lunedì 19 ottobre - Laura Tussi

PeaceLink: liberiamoci dalla guerra ovunque

Dal collettivo studentesco alla fabbrica. Rossana De Simone racconta la sua esperienza di giovane lavoratrice e delegata sindacale.

Intervista di Laura Tussi a Rossana De Simone di PeaceLink 

 

Perchè ricordi il 1980 come un anno terribile?

Per la prima volta nel 1980 varco il cancello di una fabbrica. Fino ad allora avevo partecipato come collettivo studentesco alle lotte operaie per il contratto o contro i licenziamenti.

Ricordo il 1980 come un anno terribile.

Il movimento giovanile che aveva riempito le piazze e le strade veniva brutalmente represso, il movimento operaio avrebbe vissuto la più cocente sconfitta alla Fiat, e anche London Calling, quel favoloso disco cardine del punk inglese, sarebbe diventato il documento di una triste sconfitta politica. I Clash cantavano “Londra chiama” nel momento del trionfo del partito conservatore di Margaret Thatcher alludendo, in tutto l’LP, al disastro nucleare, inondazioni, abusi di droghe, scontri con la polizia, quartieri disagiati, giovani e disoccupati arrabbiati.

Nelle fabbriche si apre un forte dibattito sulla coerenza di una classe operaia produttrice di armi e al contempo propugnatrice di solidarietà verso i paesi le cui popolazioni venivano represse da queste stesse armi.

Quando sono entrata in fabbrica, esisteva ancora la Federazione lavoratori metalmeccanici (FLM) e al suo interno brillava nella sua particolarità, un gruppo di lavoro impegnato a livello nazionale in attività di ricerca sulla produzione, esportazione e diversificazione dell’industria bellica. Il suo più alto rappresentante, Alberto Tridente, allora Segretario Nazionale F.L.M., nel 1979 presentava il libro “Corsa agli armamenti e uso alternativo delle risorse”. Nel volume si auspicava una forte presa di coscienza da parte delle forze politiche e del movimento operaio circa la natura e dimensioni del problema del disarmo a livello mondiale. Il moltiplicarsi dei conflitti locali e l’aumento delle spese militari, dovevano far sì che nelle fabbriche si aprisse un forte dibattito sulla coerenza di una classe operaia produttrice di armi da una parte, e dall’altra propugnatrice di solidarietà e collaborazione verso i paesi le cui popolazioni o minoranze etniche venivano represse da queste stesse armi. L’azienda di cui parlo è infatti l’Aermacchi, un tempo privata oggi di Leonardo (ex Finmeccanica), gruppo a partecipazione statale.

Racconta di cosa è diventata la Fabbrica di morte Aermacchi, oggi Leonardo e ex Finmeccanica

Leonardo è quell’azienda di cui si declama da una parte l’eccellenza tecnologica riconosciuta a livello internazionale e la capacità di fare sistema in una Italia in via di deindustrializzazione, dall’altra i pericoli di tagli finanziari e occupazionali e il rischio di una perdita di prestigio sul mercato e sulla politica estera. 

Partecipasti con il consiglio di fabbrica ad una manifestazione a Torino in un clima pesantissimo

Come ho detto il 1980 viene ricordato come l’anno della sconfitta della classe operaia Fiat: Umberto Agnelli in una intervista aveva affermato che la soluzione ai problemi Fiat stava nella svalutazione della lira e nei licenziamenti di massa. Dopo mesi di trattative inconcludenti, scioperi, cortei, presidi dei cancelli, blocchi delle fabbriche, il 14 ottobre capi, impiegati, dirigenti, intermedi, operai crumiri, padroncini dell’indotto, dietro lo striscione “maggioranza laboriosa” e lo “Vogliamo lavorare in pace”, organizzano la manifestazione definita dei 40mila. La magistratura emette addirittura in serata un’ordinanza alle forze dell’ordine affinché intervengano per garantire l’ingresso in azienda a quei “lavoratori che manifestino tale intenzione”.

