche porcate, chissà.

Torniamo a noi: qualcuno ha stimato, secondo ipotesi realistiche, l’impatto espansivo del superbonus 110%? A me non risulta ma posso essermi distratto. Di certo, una prima stima sta nelle coperture del provvedimento legislativo che lo ha istituito e nella relazione tecnica di accompagnamento ma di solito sono ipotesi assai grezze e perlopiù statiche.

La nuova bozza di PNRR, col maggior peso allocato agli investimenti rispetto agli incentivi produce, secondo le stime governative, un maggior impatto sulla crescita. Al 2026, anno di fine piano, con la vecchia bozza avremmo un Pil in crescita cumulata di 2,1%; con la nuova, si sale al 3%. Che faccio, lascio? A questo punto, qualcuno tra i critici della prima versione potrebbe sentirsi appagato del risultato, e dichiarare vittoria. Oppure potrebbe decidere di proseguire nella sua avanzata lungo la scacchiera di macerie italiane e dire “ecco, visto che non siete capaci di istruire un programma di investimenti? E io dovrei fidarmi di voi? Che potete offrire, ancora, per tenermi tranquillo almeno un paio di settimane?”.

Ma non è di questo che voglio parlarvi. Piuttosto, delle ipotesi alla base di questa maggiore espansione causata dagli investimenti rispetto agli incentivi. Scrivono gli economisti dell’Osservatorio conti pubblici:

Sotto il profilo tecnico, il miglioramento delle previsioni è ascrivibile al modello econometrico utilizzato per ottenere le stime della Tav. 2. In sostanza, in questo modello tutti gli investimenti pubblici sono considerati come immediatamente produttivi e sono complementari a quelli privati. Quest’assunzione, ragionevole per il lungo periodo, presenta evidenti problemi per il breve e medio periodo, in cui i tempi e le inefficienze nella realizzazione degli investimenti pubblici possono costituire un ostacolo. Di conseguenza, nell’analisi d’impatto, il governo potrebbe aver sovrastimato quantomeno le tempistiche dell’effetto sul Pil della scelta di ri-orientare il piano verso gli investimenti, riducendo gli incentivi a imprese e famiglie, il cui effetto è invece quasi immediato.

È chiaro, no? Qui si ipotizza che gli investimenti abbiano un impatto molto rapido sulla crescita, quasi fossero incentivi. Anzi, di più. Sarà verosimile? Anch’io ho qualche dubbio. Mi pare, piuttosto, che il tema sia altro, e cioè i modelli di valutazione d’impatto. Che poi, come tutti i modelli, si basano su ipotesi soggettive e spesso eroicamente stilizzate. Prendete una tesi, una qualsiasi, e a supporto di essa troverete almeno un paper accademico da esibire come sacra scrittura. Lo stesso vale per i modelli econometrici. Se solo si avesse una idea anche approssimativa di cosa sono e come funzionano.

C’è da dire che, con questa nuova bozza, i cultori del primato della politica sulla tecnocrazia possono essere soddisfatti. Basta volerlo, alla Alfieri, concentrarsi al limite dell’epistassi ed ecco che gli investimenti, trasformati in una sorta di caffè solubile, vanno a regime espresso. Una clamorosa discontinuità rispetto alla storia di questo paese. La politica, da noi, è ormai l’arte dell’impossibile. Per la realtà ci attrezzeremo.

Cosa manca? Le fondamenta

E ora, dopo aver passato in rassegna le illusioni ottiche di modelli e analisi d’impatto, veniamo al punto qualificante. Ripetete con me: il Recovery Fund è un programma di stimolo di domanda a sostegno di riforme dal lato di offerta. Senza le seconde, le prime non ci sono. E cosa manca, all’Italia? Le solite cose:

In primis, il piano dichiara che è essenziale avere una amministrazione pubblica snella e moderna e destina ingenti risorse alla sua digitalizzazione; ma non dice nulla sulla fondamentale questione delle riforme organizzative, di gestione e di incentivi del personale che sono necessarie per orientare la nostra pubblica amministrazione verso la produzione di servizi migliori. Anche la semplificazione burocratica viene solo appena accennata.

Circa la riforma della giustizia, per dare certezza e celerità alla tutela dei diritti di proprietà, le relative proposte sono in parlamento, e più non dimandate. Da ultimo, mancano riferimenti alla concorrenza, nel paese che molti anni addietro si inventò la “legge annuale della concorrenza”, che perse da subito la cadenza annuale, tra ululati delle parti “colpite”, che minacciavano di farsi esplodere dentro un Tar e denunce di “fallimenti del mercato” a scopo di “protezione”; a dirla tutta, la parola concorrenza è diventata alla fine una bestemmia e sinonimo di bieco sfruttamento hobbesiano dell’uomo sull’uomo. Quindi, a posto anche questo.

Sintesi? Attendiamo la bozza finale del PNRR e la definizione del relativo processo di governance. Consapevoli che le analisi d’impatto, in Italia, sono come il fact checking e le commissioni di esperti e con la speranza che a Bruxelles o altrove in Europa, qualcuno decida di ficcare pesantemente il naso nelle modalità di spesa del “jackpot” da parte degli italiani, e magari tirare il freno d’emergenza. Sono antipatriottico, lo so. Ma se questa è la “patria”, sono fiero di esserlo.



1 réactions


  • Enzo Salvà Enzo Salvà (---.---.---.64) 21 gennaio 09:04

    Sul superbonus si è cimentato il Centro Studi Gabetti, che allego

    Impatto riqualificazione energetica anno 2020 Centro Studi Gabetti

    Comunicato Stampa Gabetti

    In questo caso però l’impatto ed il notevole vantaggio economico penso sia inferiore ai vantaggi su territorio, inquinamento, decoro, 

    Il resto non sono in grado di "affrontarlo" 

    Un Saluto

    Es.


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