lunedì 20 luglio - Enrico Campofreda

Libano, l’ecatombe economica

Il cataclisma inflazionistico libanese, avviato nell’autunno 2019 e che la piaga del Coronavirus ha ulteriormente cronicizzato, prosegue la sua corsa. 

Ha ormai piegato i ceti medi che hanno perso lavoro, posizioni e sicurezze e si barcameno fra una neopovertà e l’impossibile diritto alla fuga, impedito dalla limitazione dei viaggi e dalla difficoltà di trovare mete accoglienti. Del resto forse solo i commercianti, ovviamente non quelli minuti, possono pensare di riparare altrove. Chi ha guardato oltre la sfera di cristallo lo aveva fatto tempo addietro, ma situazioni fino a un paio d’anni fa di relativo benessere, ad esempio docenti stipendiati con tre-quattromila dollari mensili o funzionari amministrativi da oltre due-tremila dollari, oggi finiti sotto i mille non possono conservare il tenore di vita conosciuto. E restano legati al filo d’un lavoro che all’estero potrebbero non trovare, dilaniati dal dilemma se abbandonare un Paese che affonda o sperare che la tempesta passi. Ben oltre il tradizionale millenario mercato dei suoi mercanti, il Libano post coloniale e ancor più quello nato dalle macerie della guerra civile, mostrava chiarissime tare. Al fragile modello del compromesso politico-confessionale con cui si cercava di guidare la nazione, non corrispondeva uno sviluppo economico. Al di là dei prodotti agricoli d’una terra benefica il liberismo proposto dal clan sunnita degli Hariri, in accordo-scontro con le famiglie che contano - maronite, druse, sciite che comunque s’accaparravano fette di territorio e di attività locali - intervenivano a portare “benessere” capitali stranieri (sauditi e di altre petromonarchie, iraniani) che, come i franchi dell’epoca coloniale e i successivi dollari americani, gonfiavano gli affari delle banche senza creare una classe imprenditoriale autoctona.

Gli stessi clan libanesi curavano esclusivamente i propri affari, quasi nulla investivano per un Paese, piccolo ma ridotto in quattro enclavi, più o meno vaste, con una serie cospicua di problemi. Quello dei rifugiati, i quattrocentomila palestinesi presenti dagli anni Settanta, e ultimamente i due milioni di siriani. Campi profughi hanno significato per lo Stato libanese anche aiuti internazionali, che in vari casi non finiscono utilizzati neppure per lo scopo originario. E quando il percorso dei finanziamenti segue la retta via creava in loco un indotto che rappresenta esso stesso una risorsa. Ovviamente per un certo numero di addetti ai lavori. L’adattamento a talune condizioni di assistenza non ha giovato alla stabilità finanziaria interna. Seppure tutto il ‘benessere’ (non per tutti ma sicuramente per i ceti medi) rappresentato dalle bolle speculative edilizie degli anni Novanta e d’inizio Millennio, fino alla stessa ricostruzione successiva alla guerra estiva del 2006 con Israele, ha creato occupazione nei servizi, più o meno fittizi, con consumi, aspettative, orientamenti di vita, prima schizzati in alto, poi ridimensionati anno dopo anno fino al recente crollo inflattivo. Di questi tempi un dollaro che ha un cambio ufficiale di 1500 lire libanesi, sul mercato nero può oscillare fra 7500 e 9500 lire. La ricaduta sul mercato degli stessi generi di prima necessità: pane, carne, legumi è devastante. I prezzi sono triplicati, e più la merce è ‘pregiata’ più occorre pagare. Chi anni addietro osservava criticamente la deriva del liberalismo drogato dai finanziamenti esteri che il ceto politico - da Hariri padre all’inetto figlio, col benestare anche degli opportunisti Aoun e Jumblatt, oppure di chi sta agli antipodi: i Geagea e Nasrallah - poteva prevedere crisi a ripetizione, ma non pensare al tracollo. C’era l’abitudine a credere che il piccolo “parco giochi del Levante”, come se l’era cavata dai gravi dissesti post coloniali, soprattutto la lunga e sanguinosa guerra civile (1975-90), riuscisse a tenersi a galla sempre col sistema di aiuti e ‘investimenti’ esteri.

Gli strati di povertà della società sciita nel profondo e nelle periferie, sempre meridionali, della capitale, abituati a soffrire, ad accontentarsi di poco, a ricevere elemosine e sostegni caritatevoli da quel Partito di Dio che chiede in cambio fedeltà e impegno militante (e per il genere maschile militare), non subiscono un duro choc. Come detto, è la classe di mezzo che va scomparendo. Fra i cristiani e fra i musulmani. Certo, anche qui, qualcuno che può accedere alla benevolenza dei clan ricchi presenti in ogni confessione riesce ad agganciare qualche opportunità in più. Però carovita e inflazione seminano disagio fra chi da tempo era abituato a vivere dignitosamente. Qualche giovane si ricicla, finisce per ricoprire ruoli di domestica, badante, cuoco, chauffeur per le famiglie agiate esistenti e resistenti. Ma si tratta di situazioni di nicchia. La disoccupazione è uno spettro che ha numeri da paura: un terzo della popolazione è senza lavoro e, se va bene, pianifica lavoretti quotidiani solo per la spesa alimentare. Negli anni passati chi periodicamente ha trovato un’àncora di salvezza nelle associazioni caritatevoli che si occupavano (e si occupano) dei rifugiati non ha la certezza di potersi ricandidare. Più che dare aiuto dietro un salario, può finire aiutato, sfamato e alloggiato qualora non abbia neppure un dollaro per pagarsi l’affitto, finendo da un appartamento a una tenda. Fra le nazioni fallite dagli stupri dei conflitti, come Medioriente e Nordafrica hanno mostrato nell’ultimo decennio, il Libano (che pure il tributo alla morte l’ha duramente pagato coi 120.000 cadaveri della guerra civile) può ritrovarsi nella stessa drammatica situazione per l’ecatombe monetaria che lo sta sotterrando.

Enrico Campofreda

 

 




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