mercoledì 24 novembre - Osservatorio Globalizzazione

Polonia-Bielorussia: la valenza geopolitica della crisi dei migranti

Ora che la poltrona è più comoda che mai, mi accingo finalmente a scrivere questo articolo. Il tempo non mi arride: trionfa l’umidità invernale, quel barlume di sole che c’era… tramonta inesorabile. 

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Devono essere le 17. Non mi rendo conto di vivere una condizione privilegiata, addirittura invidiabile. Fino a quando non ripenso alle immagini provenienti dalla Bielorussia. Per la precisione, dal confine che divide Polonia e Bielorussa, dove migliaia di persone sono ormai da giorni ammassate in condizioni quanto mai precarie. Il freddo è gelido, la fame si fa sentire, la confusione regna sovrana. Sono carovane disperate. Si tratta di migranti che arrivano soprattutto dal Medio Oriente, intenzionati a entrare nel territorio dell’Unione Europea. Il governo polacco, tuttavia, non pare disposto ad aprire le frontiere: al contrario, ha mandato le forze armate a presidiare il confine, rafforzato peraltro con il filo spinato. Il governo bielorusso, da parte sua, non intende riprendersi i migranti. Si teme che tra Varsavia e Minsk possa scoccare la scintilla.

Nell’interpretazione polacca, la Bielorussia di Alexander Lukashenko avrebbe deliberatamente accolto i profughi con l’intenzione di impiegarli contro la Polonia. Naturalmente, il presidente chiamato in causa smentisce: mica i migranti abbandonano le loro terre d’origine a causa dei bielorussi! Piuttosto degli occidentali, che dopo aver destabilizzato la mezzaluna fertile per anni dovrebbero ora accettarne le conseguenze, in primis umanitarie. Sarà, sarà anche vero. Ma Lukashenko, qui nella veste d’interessato analista di medio periodo, dovrebbe in primo luogo spiegare come quei migranti ci siano arrivati in Bielorussia, non esattamente un paese attaccato alla Siria e all’Iraq. Al suo posto, lo spiega in modo approfondito un articolo che trovate su «Il Post», Come ci arrivano i migranti in Bielorussia. Non metterò in discussione le informazioni riportate, che mi sembrano verosimili. (Sia detto per inciso: questo delle informazioni a nostra disposizione, negli affari internazionali soprattutto, rappresenta un bel problema. I filosofi lo definirebbero un problema epistemologico. Te ne accorgi quando l’analisi devi scriverla tu. Perché certo, verificare tutte le informazioni è impossibile: per farlo bisognerebbe vedere tutto con i propri occhi, e comunque anche quelli di tanto in tanto fanno cilecca; di qualche fonte bisognerà pur fidarsi. Per un altro verso, non si può neanche abboccare a qualsiasi esternazione, in particolare quando si tratta di contese geopolitiche. La domanda che mi faccio, allora, dinanzi alle informazioni contenute in quell’articolo è: posso davvero escludere che Alexander Lukashenko stia usando i migranti come pedine, concedendo loro – tramite agenzie di viaggio compiacenti – facili visti nel suo paese per riversarli poi sul confine polacco? No, e per valide ragioni. Escludo se mai che la politica dei visti facili sia figlia di un interesse umanitario: la Bielorussia non vuole accogliere i migranti nel suo territorio più di quanto lo vogliano fare gli altri, e d’altro canto ignoro perché dovrebbe agevolarli nel loro cammino verso i cancelli europei. Se non per fare pressione sulla Polonia e gli altri paesi del blocco occidentale. Appunto quello che riferiscono quasi tutti gli articoli che ho letto in queste ore, e che «Il Post» dettaglia nel merito). Il problema è che la sola ricostruzione dei fatti non basta. Occorre comprendere a quale gioco Lukashenko stia giocando, quali obiettivi si prefigga attraverso una tattica quanto mai spregiudicata. In attesa di scoprirlo, possiamo fare delle congetture.

1. Minacciando la frontiera baltica e soprattutto polacca, Minsk spera di allentare le sanzioni dell’Unione Europea, scongiurarne altre nel prossimo futuro. In principio ho pensato a questa possibilità. Eppure, a sentire gli aggiornamenti non sembra che i paesi europei vogliano rinunciare alle sanzioni: ne annunciano anzi di ulteriori, proprio in risposta alle ultime provocazioni. Si direbbe che l’obiettivo di Lukashenko sia presto sfumato, allora, e che avrebbe potuto benissimo prevederlo. Forse l’obiettivo non era quello di allentare le sanzioni… Ma non possiamo ancora saperlo, la partita è lunga. Se la minaccia dei migranti dovesse continuare nel prossimo futuro, i paesi europei potrebbero rimuovere le sanzioni, o magari sganciare sottobanco alla Bielorussia tutto il denaro che esigerà per bloccare i migranti. Ora, non credo proprio che l’Unione Europea rinuncerà nel breve periodo alla sanzioni. Però questo non impedisce a Lukashenko di giocare ogni carta a sua disposizione, con il pensiero rivolto al medio termine. Schierando i profughi lungo il confine, la Bielorussia dispone infatti di una leva negoziale insidiosa: cari europei, che cosa siete disposti a concedere per evitare una continua pressione alle porte di casa? Oggi siete intransigenti, domani chi lo sa.

