venerdì 12 novembre - Rocco Di Rella

Meno latte bovino e più latte di mandorla

E’ tutto nato dalle mie passeggiate nel Parco dell’Alta Murgia durante i recenti periodi di clausura sanitaria. Sono stato impressionato dalla devastazione fatta dagli allevatori all’interno e all’esterno del Parco.

Gli allevatori di bovini hanno da sempre disboscato il disboscabile per coltivare cereali da cui ottenere paglia per i loro animali e grano (non molto) per la molitura. Per coltivare quel grano, frantumano la roccia murgiana, causando pericolosi e deleteri fenomeni di dilavamento ed erosione del suolo. Per fortuna, da una quindicina di anni, i vincoli stabiliti dall’Ente Parco hanno posto qualche freno alla loro opera devastatrice, ma non sono riusciti ad invertire la tendenza e a far recuperare anche solo una parte dei suoli massacrati da cerealicoltura e zootecnia.

Anche gli allevamenti ovini non scherzano in termini di distruttività. Le pecore e le capre portate al pascolo si nutrono di erba e anche delle foglie degli arbusti e dei piccoli alberi che crescono spontaneamente nella zona. Praticamente impediscono alla vegetazione spontanea di svilupparsi, perché la divorano nella fase iniziale della sua crescita.

L’opera devastatrice degli allevatori non genera nemmeno tanti prodotti a marchio DOP/IGP. Non credo ce ne siano, di espressamente riconducibili al territorio del Parco, nel comparto lattiero-caseario. L’unico derivato della cerealicoltura a marchio DOP/IGP e abbastanza riferibile alla zona del Parco è solo un tipo di pane, mentre non mi risultano una pasta e/o una farina protette da un marchio territorialmente specifico.

Vedere le distese di campi coltivati a grano e la nuda roccia senza vegetazione è veramente desolante. Un po’ di ottimismo viene dalle macchie di bosco autoctono sopravvissuto e tutelato, oltre che dai boschi artificiali impiantati circa un secolo fa per impedire le alluvioni. Anche i non numerosi pascoli ovini abbandonati da qualche decennio danno segni di risveglio e iniziano lentamente a trasformarsi in boschi con varietà autoctone di arbusti e (piccoli) alberi.

Nel corso delle mie passeggiate mi sono chiesto come poter invertire la rotta, come riuscire a recuperare, anche solo in parte, il territorio offeso da zootecnia e cerealicoltura intensive e distruttive.

La risposta a questa mia domanda è arrivata da un albero tenace e combattivo: il Mandorlo! E’ un albero introdotto nelle nostre terre da Fenici e Greci. E’ capace di radicarsi anche sulla nuda roccia; si può anche notare il suo sviluppo spontaneo e selvatico dove altri alberi faticano a mettere radici.

Il frutto del mandorlo, secondo me, può essere utile a limitare i danni della cerealicoltura e della zootecnia, sia attraverso il suo utilizzo nella produzione di dolci, sia attraverso la diffusione del consumo del latte di mandorla. Diversamente dal latte bovino, il latte di mandorla non obbliga a disboscare per nutrire le mucche ed evita il rilascio di metano in atmosfera da parte degli animali allevati. Consideriamo anche che è innaturale per un mammifero (l’uomo) assumere per tutta la sua vita il latte di un altro mammifero (la mucca) e che sono state rilevate delle correlazioni tra l’eccessivo consumo di latte bovino in età adulta e l’insorgere del tumore alla prostata. Il latte di mandorla elimina anche questi altri due inconvenienti.

Insomma, sostituendo il latte bovino con quello di mandorla:

  1. si riduce la superficie cerealicola e si accresce la più ecologica superficie arborea;

  2. si emettono meno gas serra in atmosfera;

  3. si contiene l’innaturale dipendenza alimentare dal latte di un altro mammifero;

  4. si prevengono malattie dell’età adulta collegate all’eccessivo consumo di latte bovino.

Ho quindi provato a cercare nei supermercati il latte di mandorla. Si trova liquido (raramente puro e con almeno l’otto per cento di farina di mandorla) e in cartoni da circa un litro. La grande distribuzione lo vende liquido come il latte di soia, un altro succedaneo del latte bovino, ma che non è tanto alternativo al latte bovino, poiché è comunque ricavato da una coltivazione (di un legume) simile a quella dei cereali.

Gli impianti di produzione, i magazzini, il trasporto e lo smaltimento dell’invenduto necessari alla commercializzazione del latte di mandorla liquido (e del latte di soia liquido) hanno un non trascurabile impatto ambientale.

Mi sono allora chiesto se fosse possibile trovarlo sotto forma di farina. Infatti, la farina di mandorla, da usare per preparare il latte, non dà solo una garanzia di purezza e di autenticità del prodotto, ma ha un minore impatto ambientale, perché la sua produzione e vendita necessita di impianti e magazzini più piccoli, oltre che di minori costi di trasporto e di smaltimento dell’invenduto.

L’ho cercata nei supermercati, ma ho trovato solo dei preparati per pasticceria, non per il latte di mandorla. Avevo anche pensato di consultare qualche esperto in grado di spiegarmi l’eventuale esistenza di problemi che avrebbero impedito la trasformazione della mandorla in farina per latte.

Poi ho avuto l’idea di cercare la farina di mandorla in rete. Sono apparsi una serie di annunci strani, in cui venivano pubblicizzate farine miste o di provenienza non italiana. Affinando la ricerca, sono riuscito a trovare un’azienda italiana che produce e commercializza la farina di mandorla da usare per preparare il latte di mandorla. E’ una farina prodotta da mandorle coltivate nel Parco dell’Alta Murgia, proprio laddove erano iniziate le mie passeggiate e i miei pensieri durante la clausura sanitaria. A metà ottobre, ne ho comprato un chilo via internet e pochi giorni dopo mi è stata recapitato a Milano.

Ecco come, da mercoledì 20 ottobre 2021, è sparito il latte bovino dalla mia colazione. E’ stato sostituito dal latte di mandorla, che bevo dopo aver mangiato un po’ di marmellata con i taralli e aver sorseggiato una tazzina di caffè.

La sua preparazione è molto semplice: basta un cucchiaino di farina di mandorla (20 grammi circa) da diluire, con mezzo cucchiaino di zucchero, in 250 grammi di acqua (l’equivalente di un bicchiere); bisogna poi agitare il tutto in un contenitore (come le borracce d’acciaio oggi tanto di moda), prima di gustarsi una bevanda naturale, genuina, ecologica e salutare.

Preciso, infine, che non ho eliminato completamente il latte animale dalla mia dieta, perché non sono né vegano, né vegetariano. Ho solo deciso di assumerne meno e di assumerlo, una volta a settimana, solo attraverso il consumo di latticini acquistati in caseifici e non conservati in frigorifero.

Insomma, bevendo latte di mandorla a colazione, credo di fare una cosa utile sia alla mia salute che alla salute della Terra. Se lo facciamo in tanti, possiamo migliorare questo nostro pianeta preso in prestito dalle future generazioni.



2 réactions


  • pv21 (---.---.---.76) 14 novembre 17:28

    BUSSOLA > A destra in alto di VOGLIANDARE.IT è collocato grosso bottone ellittico, diviso in 6 parti. Sollecitando (clic) ciascuna parte compaiono 15 località dislocate tra Nord e Sud d’Italia e note per certe loro specifiche peculiarità

    Merita fare il viaggio …


  • Attilio Runello (---.---.---.161) 15 novembre 06:14

    Se lo trovi ti consiglio il latte di mandorla Condorelli, fatto in Sicilia. È veramente buono.


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