lunedì 2 novembre - Laura Tussi

Olocausto nucleare, la medicina lancia l’allarme: di fronte alla catastrofe atomica non esiste cura

Dall’impegno dei medici statunitensi e sovietici che nel 1980 fondarono l’IPPNW, fino al Nobel per la Pace del 1985, una riflessione sulla responsabilità della scienza davanti alla minaccia nucleare. Nessun sistema sanitario sarebbe in grado di affrontare le conseguenze di una guerra atomica: prevenire la catastrofe significa eliminare le armi nucleari.

 di Laura Tussi su FARO DI ROMA

La medicina oltre i blocchi: quando salvare la vita diventa un impegno per la pace

Nel dicembre del 1980, nel pieno della contrapposizione geopolitica della Guerra Fredda, un gruppo di medici provenienti dai due fronti opposti della Cortina di ferro, Stati Uniti e Unione Sovietica, compì una scelta destinata a lasciare un segno nella storia del movimento pacifista internazionale: superare le divisioni ideologiche per affrontare insieme la minaccia nucleare, partendo dalle evidenze scientifiche e dalla responsabilità professionale di chi ha scelto di salvare vite umane.

Nacque così l’IPPNW, International Physicians for the Prevention of Nuclear War, l’organizzazione internazionale dei medici per la prevenzione della guerra nucleare, promossa da personalità come il cardiologo statunitense Bernard Lown e il medico sovietico Yevgeny Chazov.

La loro iniziativa partiva da una constatazione tanto semplice quanto sconvolgente: di fronte alle conseguenze di un’esplosione nucleare, la medicina non dispone di strumenti sufficienti per soccorrere e curare le popolazioni colpite. Nessuna preparazione ospedaliera, nessuna organizzazione di emergenza e nessuna tecnologia sanitaria potrebbero compensare la distruzione prodotta da un conflitto atomico su larga scala.

Non era soltanto una valutazione clinica. Era un’affermazione etica e politica che chiamava la comunità scientifica a una responsabilità più ampia: impedire che la guerra nucleare potesse verificarsi.

Questo è il significato più profondo dell’impegno dell’IPPNW: denunciare l’incompatibilità tra la sopravvivenza dell’umanità e la logica della deterrenza nucleare, smontare l’illusione che una catastrofe atomica possa essere amministrata attraverso protocolli sanitari e rivendicare il ruolo della medicina come presidio di difesa della vita.

L’illusione del soccorso: davanti alla guerra nucleare la medicina è impotente

Durante la Guerra Fredda, la dottrina della deterrenza e le strategie di protezione civile alimentarono spesso l’idea che le conseguenze di un attacco nucleare potessero essere almeno parzialmente controllate attraverso rifugi, piani di evacuazione, strutture ospedaliere e procedure di emergenza.

Ma questa rappresentazione nascondeva una realtà drammatica: la potenza distruttiva delle armi atomiche supera enormemente la capacità di risposta di qualsiasi sistema sanitario.

Anche l’esplosione di un singolo ordigno nucleare su una grande area urbana potrebbe provocare un numero di vittime e feriti tale da mandare rapidamente in crisi l’intera rete assistenziale. Gli effetti combinati dell’onda d’urto, delle temperature elevatissime, degli incendi e delle radiazioni determinerebbero una catastrofe sanitaria senza precedenti.

Gli ospedali potrebbero essere distrutti o resi inagibili proprio mentre la domanda di assistenza raggiungerebbe livelli enormi. Medici, infermieri e soccorritori potrebbero essere tra le vittime, mentre verrebbero compromesse le infrastrutture indispensabili al funzionamento delle strutture sanitarie: energia elettrica, acqua potabile, comunicazioni, trasporti e approvvigionamento dei medicinali.

Le ustioni estese, i traumi devastanti, le lesioni provocate dalle radiazioni ionizzanti e la sindrome acuta da radiazioni richiederebbero trattamenti complessi e prolungati. Sarebbero necessari reparti specializzati, terapia intensiva, trasfusioni, antibiotici, farmaci e personale qualificato. Ma proprio queste risorse risulterebbero in gran parte indisponibili.

La sproporzione tra bisogni sanitari e possibilità di cura diventerebbe insostenibile. La medicina d’emergenza si troverebbe davanti a un limite materiale e umano insuperabile: non per mancanza di competenza o di volontà dei professionisti, ma per la distruzione delle condizioni stesse che rendono possibile assistere i malati.

In uno scenario simile, anche i criteri etici del triage, necessari per stabilire le priorità di intervento quando le risorse sono limitate, sarebbero sottoposti a una pressione drammatica. I medici sarebbero costretti a confrontarsi con decisioni tragiche, senza poter garantire cure adeguate a una parte enorme della popolazione colpita.

La lezione dell’IPPNW è dunque inequivocabile: non esiste una risposta sanitaria capace di neutralizzare gli effetti di una guerra nucleare. La prevenzione non può consistere nella preparazione a curare l’inimmaginabile, ma deve tradursi nell’eliminazione della minaccia alla radice, attraverso il disarmo nucleare.

