venerdì 4 novembre - Riccardo Noury - Amnesty International

Qatar, un mese ai Mondiali di calcio: riforme incomplete e risarcimenti mancati

Nel suo ultimo documento precedente i Mondiali di calcioAmnesty International ha sollecitato le autorità del Qatar a impegnarsi nuovamente a portare a termine le riforme leggi sul lavoro, tanto nel presente quanto nel periodo successivo alla fine della competizione.

 

L’organizzazione per i diritti umani ha sottolineato come le violazioni dei diritti umani ai danni dei lavoratori migranti restino diffuse e, quando manca solo un mese al calcio d’inizio, ha rinnovato la richiesta alla Federazione internazionale delle associazioni calcistiche (Fifa) e al governo del Qatar di istituire un fondo di risarcimento per i lavoratori migranti.

La revisione delle norme sul lavoro intrapresa dal 2017 ha portato ad alcuni evidenti miglioramenti in favore dei due milioni di lavoratori migranti presenti in Qatar, centinaia di quali coinvolti nella realizzazione di progetti essenziali per lo svolgimento dei Mondiali di calcio. Tuttavia, la mancata effettiva applicazione e attuazione di queste norme continua a compromettere l’impatto benefico sui lavoratori migranti. Migliaia di essi vanno ancora incontro a ritardi o mancati versamenti dei salari, diniego dei giorni di riposo, insicurezza sul lavoro, ostacoli al cambiamento di lavoro e all’accesso alla giustizia, mentre migliaia di decessi restano privi di indagini.

Tra le riforme entrate in vigore dal 2017, ci sono una legge sulle condizioni delle lavoratrici domestiche che vivono nell’abitazione presso la quale prestano impiego, la costituzione di tribunali del lavoro per favorire l’accesso alla giustizia, l’istituzione di un fondo per i salari non versati e l’introduzione del salario minimo. Il Qatar ha inoltre ratificato due importanti trattati sui diritti umani, sebbene non riconoscendo il diritto dei lavoratori migranti ad aderire a un sindacato.

Il Comitato supremo, organizzatore dei Mondiali di calcio, ha introdotto standard riguardanti il lavoro ma validi solo nei siti ufficiali come gli stadi e dunque a beneficio di una piccola parte dei lavoratori impiegati nei progetti essenziali del campionato di calcio e, dunque, del due per cento della forza lavoro presente in Qatar.

Insomma, i lavoratori migranti impegnati nei progetti relativi così come in quelli non relativi ai Mondiali di calcio continuano a subire violazioni dei diritti in modo rilevante. Molti, soprattutto nei settori della sicurezza e del lavoro domestico, sono ancora sottoposti a condizioni che costituiscono lavoro forzato. Nel lavoro domestico, si continua a lavorare, al chiuso di abitazioni private, da 14 a 18 ore al giorno senza giornata di riposo.

Gli addetti alla sicurezza si vedono ripetutamente negate le giornate di riposo e sono costretti a lavorare con la minaccia di sanzioni, come le trattenute arbitrarie dal salario o talora la confisca del passaporto, nonostante queste prassi violino le leggi del Qatar.

La morte, nell’ultimo decennio, di migliaia di lavoratori migranti impegnati in progetti relativi ai Mondiali di calcio o altrove resta priva di spiegazioni. Almeno centinaia fra questi decessi sono stati con ogni probabilità causati dalle temperature estreme durante i turni di lavoro. La nuova legge sulle temperature è un passo avanti ma dev’essere rafforzata per essere all’altezza degli standard internazionali e proteggere efficacemente coloro che lavorano all’esterno. Nonostante sia più che provato che il caldo mette la salute fortemente a rischio, le autorità del Qatar hanno fatto poco per indagare sulle morti dei lavoratori migranti, chiarire l’accaduto e disporre risarcimenti, in contrasto con le buone pratiche internazionali.

Ma non c’è solo il devastante impatto emotivo sulle famiglie delle vittime: la perdita del principale percettore di reddito e la mancanza di risarcimenti hanno fatto sprofondare molte di esse in una povertà ancora peggiore.

I lavoratori migranti continuano a non poter formare sindacati e a non potervi aderire, contrariamente a quanto prevede il diritto internazionale. Le commissioni congiunte formate e dirette dai datori di lavoro comprendono solo il due per cento della forza lavoro del Qatar. Questi organismi concedono ai lavoratori qualche forma di rappresentanza ma sono segnati da profonde carenze: ad esempio, mancano di meccanismi per la contrattazione collettiva e non forniscono ai lavoratori fondamentali protezioni legali.

Il versamento di somme da estorsione alle agenzie di collocamento da parte di chi cerca impiego in Qatar rimane un fenomeno assai diffuso. Per recuperare debiti da 1000 a 3000 dollari occorrono mesi se non anni di lavoro e in questo modo si finisce in un ciclo di sfruttamento. Mentre alcuni lavoratori impegnati in progetti relativi ai Mondiali di calcio direttamente supervisionati dal Comitato supremo sono in grado di chiedere almeno un parziale rimborso delle spese versate, questa opzione non è a disposizione per la maggior parte della forza lavoro presente in Qatar.

Gli importanti cambiamenti introdotti al sistema kafala – che rendeva i lavoratori completamente dipendenti dal loro datore di lavoro – consentono ora alla grande maggioranza dei lavoratori migranti di poter lasciare il paese o cambiare lavoro senza dover chiedere il permesso. Tuttavia, essi rischiano ancora di esser arrestati o espulsi se i loro datori di lavoro annullano il visto sul passaporto, non rinnovano il permesso di soggiorno o li denunciano per essersi “assentati” dal lavoro.

Nonostante il governo abbia dichiarato di aver approvato, dall’ottobre 2020, oltre 300.000 richieste di cambio d’impiego, Amnesty International ha documentato svariati casi in cui negli ultimi mesi datori di lavoro privi di scrupoli hanno usato i loro poteri per annullare i visti, non rinnovare i permessi di soggiorno e denunciare i lavoratori per “assenza” al fine di sfruttare e punire coloro che si erano lamentati per le condizioni di lavoro o volevano cambiare impiego.




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