giovedì 22 ottobre - Osservatorio Globalizzazione

Mino Pecorelli, un uomo che sapeva troppo

Giuseppe Gagliano torna sulle colonne dell’Osservatorio per recensire un lavoro di fondamentale importanza uscito di recente su uno dei casi più misteriosi della storia della Prima Repubblica, quello dell’omicidio di Mino Pecorelli. Il saggio “La strage continua – La vera storia dell’omicidio di Mino Pecorelli” della giornalista Raffaella Fanelli è da poco disponibile nelle librerie dopo la pubblicazione per i tipi di Ponte alle Grazie.

Ancora una volta Raffaella Fanelli – giornalista di razza e collaboratrice di Repubblica, Corriere della Sera, Panorama e Oggi – dimostra con il suo saggio di inchiesta quanto vivo e importante sia in Italia il giornalismo investigativo slegato dalla legittimazione del potere.

Il saggio della Fanelli fornisce in primo luogo una conferma importante sull’esistenza non solo di un doppio stato ma soprattutto sulla esistenza di un torbido intreccio tra la loggia massonica P2, i servizi segreti italiani e americani, la criminalità organizzata (la mafia e la banda della Magliana) e soprattutto i gruppi di estrema destra come Ordine Nuovo e Avanguardia Nazionale.

Ma soprattutto il saggio della giornalista italiano getta una luce inquietante sull’omicidio del giornalista italiano Mino Pecorelli che viene ricordato dal figlio Stefano Pecorelli nella postfazione del saggio. Con grande lucidità e coraggio il figlio sottolinea come le inchieste del padre siano negli archivi di un paese come l’Italia che è ancora in cerca della verità sul sequestro e sull’omicidio di Aldo Moro. Basterebbe leggere le pagine di OP per rendersi conto che non furono solo le Brigate Rosse ad agire. Ma soprattutto il figlio ricorda come le recenti dichiarazioni di Vincenzo Vinciguerra – ampiamente documentate dal saggio della Fanelli – sono molto importanti perché confermano che i killer che uccisero Mino Pecorelli vanno cercati proprio nell’ambiente dell’estrema destra. Non solo: stando alle dichiarazioni di Vittorio Carnovale i servizi sarebbero stati coinvolti nell’omicidio di Pecorelli.Ma chi fu Pecorelli?

Avvocato,militante democristiano e giornalista Pecorelli fondò nel 1968 OP e dopo avere allontanato Simeoni e Falde strinse un rapporto di stretta collaborazione con Vito Miceli.Lo scopo di OP? “Raccontare i retroscena di quel sistema di potere che si era incastrato nei gangli dell’Italia a sovranità limitata” (pag.20). Il suo giornalismo coraggioso sottolineò le gravissime responsabilità politiche e i torbidi intrecci tra politica, affari, loggia P2 e servizi segreti. Fu uno dei primi a svelare il doppio stato.

Proprio per questo il contributo dato da Pecorelli alla conoscenza della reale storia di Italia è fondamentale. Fu il primo che “accusò il generale Maletti di avere depistato le indagine su Piazza Fontana proteggendo e organizzando gli espatri dei fascisti coinvolti nell’eversione nera” (pag.23). Fu il primo a denunciare l’esistenza del Piano Solo, i loschi affari e intrighi di Morlion, l’esistenza di 500 illustri evasori – la cosiddetta lista di 500 – “che avrebbero esportato capitali all’estero” (pag.27); i traffici di armi e di petrolio con la Libia, l’esistenza di una potente loggia massonica in Vaticano (della quale facevano parte Casaroli, Marcinkus e Poletti), gli intrecci tra Eni e il Noto servizio, il doppiogiochismo di Gelli. Ma soprattutto fu uno dei primi a comprendere il ruolo della massoneria che avrebbe aleggiato dappertutto da Piazza Fontana al golpe Borghese fino alla fuga di Michele Sindona. Di particolare significato sono le sue inchieste sull’Ufficio Rei di Rocca che raccoglieva soldi per contrastare il comunismo.

Il saggio della giornalista è popolato da personaggi inquietanti come il generale Cornacchia presente in via Caetani dove i brigatisti lasciarono il corpo di Moro, ma presente anche in via Arnaldo da Brescia quando fu ucciso il colonnello Varisco amico e fonte confidenziale di Mino Pecorelli il 13 luglio del 1979; ma soprattutto il suo ruolo ambiguo emerge quando proprio a Cornacchia fu affidato il compito da parte del magistrato Giovanni de Matteo di intercettare la telefonata anonima che de Matteo aveva ricevuto il 22 marzo del 1979 alle ore 21:00.

