martedì 1 settembre - Laura Tussi

Per un’educazione trasformatrice

Per formare le nuove generazioni alla cittadinanza attiva e globale e planetaria è necessaria la formazione di educatori che siano animati non da una cultura della trincea e dell’arroccamento, ma da una cultura degli avamposti e dunque del rischio, del cambiamento e della trasformazione.

In questo articolo mi metterò a comunicare alcuni pensieri sulla trasformazione, sul contesto mediatico, sul clima di paura e di insicurezza che produce il fatalismo e il fanatismo che impediscono il cambiamento, sempre nell’ambito del diritto costituzionale e internazionale.

Il concetto di trasformazione è l’intuizione più originale che è contenuta nel curriculum Oxfam, poiché nel rapporto all’UNESCO della commissione internazionale per l’educazione del XXI secolo, presieduta da Jacques Delors, quel concetto non esisteva: si parlava di imparare a conoscere e a far vivere, a fare, a essere, ma non si faceva riferimento alla necessità di imparare a trasformare come pilastro fondamentale della nuova educazione.

Ora però diventa importante per l’educatore avere la consapevolezza che la vera trasformazione inizia sempre da se stessi e che soltanto chi è già nel nuovo nella sua mente sarà capace di innovare.

Quanti di noi per esempio sono già usciti dal Novecento e si impegnano ad abitare nel XXI secolo con il proprio pensiero e con le idee? quanti cioè hanno già compiuto questo trasloco culturale che somiglia tanto a una vera migrazione cognitiva? e quanti invece sono ancora prigionieri delle vecchie e stantie ideologie del passato (fascismo e nazismo) e delle falsità della contemporaneità?

L’educatore crede in una trasformazione.

È colui che provvede a un aggiornamento continuo, dotandosi di anticorpi cognitivi e che possiede forza e parole generatrici.

Ogni considerazione che possiamo ancora fare in merito alla necessità di trasformare la realtà deve oggi tener conto del nuovo contesto mediatico.

Voglio dire che i media e i mainstream convenzionali non sono soltanto mezzi di informazione che collegano il mondo con nuove forme di potere, influenzando i cittadini che vivono nel contesto globale e planetario. Tanti segnali ci portano a ritenere che nei nostri paesi si sta passando da una democrazia rappresentativa a una democrazia ed opinione in cui nessuno rappresenta più nessuno e si diffonde la crisi sia dei partiti politici e dei sindacati, sia delle associazioni e dei movimenti. In questa situazione di disgregazione sociale e di sfarinamento, i singoli individui sono in balia dei media e del potere. 

Per catturare il consenso dei cittadini, i politici si servono di sondaggi d’opinione trasformando in questo modo la democrazia in mediocrazia. E questo che si intende dire oggi quando si parla di populismo mediatico e di regime mediocratico. Evidente che in tale contesto l’educazione diventa un’impresa difficile, quasi impossibile. Ha ragione Postman quando osserva che la scuola ha senso soltanto se riesce a svolgere un’azione di contropotere, decostruendo e ricostruendo le idee, fornendo ai giovani la possibilità di scegliere tra un pensiero allineato e conformista e un pensiero libero e divergente. Esempi di divergenza sulla de-globalizzazione (Walden Bello) rispetto alla globalizzazione. La decrescita (Serge Latouche) rispetto allo sviluppo. La cultura del dono (gruppo del Mauss) rispetto alla competitività del mercato. Non è facile dunque dare concretezza all’obiettivo della trasformazione perché oltre il condizionamento dei media vi è quello provocato dal clima di paura e di insicurezza che danneggia e genera sfiducia nel cambiamento e ingenera spirito di rassegnazione. Oggi gli educatori devono capire che la paura non è solo una categoria psicologica, ma una vera categoria politica.

Questo significa che la scuola dovrebbe interessarsi di più del codice delle emozioni e dell’educazione dei sentimenti perché come scrive il biologo cileno Maturana ciò che spinge le donne e gli uomini a agire non è la ragione, ma le emozioni. Non basta allora soltanto una mente razionale e cognitiva, ma occorre fare ricorso alla molla sentimentale ed emotiva delle passioni.

Ecco perché diventa importante trasformare nei giovani la capacità di empowerment e di resilienza rafforzando i nessi di immaginario della speranza, facendo conoscere esperienze di protagonisti positivi e l’autosviluppo dei più poveri e delle donne.

Avviandomi a concludere, se vogliamo dare vita a un’educazione trasformatrice dobbiamo innanzitutto partire da noi stessi e realizzare quella riforma di pensiero che secondo Edgar Morin ci consente di entrare con la testa nel XXI secolo, liberandoci dalle vetero - ideologie del '900 e avviando una nuova ecologia della mente. Essere cittadini liberi e capaci di futuro nella nostra società mediatizzata significa concepire la scuola e l’educazione come luogo di contropotere e baluardo di libertà per riaccendere il motore del cambiamento e aprire una nuova strategia di speranza che ci consente di uscire dal tempo delle passioni tristi.

È importante dedicare più attenzione alla sfera delle emozioni, dei sentimenti e delle relazioni. Gli educatori devono tornare ad essere dei soggetti sociali e culturalmente eversivi perché l’educazione rafforza sempre nei cittadini il senso della possibilità in contrasto con ogni determinismo. Un educatore in quanto insegnante non può mai accettare di essere considerato un impiegato o un funzionario. Per formare le nuove generazioni alla cittadinanza attiva e globale e planetaria è necessaria la formazione di educatori che siano animati non da una cultura della trincea e dell’arroccamento, ma da una cultura degli avamposti e dunque del rischio, del cambiamento e della trasformazione, nella nostra società complessa, sempre nell’ambito del diritto costituzionale e internazionale.




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