giovedì 5 gennaio - Enrico Campofreda

Leadership pakistana sotto tiro

La minaccia arriva diretta al premier Sharif e al ministro degli Esteri Zardari, l’annuncia il portavoce dei Tehreek-i Taliban Muhammad Khorasani. Il concetto è chiarissimo: per molto tempo TTP non ha intrapreso azioni contro i politici, ma se alcuni partiti (Lega Musulmana-Nawaz e Partito del Popolo Pakistano) insisteranno nella caccia ai membri dell’organizzazione islamista certe azioni coinvolgeranno anche i leader. 

Quando parlano di “azioni” gli studenti coranici pakistani si riferiscono a quel che fanno a militari e poliziotti: assalti mortali. Dopo l’archiviazione del cessate il fuoco da parte del gruppo armato a fine novembre, il governo di Islamabad ha contato in un solo mese 150 di queste azioni. Alcune solo dimostrative, dunque senza vittime, altre proprio no. Il Comitato della Sicurezza Nazionale, di cui fanno parte Shehbaz Sharif e il neo capo dell’Esercito generale Munir, sono in allarme e studiano contromisure. Ci sono stati contatti col Dipartimento di Stato americano, preoccupato a sua volta, che ha proposto raid entro il confine afghano dove i TTP riparano volentieri a seguito di attentati. Lì godono da tempo della copertura dei talebani kabulioti. Coi quali, comunque, Washington ha firmato accordi che escludono sostegno a gruppi terroristi. Si tratta un po’ d’un gioco delle parti: all’epoca della sottoscrizione a Doha del patto di disimpegno dall’Afghanistan i militari statunitensi sapevano che firmare quelle carte era come mettere una firma sulla sabbia. Ma tutto faceva coreografia e spettacolo: quel punto serviva da alibi alla propria ritirata.

Ora i vertici dell’Emirato, pur isolati come sono nel contesto mondiale, mimano un rispetto dell’accordo e fingono che da oriente non ci siano infiltrazioni di compagni d’armi e d’ideologia. Al più ammettono a mezza bocca che qualche passaggio di Tehreek giunge per iniziativa del clan Haqqani, sempre refrattario a regole e patti, sebbene dall’agosto 2021 vanti il leader Sirajuddin nel ruolo di ministro della Difesa. Però davanti all’ipotesi di operazioni militari di confine dei pakistani (c’è stata qualche scaramuccia tempo addietro) a Kabul levano gli scudi a difesa del suolo e dell’Emirato. Per ora nessuna operazione simile a quella che nel 2013 seminò morte più di civili che di talebani nel Waziristan settentrionale, è stata pianificata. Rivolta al territorio afghano sarebbe un atto di guerra cui Islamabad non vuol pensare nonostante le pressioni mostrate da mister Prince, il portavoce del Dipartimento di Stato Usa.

Certo, qualora l’escalation TTP dovesse crescere, soprattutto se rivolta al mondo politico pakistano, il clima sul limite poroso fra le due nazioni diverrebbe rovente. L’attuale esecutivo pakistano si troverebbe sulla graticola per aver interrotto le trattative coi taliban, che il primo ministro estromesso Khan aveva intavolato, e per non riuscire a garantire alcuna sicurezza interna. Nei trascorsi dei miliziani Tehreek, accanto a vendette incrociate come quella portata nel 2014 alla scuola di Peshawar dove studiavano figli di militari (156 vittime), e due anni dopo la strage nel parco giochi di Lahore (72 morti), pesa il precedente dell’attentato alla premier Benazir Bhutto nel 2007. Presunti killer vennero arrestati, condannati ma poi prosciolti per mancanza di prove evidenti. Rimasero in carcere per altri reati. Messi alle strette i TTP ripropongono di mirare ai politici, e la stampa interna già parla di dejà vu.

Enrico Campofreda

 

 




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