martedì 22 novembre - Marco Barone

Quelle morti per "malessere", dall’onorevole del MSI ad un funzionario della prefettura di Trieste e la strage di Peteano

Ci sono episodi che vanno per la loro strada, che rientrano all'interno di un periodo complesso, difficile, forse il più difficile della Repubblica italiana, quello che corre dal 1969 fino ai primi anni '80. Accadde di tutto, dai tentati colpi di Stato, anche se c'è chi disse che alla fine il fine venne conseguito ugualmente con un governo "amico" ed ostile ai comunisti, quello guidato da Andreotti, al sequestro Moro, all'eversione nera e rossa, al massacro di civili, di esponenti delle Istituzioni, di morti sospette. 

Accaddero talmente tante cose che neanche i migliori giallisti di ogni epoca avrebbero osato immaginare di peggio. Storie, nella storia. Come quella di Ferruccio De Michieli Vitturi, onorevole del MSI, presidente del Comitato centrale del Msi, spalatino di origini, volontario nella RSI, iscritto al MSI fin dalle origini, consigliere comunale ad Udine e anche provinciale sempre in Friuli. Morì dopo un malore avuto a Montecitorio. Come racconta un articolo di Repubblica di allora, il deputato del MSI morì il 28 giugno del 1984 per un infarto all'ospedale San Giacomo di Roma. "Il parlamentare missino era stato colpito da un malore ieri mattina a Montecitorio. Dopo una accenno di ripresa aveva raggiunto la sede del suo partito dove, alle 10,30, le sue condizioni si sono aggravate. Trasportato immediatamente all'ospedale, è morto nel pomeriggio". 

Venne espresso cordoglio per la scomparsa di De Michieli Vitturi dal capo dello Stato, Pertini, come evidenziava La Repubblica. La coincidenza temporale, che altro non è che questa, vede incrociarsi l'evento della sua morte con la decisione di Vinciguerra di confessare al giudice Casson il suo ruolo nella strage di Peteano. Fino a quel momento si navigava nel vuoto, dopo che la pista gialla sostanzialmente cadde. Interessante però notare che 16 gennaio 1972, Vitturi, fu vittima di un attentato dinamitardo, gli distrussero la casa. Egli indicò la responsabilità all’interno degli ambienti di destra. Nel mese di febbraio del 1984 ci fu il mandato di cattura di Vinciguerra per quell'attentato. Storie e fatti che si incrociano.

Altra coincidenza, ma qui probabilmente si è ben oltre la normale coincidenza, che ha a che fare con Peteano ed una morte per malessere improvviso, fu quella che interessò a Trieste Mauro Roitero. Episodio che ha posto diversi interrogativi e rimasti irrisolti. Negli atti parlamentari della XIII legislatura si legge che si trattava di un funzionario della prefettura di Trieste, morto l'11 novembre 1976, alle ore 17, all'interno del proprio ufficio, in circostanze non molto chiare. Egli fu trovato su una poltrona, con in pantaloni aperti ed una rivista porno tra le mani ( ed una tazzina di caffè come racconta anche il Piccolo del 31 maggio 1990). Si pensò ad un infarto. L'uomo fu sepolto senza autopsia che, disposta dal giudice istruttore, per accertare la presenza di eventuali tracce di veleno, non approdò a nulla a causa del lungo tempo trascorso. Nell'ordinanza del 4 agosto 1986, il giudice Casson definì strana la morte di Roitero, verificatasi quando la strage di Peteano vedeva indagati delinquenti comuni (la cosiddetta «pista gialla»), basata anch'essa su delazioni raccolte dai carabinieri e coinvolgenti pregiudicati locali.

Da osservare che tre giorni dopo la sua morte presso la Corte d'Appello di Trieste si stava concludendo il processo di Peteano che vedeva imputati gli innocenti goriziani, nella famigerata pista gialla. Difficile credere che Roitero non fosse stato ucciso. Si volle creare una scena del crimine finalizzata a minarne la credibilità e l'onore. Così uccidevano i mafiosi, così uccidevano i fascisti, così uccideva la persona di cui si voleva distruggere l'immagine e screditarla. Roitero aveva anonimamente inviato al prefetto di Gorizia sei missive, tra il 7 giugno e il 27 ottobre 1972, che contenevano elementi certamente utili per l’individuazione degli autori della telefonata del bar Nazionale di Monfalcone, avendovi egli assistito. Le lettere, per quello che si seppe, finirono in un cassetto della questura e furono casualmente rinvenute solo nel 1983. Venne ricordato sul Piccolo di allora nella sezione necrologi con messaggi d'affetto da parte di colleghi. Difficile pensare che la sua fosse solo una morte per malessere e non un omicidio per i fatti di Peteano.

Altro episodio, solo per dovere di cronaca, da citare, fu quello che interessò l'ex procuratore di Gorizia, Bruno Pascoli, che secondo l'accusa nel processo in cui venne coinvolto, avrebbe collaborato con i due ufficiali dei Carabinieri nel depistare le indagini sulla strage di Peteano. Il magistrato, anziano, perse la vita durante il processo e quindi la Corte decretò ovviamente di non doversi procedere.

mb




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