sabato 6 giugno 2009 -
Nel discorso del Cairo di Barack Obama
In un passaggio del suo discorso all’Università Al-Azhar del Cairo, il Presidente degli Stati Uniti Barack Obama ha parlato di democrazia.
Ha detto che un buon uomo politico si deve preoccupare del funzionamento dello Stato, e non del potere che esercita in esso il suo partito.
Non sappiamo se lo staff presidenziale, che prepara i suoi discorsi, abbia fatto il copia-incolla da un altro discorso, preparato per la classe politica italiana in relazione alle leggi elettorali.
A questo punto, che senso ha meravigliarsi della numerosa presenza di immigrati nel nostro Paese provenienti dal mondo islamico: con ogni probabilità da noi si trovano a meraviglia e, in tante cose, ritrovano l’aria di casa loro.
E, a pensarci bene, il cammino del pensiero occidentale non è concepibile senza Al-Kindi, Al-Farabi, Avicenna, Al-Ghazzali, Averroé e chi più ne ha più ne metta.
Anche un re di Sicilia di origini nordiche, Federico II Hohenstauffen di Svevia, aveva un maestro di logica arabo, aveva una guardia del corpo saracena, reclutata nella città di Lucera, città islamica e pugliese del suo regno, intratteneva correnti rapporti culturali con i dotti islamici e fu sepolto nella cattedrale della sua Palermo con vesti ed armi di foggia orientale. Fu anche uno dei pochi condottieri crociati a riconquistare Gerusalemme, attraverso un ottimo accordo sottoscritto con il suo amico personale il sultano al-Malik al-Kamil, nipote di Saladino.
Insomma, dovremmo forse abbandonare tanti pregiudizi e prestare la nostra attenzione alle cose veramente importanti, come quelle contenute nello storico discorso del Cairo di Barack Obama.