Partecipo con il consiglio di fabbrica ad una manifestazione a Torino in un clima pesantissimo dove tutti ormai sapevano che lì a poco il sindacato avrebbe firmato (esattamente il 15 ottobre 1980) in tutta fretta un accordo inaccettabile e non voluto. In sostanza si lasciava alla FIAT tutto ciò che voleva: cassa integrazione a zero ore, cassa a rotazione e avviamento di processi di mobilità extraziendali.

Aermacchi e altre aziende del settore difesa avrebbero subito la crisi in termini così devastanti?

Aermacchi e altre aziende del settore difesa non avrebbero subito la crisi in termini così devastanti. Più tardi queste aziende avrebbero partecipato alla trasformazione del sistema industriale italiano ma usufruendo di leggi promozionali, oltre quelle ordinarie del Ministero, e ottenendo non solo finanziamenti per la ricerca e sviluppo dei programmi nazionali e internazionali, ma anche per l’ammodernamento di materiali, impianti, macchinari, ed apparecchiature ad alta tecnologia.

Siamo negli anni '80, in piena guerra fredda...

E’ il periodo di una nuova guerra fredda e della decisione di installare i missili nucleari americani a medio raggio in cinque paesi europei della Nato, Italia compresa. Decisione che riporterà il tema riarmo nucleare/disarmo al centro del dibattito nel paese e l’aumento delle spese militari che nel 1988 raggiungerà i 43mila miliardi di lire con una crescita media del 6% l’anno. A livello sociale nascerà il fenomeno dello yuppismo, cioè di quei giovani che hanno come obiettivo fare un mucchio di soldi attraverso l’affermazione economica individuale, che adottano uno stile di vita consumista, ostentando la volontà del successo, sentendosi realizzati nell’economia capitalista.

Il sindacato entrava in una grande crisi da cui non è ancora uscito

Il decentramento produttivo, che ha cambiato la struttura di un sistema industriale che poggiava sulla grande fabbrica, promuoveva la creazione di piccole e medie imprese incentivando il lavoro autonomo. Questo nuovo stato di cose, con tanti piccoli padroncini ex operai subordinati alla fabbrica madre o individui che rifuggono il lavoro in fabbrica per mettersi in proprio, porterà il sindacato in una grande crisi da cui non è ancora uscito. Il sindacato aveva ormai assunto il ruolo di mediatore degli interessi in gioco. Di conseguenza la sua preoccupazione maggiore era diventata quella di mantenere intatta la sua forza a discapito della democrazia e della critica allo stato di cose esistenti: gli scioperi diventano simbolici, il negoziato sempre più accentrato, le rivendicazioni vengono elaborate nelle confederazioni senza una reale possibilità di controllo da parte della base.

Che ruolo aveva la critica alla produzione militare?

Nascerà in opposizione a queste politiche il movimento degli “autoconvocati” che in seguito organizzerà i sindacati di base a cui aderiranno anche alcuni lavoratori Aermacchi. Per me significherà la restituzione della tessera sindacale (nel frattempo il sindacato si era diviso nelle sue componenti tradizionali FIM, FIOM e UILM) per dare l’avvio di un sindacato di base prima di uscire del tutto dalla fabbrica. Per me la critica alla produzione militare doveva essere portata avanti insieme a quella di un modello di sviluppo basato sullo sfruttamento dell’uomo e della natura.

Altri manterranno la loro tessera pur continuando a promuovere iniziative rivolte alla riconversione dell’azienda in industria bellica. Tema ormai eliminato dalle piattaforme dei sindacati confederali. Nasce il Comitato per la democrazia e la solidarietà che diverrà in seguito Comitato cassaintegrati per la pace. Sembrava fosse possibile, per i lavoratori, riprendere in mano la possibilità di decidere la propria condizione e con loro anche di tutti coloro insofferenti verso un clima che riteneva ormai impossibile modificare un modello predatorio delle risorse di un territorio e delle comunità che lo abitano. 

La caduta del muro di Berlino nel 1989, la dissoluzione del Patto di Varsavia e dell’Unione Sovietica nel 1991 quali conseguenze hanno provocato?

