giovedì 14 aprile - Osservatorio Globalizzazione

Le Pen all’Eliseo, il sogno inconfessabile di Washington?

Marine Le Pen sfiderà nuovamente Emmanuel Macron al ballottaggio presidenziale per la conquista del trono repubblicano di Francia. E contrariamente a una vulgata dominante nel contesto politico-mediatico odierno, non possiamo affermare realisticamente che Le Pen sia la candidata di Vladimir Putin. Perchè? 

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Pur avendo avuto la leader del Rassemblement National un’intesa cordiale negli anni scorsi con il Cremlino, il contesto geopolitico europeo mutato dopo la guerra in Ucraina fa sì che oggigiorno un’elezione della sovranista all’Eliseo avrebbe piuttosto effetto destabilizzante per Mosca. L’inesperienza diplomatica della Le Pen, la debolezza di una sua presidenza di fronte a poteri interni, Stato profondo e Assemblea Nazionale e lo scetticismo nei suoi confronti contribuirebbero a ridurre l’importanza del filo rosso tenuto aperto da Macron con Mosca.

Di più, la vittoria della Le Pen significherebbe un tracollo di quell’asse franco-tedesco attorno cui ruota l’Unione Europea e che per diverse settimane ha provato a fermare la mattata bellica di Putin. Comporterebbe un necessario riallineamento di Berlino e di altri Paesi, dall’Italia alla Spagna, attorno a altri riferimenti, già sentiti molto più energicamente in queste settimane. Ogni riferimento agli Stati Uniti è voluto.

Altro che vittoria di Putin: una vittoria della Le Pen sarebbe un assist forte e deciso a Washington. Questo per una serie di motivi chiari. In primo luogo, il ridimensionamento di ogni prospettiva di autonomia strategica europea di cui Macron si è fatto, spesso con grandi timidezze, portavoce. In secondo luogo, la fine di ogni prospettiva seria e credibile di negoziazione tra Europa e Russia, in quanto il Vecchio Continente si troverebbe intento a gestire un’improvvisa multipolarità interna che lo renderebbe più facilmente appiattibile sui desiderata di oltre Atlantico. In terzo luogo perché anche Parigi, su diversi dossier, non potrebbe che guardare con maggior necessità agli Usa: la retorica occidentalista di Le Pen, la focalizzazione su Paesi come la Turchia, le nazioni del Nord Africa, la ripresa di prese di posizione liberiste di stampo anglosassone nell’agenda economica sono una serie di esempi che segnalano come il vero riferimento della candidata sovranista sono gli Usa, non la tradizione repubblicana francese.

Macron, spostatosi a destra su posizioni di temprato gollismo, in grado di governare le dinamiche del capitalismo “patriottico” dell’Esagono, reduce dalle lezioni apprese nella mancata comprensione della rabbia profonda del Paese, non è certamente il globalista che poteva, anche solo vagamente, apparire nel 2017 o che continua a esistere nella retorica della Le Pen. Se nella dialettica globalismo-sovranismo una gamba manca, la seconda resta monca. E ricordiamoci la lezione del compianto professor Marco Giaconi, che parlando con l’Osservatorio poche settimane prima della sua scomparsa ricordava la natura allogena, proveniente da oltre Atlantico, della retorica sovranista. Nella cui concezione, curiosamente, la rivendicazione di sovranità può rivolgersi a chiunque fuorché agli Stati Uniti.

A pensar male, diceva Giulio Andreotti, si fa peccato. Ma molto spesso ci si azzecca. E non possiamo non sottolineare il fatto che nelle ultime settimane prima delle elezioni presidenziali almeno due spallate abbiano colpito Macron provenienti o riconducibili a ambienti di estrazione atlantica. Lo scandalo McKinsey, esploso con tempistica sospetta, di cui Letizia Molinari ha parlato su queste colonne, richiama a presunti rapporti sospetti tra l’amministrazione Macron e la celebre multinazionale della consulenza strategica americana e apapre funzionale ad alimentare la retorica di Macron “presidente delle élite” cara alla Le Pen. Meno sottolineata ma chiara e forse ancora più importante la questione del braccio di ferro tra Macron e il premier polaco Mateusz Morawiecki andato in scena dopo i fatti di Bucha sull’eventualità di negoziare con Vladimir Putin.

Mateusz Morawiecki è stato, infatti, molto critico nei confronti di Emmanuel Macron dopo il massacro di Bucha. Nel mirino del primo ministro della Polonia la strategia del presidente della Francia. “Presidente Macron, quante volte ha negoziato con Putin, cosa ha ottenuto? Ha interrotto qualcuna delle azioni che hanno avuto luogo? I criminali non negoziano, i criminali devono essere combattuti. Nessuno ha negoziato con Hitler. Negozieresti con Hitler, con Stalin?” lo ha incalzato. La risposta di Macron non si è fatta attendere: “Il primo ministro polacco è un antisemita di estrema destra che mette al bando le persone LGBT”, ha dichiarato Macron, conscio della volontà del leader polacco di indebolirlo a pochi giorni dal voto.

Non dimentichiamo che la Polonia è in questi giorni al centro della strategia Usa di contenimento della Russia, che Joe Biden ha proprio da Varsavia lanciato acuse di fuoco contro Putin e che anche Boris Johnson, falco tra i falchi euroatlantici, sta facendo della sponda con la Polonia un asset strategico. Dopo Aukus e l’affare dei sottomarini atomici sull’asse Francia-Australia va nuovamente in scena un dualismo tra la Francia macroniana e le potenze dell’Anglosfera. La Polonia e la “Nuova Europa” dell’Est sono valorizzate oggi come nel 2003, anno in cui Jacques Chirac si oppose all’invasione americana dell’Iraq mentre Washington lodava l’interventismo di Varsavia.

Macron appare oggi più che mai, dunque, scomodo per le nazioni anglosassoni. Il sogno inconfessabile di Washington e della sua cerchia stretta di alleati è vederlo ridimensionato o caduto. Aukus, McKinsey, la sortita polacca: in politica ntre indizi non fanno una prova ma le manovre complesse attorno all’Eliseo lasciano pensare che da più parti una sponda indiretta a Le Pen sia stata data. Nel mirino non tanto l’Eliseo, ma la residua capacità di proiezione strategica dell’Europa che il presidente vuole sviluppare. Il sovranismo lepenista, se vittorioso alle urne, non avrebbe la forza di applicare politiche funzionali alla sovranità francese nè a quella europea. Abbiamo, negli ultimi anni, criticato aspramente Macron, abbiamo sottolineato il problema della “sfida francese”, il protagonismo spesso velleitario di Parigi. Ma in quest’ottica vogliamo oggi sottolineare il fatto che la posta in palio nel ballottaggio in Francia non è un referendum su Putin ma uno sull’Europa come entità capace di proeizione strategica. A non cogliere il punto i media nostrani, vittima di uno strabismo e di dialtettiche che rifiutano la complessità. E il fatto che a esser premiato, qualora vincesse il ballottaggio, non sarà un Macron bellicista e ferocemente antirusso ma il Macron che, con difficoltà, cerca la pace e il dialogo, fermo e basato anche sulla deterrenza, con Putin. Dimostrandosi unico leader europeo di peso capace di credere a una via d’uscita a un conflitto che sta marginalizzando l’Europa. Mentre una vittoria sovranista sarebbe un assist alla volontà Usa di avere un’Europa inerme e satellite, incapace di dire la propria. In tempi di grande caos, a Macron va riconosicuta indubbiamente un minimo di visione che abbandonare oggi sarebbe problematico per tutto il Vecchio Continente.

 




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