### Dalla consapevolezza scientifica al Nobel per la Pace del 1985

Il valore storico dell’IPPNW non risiede soltanto nella capacità di documentare le conseguenze mediche e ambientali di un conflitto atomico. La sua forza più innovativa fu quella di trasformare la conoscenza scientifica in uno strumento di mobilitazione internazionale, superando le divisioni politiche che separavano le due superpotenze.

Negli anni Ottanta, mentre Stati Uniti e Unione Sovietica alimentavano una nuova e pericolosa spirale di riarmo, con particolare riferimento alla diffusione dei missili nucleari a medio raggio in Europa, medici americani e sovietici dimostrarono che la difesa della vita poteva costituire un terreno comune anche tra Paesi contrapposti.

La loro collaborazione aveva un significato profondamente umano e universale. Il giuramento professionale di chi esercita la medicina non può essere subordinato alle appartenenze nazionali, alle alleanze militari o alle contrapposizioni ideologiche. La sofferenza di una persona irradiata non cambia in base alla sua nazionalità; le conseguenze di un’esplosione atomica non distinguono tra alleati e avversari.

A rafforzare questa consapevolezza contribuirono anche gli studi scientifici sugli effetti climatici di una guerra nucleare. Le ricerche sull’inverno nucleare, sviluppate soprattutto nella prima metà degli anni Ottanta, mostrarono come gli incendi prodotti da esplosioni atomiche su vasta scala avrebbero potuto immettere enormi quantità di fumo e fuliggine nell’atmosfera, riducendo la luce solare e alterando profondamente il clima.

Le conseguenze avrebbero superato di gran lunga i territori direttamente colpiti dalle esplosioni: il raffreddamento, il deterioramento delle condizioni agricole e il collasso delle produzioni alimentari avrebbero potuto provocare carestie diffuse, mettendo a rischio la sopravvivenza di popolazioni lontanissime dai luoghi degli attacchi.

Nel 1985, il Comitato norvegese assegnò all’IPPNW il Premio Nobel per la Pace, riconoscendo il valore dell’impegno dei medici nella sensibilizzazione dell’opinione pubblica sui rischi di una guerra nucleare e nella costruzione di un dialogo internazionale tra professionisti provenienti da Paesi contrapposti.

Quel riconoscimento rappresentò una vittoria della coscienza scientifica sulla logica della deterrenza. La comunità internazionale veniva richiamata a comprendere che l’arma atomica non costituisce una garanzia assoluta di sicurezza, ma una minaccia permanente per la sopravvivenza dell’intera umanità.

Il dovere della scienza davanti alla nuova corsa agli armamenti

Oggi, a distanza di oltre quarant’anni dalla fondazione dell’IPPNW, il suo messaggio conserva un’attualità drammatica. La modernizzazione degli arsenali atomici, l’indebolimento degli accordi sul controllo degli armamenti, le tensioni tra le potenze nucleari e il ritorno di una retorica che contempla persino l’impiego delle armi atomiche riportano il mondo davanti a un rischio che si pensava di poter progressivamente allontanare.

La deterrenza continua a essere presentata da alcune dottrine strategiche come uno strumento di stabilità. Ma questa presunta sicurezza si fonda sulla disponibilità a provocare una distruzione di proporzioni incalcolabili e sulla possibilità che errori di valutazione, incidenti, escalation militari o decisioni politiche irresponsabili possano trasformare una crisi in una catastrofe irreversibile.

Il silenzio e la rassegnazione davanti alla modernizzazione degli arsenali nucleari non sono atteggiamenti neutrali. La comunità scientifica, medica e accademica ha il dovere di informare, documentare e denunciare, senza lasciarsi condizionare dagli interessi militari e industriali che alimentano la corsa agli armamenti.

La scienza non può limitarsi a misurare la radioattività, studiare gli effetti delle radiazioni o elaborare modelli epidemiologici sulle conseguenze di un’esplosione atomica. Deve anche contribuire a impedire che quelle conoscenze diventino la cronaca di una catastrofe annunciata.

È questo il significato politico e morale dell’esperienza dell’IPPNW: la medicina, proprio perché ha come finalità fondamentale la tutela della vita, non può accettare che la distruzione nucleare venga considerata una possibilità strategica tra le altre.

Quando la politica si allontana dalla ragione e la sicurezza viene identificata con l’accumulo di armi sempre più devastanti, la voce dei medici diventa un richiamo indispensabile alla responsabilità collettiva.

Non esiste una terapia per l’olocausto nucleare. Non esiste un pronto soccorso capace di riparare la distruzione di intere città, né un ospedale in grado di restituire un futuro a una civiltà devastata dalla guerra atomica.

L’unica cura possibile è prevenire la catastrofe. L’unica vera politica sanitaria per l’umanità è il disarmo nucleare.

Laura Tussi

Nella foto: Hiroshima, soccorsi medici dopo la bomba atomica




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