Abbandonare la critica di un modello di sviluppo basato sulla sfruttamento, ha significato non capire che gli eventi intervenuti alla fine degli anni ottanta non avrebbero portato ad un mondo più giusto ed uguale. La caduta del muro di Berlino nel 1989, la dissoluzione del Patto di Varsavia e dell’Unione Sovietica nel 1991 ha prodotto la fine della guerra fredda e dunque una riduzione delle spese in armamenti. Se in Italia tra il 1989 e il 1995 c’è stata una riduzione delle spese militari di circa il 12% che scendono a 37mila miliardi, questo non ha automaticamente portato ad una divisione egualitaria della ricchezza risparmiata, piuttosto sono aumentati conflitti locali e fenomeni di corruzione di lobbisti e categorie avvantaggiate.

Tu Rossana e altri compagni di lotta avete fatto pubblica dichiarazione di obiezione di coscienza alle spese militari.

Quello che è accaduto in Aermacchi è scritto nel libro "Nuovo ordine militare internazionale: Strategie, costi, alternative" del 1993 in cui si raccontano tutte le iniziative intraprese dal nostro gruppo sino alla espulsione dalla fabbrica: "Occorreva insomma riconfermare i contenuti di una battaglia decennale, intensificatasi nei 6 mesi precedenti l'espulsione”. Nel 1990 erano state approvate, in una assemblea generale, le motivazioni della legge 185/90 che avrebbe regolato in maniera restrittiva l’export di armi nel mondo. Nel marzo del 1988 Elio Pagani, storico portavoce insieme a Marco Tamborini dei temi del disarmo, denuncia in un'intervista a Famiglia Cristiana la violazione, da parte di Aermacchi, degli embarghi ONU del 1972 e del 1977 concernenti l'esportazione di armi al Sudafrica, nonché i rapporti commerciali da essa intrattenuta nei confronti sia dell'Iran che dell'Iraq nonostante l'imperversare della guerra tra i due paesi. Nel 1986 avevano già fatto, insieme ad altri, pubblica dichiarazione di obiezione di coscienza alle spese militari. Ma era questo momento di grande crisi dell’industria bellica, intervenuto alla fine degli anni novanta, che si poteva supporre fosse possibile cominciare a sperimentare progetti di diversificazione/riconversione industriale.

Voi cominciavate a supporre fosse possibile sperimentare progetti di diversificazione e riconversione industriale?

Tuttavia, come già accaduto dentro la Oto Melara, anche il tentativo dei lavoratori Aermacchi fallisce grazie alle lobby politico-sindacali-militari. Noi ci opponevamo fermamente alla richiesta di finanziamenti statali destinati all'addestratore militare PTS2000 (diverrà 346) e ai 510 miliardi a favore del programma AMX ed EFA, contrapponendo un pacchetto di proposte alternative al massacro occupazionale finalizzato alla sola razionalizzazione della fabbrica. Nei nostri confronti però iniziò un vergognoso boicottaggio attraverso l'espropriazione della possibilità di parlare in assemblea e con il rifiuto della consultazione dei lavoratori sulle proposte alternative.

In Italia, sia a livello politico sia sindacale, si affermava la teoria della supremazia della tecnologia bellica e della sua ricaduta nei settori civili, e si approvava il “nuovo modello di difesa” che avrebbe disegnato le nuove capacità militari per realizzare interventi militari all’estero. Il risultato è stato il respingimento del programma europeo Konver che avrebbe finanziato la riconversione bellica di aziende in profonda crisi.

Come prosegue la Vostra lotta fuori dalla fabbrica?

La nostra lotta fuori dalla fabbrica avrebbe poi permesso la creazione di una Agenzia per la riconversione dell'industria bellica nel 1994 (chiusa in seguito dalla giunta Formigoni), non senza prima essere diventati, con l’installazione di una roulotte in Piazza del Podestà a Varese il 16 gennaio 1991, la notte in cui iniziò la prima guerra del Golfo, un punto di riferimento dell’intero movimento della città e della provincia contro la guerra. Dopo di questo nelle fabbriche è sceso il buio sulla domanda: quale produzione? cosa e come vogliamo produrre per vivere in un mondo in cui tutti possono vivere senza essere sfruttati nel rispetto della natura?

 



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