giovedì 10 febbraio - Osservatorio Globalizzazione

Le acque agitate del Movimento

L’ultimo anno in casa Cinque Stelle è stato piuttosto turbolento. Dapprima con l’epilogo del secondo esecutivo a tinte giallorosa guidato da Giuseppe Conte e causato dalla fuoriuscita dei renziani dal governo, poi con l’uscita di scena dal Movimento di uno dei grandi artefici della vittoria politica del 2018 Alessandro Di Battista.

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Da sempre Di Battista, almeno fino a quando era un iscritto del Movimento, è stato il politico più radicale e coerente nel partito che, da antiestablishment è diventato simbolo del trasformismo, un vulnus che purtroppo attanaglia i partiti e i politichesi italiani. La fine dell’idillio tra Di Battista e il Movimento è stato il prodotto della naturale stabilizzazione dei pentastellati voluta dall’uomo forte del partito Luigi Di Maio. Di origine campana, con un diploma rivendicato con esagitato orgoglio, sovente, è stato rinominato dal circolo mediatico in maniera spregiativa “il Bibitaro”, per via del suo passato storico come steward nello stadio Diego Armando Maradona di Napoli.

Sarà stata l’ispirazione o l’immanenza eterna di Diego a infondere in “Giggino” la mania di grandezza, al punto da rinnegare sé stesso e il suo trascorso politico dapprima come oppositore durante i Governi Letta, Renzi e Gentiloni e poi come deux ex machina per la nomina di Conte a Chigi. Le ultime settimane sono state caleidoscopiche, con continui j’accuse tra Di Maio e Conte, di certo le due figure più influenti del Movimento. I dissapori tra i due hanno balcanizzato i cinque stelle causando uno frattura interna al partito. Da un conflitto di natura ideologica e di convinzione lo scontro si è subito esacerbato con le dichiarazioni, in occasione della settimana quirinalizia, rilasciate alla stampa dall’ex presidente del Consiglio rispetto al possibile approdo al Quirinale di una presidente donna. Tutte le ipotesi indicavano il capo del Dis Elisabetta Belloni al Quirinale (nonostante sia opportuno annotarlo, Conte non avesse mai esplicitamente fatto il suo nome). Quelle dichiarazioni, come i ben informati sapranno avevano provocato un’accesa risposta dai toni indisponenti del Ministro degli esteri.

La nomina al Colle di Mattarella e l’ultima provocazione di Di Maio nella quale dichiarava “che certe leadership hanno fallito”, riferendosi senza troppi giri di parole all’Avvocato del Popolo hanno provocato l’intervento dell’”Elevato” Beppe Grillo. Le parole criptiche a sostegno di Conte riflettono un cambio di passo rispetto agli attacchi dello scorso infieritigli dal cofondatore che fanno presagire una redde rationem con Di Maio. Il conflitto nel Movimento conferma, se ce ne fosse bisogno, definitivamente l’eterogeneità di pensiero e una veduta d’insieme non più uniforme quanto articolata. Una piovra che pericolosamente rischia di sferrare il colpo di grazia ad una creatura abietta, prossima al rantolo. Tuttavia, la posizione governista e draghiana del magister militum Di Maio e la crisi nel Movimento non è esule della crisi storica che i partiti italiani stanno vivendo. Agli occhi dell’opinione pubblica, nonostante certi politici continuino ad ossequiare l’attuale Capo del Governo e a proliferare parole al miele per la rielezione del Capo dello Stato Sergio Mattarella, l’attuale fase politica ha solamente ampliato la forbice tra le istanze del Paese reale e i giochi di Palazzo. Ed è proprio nei salotti romani che l’oligarchia dei partiti resta la conditio sine qua non per il proseguimento di una ideologia elitaria che, riprendendo Gaetano Mosca, cambia soltanto forma. Se qualcuno pensava, che la via della “democrazia diretta” voluta da Grillo fosse la strada per rovesciare l’establishment e per rendere i cittadini parlamentari delle loro istanze, si sarà ricreduto vedendo che quello stesso sistema che aveva favorito l’ingresso di una nuova classe sociale (il Movimento) l’ha degradato, sporcato e assimilato a sé.

Foto Wikimedia




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