mercoledì 30 settembre - Angelo Lo Verme

Le macchine ci hanno restituito il nostro tempo, ma abbiamo saputo utilizzare bene questa libertà?

Le macchine ci hanno restituito il nostro tempo. Dalla Rivoluzione industriale all’intelligenza artificiale, il progresso tecnologico ci ha senz’altro liberato da una parte del lavoro; ma abbiamo saputo e, soprattutto, sapremo utilizzare bene quella libertà? Forse la vera rivoluzione che ci attende non è soltanto tecnologica. È culturale. Per millenni abbiamo dovuto impiegare gran parte della nostra esistenza per procurarci ciò che era necessario a sopravvivere. Se un giorno le macchine, l’IA, riuscissero davvero ad alleggerire significativamente questo peso, potremmo trovarci davanti a una condizione quasi inedita nella storia dell’umanità: avere più tempo e dover decidere che cosa farne. Ed è proprio qui che la domanda diventa filosofica. Se una macchina potesse lavorare al nostro posto, noi che cosa faremmo? Cercheremmo immediatamente un’altra occupazione con cui riempire ogni minuto? Consumeremmo di più? Ci perderemmo in nuove distrazioni? Oppure utilizzeremmo almeno una parte di quel tempo per conoscere, creare, amare, contemplare, comprendere, soprattutto noi stessi? 

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Ogni grande rivoluzione tecnologica porta con sé una promessa e una paura. È accaduto con la Rivoluzione industriale, quando le macchine cominciarono a sostituire una parte del lavoro umano e intere masse di lavoratori si spostarono progressivamente dalle campagne verso le fabbriche. Le trasformazioni furono profonde e tutt’altro che indolori. Le prime condizioni di lavoro industriale furono spesso durissime: giornate interminabili, salari bassi, scarse tutele. Le proteste contro le macchine, delle quali il luddismo rimane uno dei simboli più conosciuti, esprimevano anche il timore che il progresso potesse sottrarre all’uomo il proprio mezzo di sostentamento. La storia, tuttavia, non si fermò lì. Le lotte sindacali, la crescita economica, l’istruzione, le conquiste sociali e l’aumento della produttività contribuirono, nel tempo e soprattutto nei Paesi più sviluppati, a ridurre progressivamente la durata del lavoro e ad ampliare gli spazi dedicati alla formazione, alla cultura e al tempo libero. Oggi, di fronte all’intelligenza artificiale e alla robotica, ci troviamo nuovamente davanti a una trasformazione che potrebbe essere ancora più profonda. Le macchine della prima Rivoluzione industriale sostituivano principalmente la forza delle braccia. Le nuove tecnologie cominciano invece ad affiancare, e in alcuni casi a sostituire, attività che abbiamo sempre considerato proprie dell’intelletto umano: elaborare dati, tradurre, programmare, organizzare informazioni, assistere nella diagnosi, produrre testi e immagini, svolgere operazioni amministrative. Ed ecco riaffiorare la stessa paura: che cosa accadrà al lavoro umano? È una domanda legittima. Forse però potremmo provare, almeno per un momento, a capovolgerla. Che cosa accadrebbe se le macchine non ci togliessero semplicemente il lavoro, ma ci restituissero una parte del tempo sottratto per decenni dal lavoro e da necessità materiali sempre più difficili da soddisfare? Immaginiamo una società nella quale l’aumento della produttività consentisse realmente di lavorare meno: non perché una parte degli uomini sia condannata alla disoccupazione mentre un’altra continua a lavorare freneticamente, ma perché i benefici prodotti dalla tecnologia vengano distribuiti in modo tale da permettere una riduzione generale del tempo necessario a produrre beni e servizi. Che cosa faremmo delle ore riconquistate? Potremmo dedicarle allo studio, alla filosofia, alla matematica, alle scienze, alla letteratura, all’arte. Potremmo avere più tempo per le persone che amiamo, per osservare il mondo, per conoscere noi stessi. Forse potremmo finalmente concederci qualcosa che la nostra società considera quasi improduttivo: pensare senza dover necessariamente produrre qualcosa. Soprattutto, potremmo rivolgere una parte di quel tempo alla nostra interiorità. La tecnologia, in questa prospettiva, non sarebbe necessariamente un’avversaria dell’uomo. Potrebbe diventare lo strumento attraverso il quale l’umanità si libera progressivamente da alcune attività ripetitive e alienanti, restituendo all’essere umano ciò che nessuna macchina dovrebbe sottrargli: la possibilità di interrogarsi sul senso della propria esistenza. Nulla, però, garantisce che ciò accada. La tecnologia può liberare il tempo; non può decidere come distribuirlo. Può aumentare enormemente la produttività senza che quell’aumento si trasformi automaticamente in maggiore libertà per tutti. Potrebbe persino verificarsi il contrario: una società tecnologicamente avanzatissima nella quale una parte degli uomini venga esclusa dal lavoro mentre un’altra continui a vivere sotto la pressione della produttività, della competizione e del consumo. Esiste poi un’altra questione, ancora più delicata. Man mano che i sistemi di intelligenza artificiale diventano capaci di svolgere compiti complessi con crescente autonomia operativa, diventa indispensabile chiedersi quali decisioni siamo disposti ad affidare loro e quali debbano rimanere sotto il controllo umano. Non è necessario immaginare macchine coscienti che improvvisamente si ribellano ai propri creatori per comprendere il problema. Una tecnologia estremamente potente può diventare pericolosa anche senza possedere coscienza o volontà propria: basta che venga utilizzata male, che persegua obiettivi formulati in maniera inadeguata o che venga posta nelle mani di chi intende servirsene contro altri esseri umani. Come quasi ogni grande conquista della nostra specie, dunque, anche l’intelligenza artificiale possiede un duplice volto. Può contribuire a liberarci oppure creare nuove dipendenze. Può diffondere conoscenza oppure concentrare potere. Può restituirci tempo oppure trasformare ogni minuto risparmiato in un’altra occasione per produrre e consumare. Forse, allora, la vera rivoluzione che ci attende non è soltanto tecnologica. È culturale. Per millenni abbiamo dovuto impiegare gran parte della nostra esistenza per procurarci ciò che era necessario a sopravvivere. Se un giorno le macchine, l’IA, riuscissero davvero ad alleggerire significativamente questo peso, potremmo trovarci davanti a una condizione quasi inedita nella storia dell’umanità: avere più tempo e dover decidere che cosa farne. Ed è proprio qui che la domanda diventa filosofica. Se una macchina potesse lavorare al nostro posto, noi che cosa faremmo? Cercheremmo immediatamente un’altra occupazione con cui riempire ogni minuto? Consumeremmo di più? Ci perderemmo in nuove distrazioni? Oppure utilizzeremmo almeno una parte di quel tempo per conoscere, creare, amare, contemplare, comprendere, soprattutto noi stessi? L’intelligenza artificiale potrebbe aiutarci a liberarci da alcune necessità; ma nessuna intelligenza artificiale potrà rispondere al posto nostro alla domanda più importante: che cosa vogliamo fare della nostra libertà?

Angelo Lo Verme




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