2. Minsk potrebbe anche aver ordito l’operazione per destabilizzare il fronte europeo, proprio nel momento di massima tensione tra Varsavia e le istituzioni comunitarie. Queste ultime, nelle parole del presidente del Consiglio Europeo Charles Michel, hanno tuttavia espresso vicinanza alla Polonia, addirittura contemplando la possibilità di cofinanziare un muro alla frontiera. Vedremo come si evolveranno gli eventi. I bielorussi potevano avere in mente qualcosa del genere: se i polacchi reagiranno bruscamente alla pressione migratoria, e in modo unilaterale, come in effetti stanno facendo dopo aver dichiarato una stato di emergenza lungo il confine, finiranno per inimicarsi una volta di più le burocrazie europee, interessate ad avere voce in capitolo nel dossier sui confini esterni. Quando il fronte avverso diventa litigioso, si tira un bel sospiro di sollievo. E magari si prepara la mossa successiva. In ogni caso, dal punto di vista bielorusso, questi mi sembrano effetti collaterali, obiettivi di secondo o terzo ordine, che non possono in quanto tali aver ispirato le manovre di Lukashenko.

3. Più realisticamente, l’obiettivo è quello di segnalare alla Polonia e alle altre cancellerie europee che il governo di Minsk non intende cedere di un millimetro. La Bielorussia non farà la fine dell’Ucraina, sia messo agli atti; le rivoluzioni colorate non abbatteranno il regime. Per difendersi dalle aggressioni esterne e consolidare il potere, la Bielorussia è disposta a impiegare tutte le armi, se necessario anche quella migratoria. Come dimostrato nelle ultime settimane. Le ingerenze nella politica interna verranno pagate dagli europei a caro prezzo, con una simmetrica pressione esterna, ventilata o effettuale, più o meno violenta a seconda delle circostanze. L’Unione è avvertita.

A complicare un quadro già tesissimo, le dichiarazioni rilasciate nei giorni scorsi dal presidente polacco Mateusz Morawiecki, secondo cui dietro l’operazione bielorussa ci sarebbe la regia del Cremlino. Chi potrebbe confermarlo? Nessuno, visto che neanche in questo caso esistono attori imparziali: del resto l’attivismo russo nell’area è direttamente proporzionale… alla russofobia polacca. Ecco allora che potrebbe benissimo esserci stato un coinvolgimento russo, ma potrebbero anche solo essere insinuazioni di Morawiecki, leader di un paese che fa dell’ostilità a Mosca un pilastro irrinunciabile. In questo caso conviene forse aggirare il problema delle responsabilità, guardando direttamente alle conseguenze che l’operazione bielorussa potrebbe determinare. Ciò permetterà di guadagnare alcuni elementi ulteriori proprio rispetto all’eventuale coinvolgimento russo, passato o futuro che sia. Se la costruzione del muro lungo il confine venisse confermata, in effetti, tra Bielorussia e Polonia si verrebbe a creare un diaframma utile anche alla Federazione Russa, un ulteriore ostacolo alla destabilizzazione occidentale di Minsk: un ostacolo creato per giunta dagli stessi polacchi. Ironia della sorte. A livello simbolico, è come se la Polonia rinunciasse ad attrarre il vicino bielorusso nella sua sfera d’influenza, mettendosi in un certo senso sulla difensiva. Tale dinamica, non immediatamente percepibile, viene approfondita in un video interessante che Dario Fabbri ha di recente realizzato per il canale Youtube di «Limes», Chi sta vincendo in Bielorussia. Io non sopravvaluterei il muro, che non mi pare una grande discontinuità con il passato. Tuttavia non si può neanche ignorarlo: che i polacchi siano caduti in una trappola o meno, che i russi lo avessero previsto a tempo debito o meno, la cortina di ferro tra fronte occidentale e orientale va irrobustendosi. Aumenta la tensione tra Minsk e Varsavia, di conseguenza quella tra Mosca e Washington, almeno per il momento. Una Polonia minacciata è una Polonia che a sua volta minaccia, e una Bielorussia accerchiata è una Bielorussia che guarda sempre più a est, alla Russia di Putin, che per difendere l’alleato bielorusso non risparmierebbe energia alcuna. Se anche il Cremlino non ha collaborato attivamente all’operazione dei migranti, in ogni caso quello che sta accadendo alla frontiera bielorussa lo riguarda eccome. E lo rilancia come protagonista.




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