Il saggio della Fanelli prova in modo incontrovertibile come Pecorelli forse pienamente al corrente delle trame oscure che hanno attraversato la storia della nostra Repubblica: il giornalista italiano stava infatti indagando sui colpi di Stato, sulla massoneria piduista, sulla strage di Piazza Fontana, sul fallito colpo di stato di Valerio Borghese, sul coinvolgimento di Avanguardia Nazionale ma cercava anche risposto sia sullo stano suicidio di Renzo Rocca sia sul sequestro e sull’omicidio di Aldo Moro. E proprio indagando su queste vicende, apparentemente distanti le une dalle altre, Pecorelli aveva compreso che esisteva un unico filo nero che le collegava. È quindi inevitabile che la giornalista italiana, ripercorrendo le vicende di Pecorelli, ripercorra anche le vicende oscure del doppio Stato, vicende oscure in cui l’UAAR gestiva Avanguardia Nazionale per esempio, in cui Vincenzo Vinciguerra intervistato dalla giornalista italiana – pag.95-96 – rappresenta una chiave di volta importante per capire le vicende del nostro paese. Dichiarazioni come quelle relative al fatto che tutte le stragi in Italia sono connesse, dichiarazioni come quelle che attribuiscono allo Stato una responsabilità precisa nel promuovere il terrorismo e le stragi , dichiarazioni come quelle che definiscono Ordine Nuovo con una struttura paramilitare appoggiata e sostenuta dalla Nato sono dichiarazioni di una gravità inaudita ma nello stesso tempo confermano i risultati delle indagini della magistratura italiana e della storiografia contemporanea che a lungo si è occupata di queste vicende.

È proprio a proposto di Avanguardia Nazionale ed, in particolare,del giornalista Guido Giannettini – membro di questo gruppo di estrema destra ed informatore retribuito del Sid -si scopre che preparava dispense per i gladiatori sulla guerra non ortodossa (pag. 98). Ma ritornando a Pecorelli la pericolosità per il doppio stato delle sue inchieste è provata dal fatto che già nel 1977 Pecorelli fosse al corrente dell’esistenza del Noto servizio come dal fatto che nel febbraio dello stesso anno pubblicò notizie riservate riprese da un documento del servizio segreto francese che parlava dell’esistenza di una organizzazione internazionale, nata a Bruxelles del 1973 di estrema sinistra ma ampiamente infiltrata dal Mossad, con lo scopo di impedire che, all’interno dei gruppi extraparlamentari, potesse prevalere la componente filoaraba.

Ma ancora più interessanti sono le inchieste relative al cosiddetto Lodo Moro. Pecorelli fu uno dei primi a capire il ruolo delle pressioni americane sullo statista italiano e fu anche uno dei primi a capire che l’ascesa politica di Bettino Craxi fu promossa dagli USA allo scopo di legittimare una sorta di santa alleanza anticomunista tra i socialisti e i democristiani. A proposito di Aldo Moro Pecorelli fu profetico poiché nei suoi articoli, scritti tra il giugno e il luglio del 1975, aveva compreso che Moro sarebbe stato ucciso ma comprende anche la ragione politica del suo omicidio. Ebbe infatti modo di dire che il sequestro Moro fu una delle più grosse operazioni politiche compiute in un paese integrato nel sistema Occidentale con l’obiettivo primario di allontanare il partito comunista dall’area del potere. Ancora una volta la logica di Yalta è passata sulle teste delle potenze minori. È Yalta che ha deciso via Mario Fani (pag.113). Connessa a questa affermazione è la consapevolezza di Pecorelli del lodo Moro: il giornalista italiano era infatti consapevole dell’accordo segreto tra il governo italiano e il terrorismo palestinese. Non solo:era anche al corrente del legame tra il FLFP e il KGB (pag.153).

Dopo la morte dello statista italiano nell’ottobre del 1978 fu sempre solo Pecorelli a capire che il memoriale reso pubblico fosse stato preventivamente censurato: erano infatti stati occultati imbarazzanti riferimenti a importanti esponenti del governo e fra questi certamente Giulio Andreotti. Ma – se possibile – ancora più inquietanti sono le allusioni che fece il giornalista italiano riguardo al fatto che Cossiga non solo fosse al corrente di dove Aldo Moro era tenuto prigioniero ma soprattutto di come fosse al corrente del fatto che non poteva decidere nulla senza il consenso della loggia massonica P2. Soffermandoci per un attimo sugli intrecci tra lo Stato e la criminalità organizzata, la giornalista italiana rivolge l’attenzione all’omicidio di Domenico Balducci membro autorevole della banda della Magliana in stretti rapporti con Umberto D’Amato.

Proprio facendo riferimento a Federico Umberto D’Amato emerge un altro inquietante legame tra il responsabile dell’Ufficio Affari Riservati e Morlion a capo della Pro Deo una sorta di servizio di sicurezza del Vaticano strettamente collegato con la CIA stando alla “Relazione sui mandanti della strage“. Ebbene nella documentazione presente a casa di Pecorelli, dopo il suo omicidio, sono non a caso presenti alcuni documenti che mettono in evidenza i rapporti del religioso e della sua organizzazione non solo con la CIA ma soprattutto con ambienti industriali ed istituzionali. Tuttavia se esiste un comune denominatore sia nelle inchieste lucide di Pecorelli che nel saggio della Fanelli è il ruolo centrale giocato da Gelli. Nel materiale sequestrato emerge con chiarezza il legame tra Gelli, Calvi, l’Eni e Martelli relativo ad una tangente. Stiamo parlando del famigerato conto protezione 63369 della Ubs di Lugano. In ultima analisi il giornalismo investigativo di Pecorelli costituisce un contributo fondamentale non solo per comprendere la guerra fredda che si svolse in Italia fra gli anni 60 e 70 ma soprattutto per comprendere come il vero volto del potere sia costituito da intrecci torbidi in cui i confini fra bene e male non esistono.

Foto: Wikipedia




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