sabato 28 marzo - SerFiss

Quarantena | Fourteen days

 

La scelta del titolo avrà forse fatto venire in mente ad alcuni un film americano del 2000, "Thirteen Days" con un Kevin Kostner ancora all'apice del successo. Narra dei 13 giorni nei quali, per colpa dell'installazione a Cuba da parte dell'Unione Sovietica di missili balistici a media gittata, che ponevano sotto possibile attacco le città americane del sud est, fra le quali Washington. Sono stati i 13 giorni nei quali il mondo è stato più vicino alla terza, e forse l'ultima, guerra mondiale. Siamo lontani anni luce da quei drammatici giorni ma la pandemia che stiamo affrontando, a detta di molti commentatori anche illustri, è la sfida più grande che l'umanità si trova ad affrontare dal secondo conflitto mondiale.

Abbiamo oltrepassato il quattordicesimo giorno della clausura forzata alla quale siamo quasi tutti sottoposti. Due settimane che stanno sottoponendo la nostra umanità ad una prova molto diversa da quelle affrontate negli ultimi decenni. Prima di tutto perché tutta l'umanità, in ogni parte del globo, è chiamata a combattere contro questo nuovo virus, ancora sostanzialmente sconosciuto. La seconda è il tipo di risposta che a tutti, in modo assolutamente trasversale, uomini e donne, giovani e vecchi, ricchi e poveri, viene chiesto di mettere in atto per debellare questa calamità: nulla, solo l'isolamento e la massima igiene, soprattutto nelle mani.


Di certo frenare lo sviluppo e la diffusione del virus è il contributo migliore che tutti noi possiamo portare concretamente in questo difficile momento, ma questo stare a casa in modo forzato ci pone comunque in una situagione di disagio. Lo percepiamo non solo in noi stessi ma anche negli altri, scambiando quattro chiacchiere in una qualunque delle numerose code che ci tocca affrontare per qualsiasi acquisto. Le telefonate, i post o le chat fra familiari ed amici confermano questo disagio, ormai generalizzato.
La Cina e la Corea del Sud ci insegnano che dall'infezione se ne può uscire e noi forse nel mondo occidentale, avendo da subito praticato forse anche con errori ma con determinazione e coraggio la strada dei controlli massivi e dell'isolamento antidiffusione, saremo fra i primi ad uscirne. Dobbiamo cominciare ad immaginare in quali condizioni ci troveremo alla fine di questa segregazione. L'alienazione e l'estraneità di questi giorni vissuti nello stretto delle proprie pareti domestiche, a prescindere dalla metratura dell'alloggio, ci espone ad emozioni certo già vissute, ma non con questa frequenza.

L'ansia, il disagio, l'irrequietezza, la noia, il perdere il gusto delle piccole cose prima amate con cura, l'amore e la cura per se stessi, sono solo alcuni dei segnali nei quali potremo incappare facendo anche solo una fredda analisi del nostro stato d'animo.
L'agognato tempo, libero nei week end, nei ponti o nelle vacanze, pur dilatandosi, si sta trasformando in un abito troppo stretto che quasi ci soffoca.
Dobbiamo uscirne, e bene. Dobbiamo stare attenti a questi ed altri stati d'animo che, sommandosi ed accavallandosi ci possono trascinare sempre più in basso, verso quel male che Giuseppe Berto definiva oscuro.
Agiamo, facciamo, viviamo. Di piccole cose certo, questo ora ci è concesso, ma guai a diminuirne il valore, perché solo a loro possiamo al momento aggrapparci.
Rispetto per se stessi e per gli altri: facciamoci la barba, acconciamo i capelli, smalto alle unghie o una spuntata ai baffi, anche questi sono modi per dire che ci vogliamo e vogliamo bene. Via il pigiama e vestiamoci per bene, ce lo meritiamo.

Il tempo che stiamo vivendo ci chiede di essere forti e noi dovremo esserlo se vogliamo uscirne vivi, non solo esseri che respirano.



2 réactions


  • Enzo Salvà Enzo Salvà (---.---.---.64) 28 marzo 10:50

    D’accordo con Lei, alla spuntatina ai baffi non avevo pensato, 

    Un Saluti

    Es.


  • SerFiss SerFiss (---.---.---.237) 28 marzo 14:15

    Grazie! Buon fine settimana, per quanto possibile


Lasciare un commento