martedì 24 gennaio - Marco Barone

Le BR hanno "mentito" sull’operazione del sequestro Moro? I tanti dubbi della Commissione Antimafia su episodi cruciali

Partiamo dalla fine della Relazione della Commissione Parlamentare d'Inchiesta sul fenomeno delle mafie e sulle altre associazioni criminali, anche straniere, del 2022, afferma che "dopo più di quarant’anni dalla primavera del 1978, non si conosce ancora l’identità di tutti coloro che hanno sparato in via Fani". 

 E questa è una cosa gravissima, perchè a distanza di decenni ancora oggi ci sono dei buchi enormi sull'operazione del sequestro Moro ed è innegabile che la versione delle BR su alcuni episodi fondamentali ed alcune ricostruzioni tecniche effettuate nel tempo non risultano essere attendibili, perchè testimonianze, fatti oggetti e ricostruzioni di tutt'altro tenore evidenziano delle situazioni non compatibili con quanto da sempre dichiarato da diversi esponenti di primissimo piano di quella realtà terroristica italiana. I dubbi della Commissione sono notevoli, proviamo a sintetizzarli.

Le auto in movimento durante la sparatoria

Afferma la Commissione che è probabile che nel momento in cui è stato aperto il fuoco, l’auto Fiat 130 in cui siedeva l’onorevole Moro stesse effettuando qualche movimento in avanti e indietro nel tentativo di spostarsi a destra per superare l’ostacolo costituito dalla Fiat 128 tg. CD guidata da Moretti.In quei momenti, è possibile che l’Alfetta di scorta avesse ancora un breve spazio da percorrere prima di rimanere a sua volta bloccata. Ma non di più. La ricostruzione svolta dalla Polizia Scientifica sembra quindi non del tutto congruente con la dinamica dell’azione.

Vi erano altre armi rispetto a quelle dichiarate dalla BR

Basti aggiungere a quanto chiarito in premessa che i proiettili recuperati dai corpi degli agenti uccisi e dalle autovetture non furono repertati nè consegnati ai periti cosicché questi non poterono in realtà affermare od escludere in modo certo che non fossero state usate altre armi di cui esistevano i proiettili.

Gli attentatori furono di più rispetto a quelli dichiarati

Sul lato sinistro di via Fani, una testimone aveva visto, come ripetuto in entrambe le deposizioni, sei persone impegnate nella sparatoria ,non tutte vestite con la divisa da aviere.Un’affermazione questa, molto rilevante, rileva la Commissione, perché attesta la presenza di almeno un tiratore in più, senza la divisa da aviere, che sparava in quella parte della via.

Non è credibile la versione del duo Moretti e Morucci sull'uccisione di Iozzino

Quindi Valerio Morucci prima e Mario Moretti poi hanno volontariamente diffuso una versione falsa in merito all’uccisione dell’agente Raffaele Iozzino.Rileva dunque domandarsi perché i due capi brigatisti «falsifichino»,in sintonia tra loro, il comportamento di Bonisoli, e perché vogliano far credere che abbia ucciso Iozzino con la sua pistola calibro 7.65.

 Non è credibile la versione data sull'uccisione di Zizzi

Se Zizzi è stato colpito mentre si trovava in tale posizione, i colpi che lo hanno raggiunto non possono essere venuti che dal lato destro (intendendosi il lato della strada opposto a quello del bar Olivetti) ed essere stati sparati da un soggetto intervenuto proprio per impedire che egli potesse reagire. Un soggetto che si trovava all’incirca all’angolo tra via Fani e via Stresa, in una posizione sufficientemente arretrata e che, comunque, non lo esponeva ai colpi degli altri brigatisti che giungevano da sinistra.

Si è sparato anche dal lato destro, la versione delle BR non è attendibile 

I brigatisti hanno sempre ostinatamente negato che vi siano stati spari provenienti da destra. Hanno, nel loro complessivo e sostanzialmente concorde contesto dichiarativo, ridotto il gruppo di fuoco ai soli quattro avieri che, sempre secondo la loro versione, avrebbero dovuto affrontare cinque uomini armati e riuscire a neutralizzarli in pochi secondi, senza essersi premuniti di nessuna copertura, qualora qualcuno di questi fosse riuscito a posizionarsi all’esterno di una vettura e a reagire. In conclusione, si può quindi affermare, tra i limiti e le difficoltà imposte dall’approssimazione delle investigazioni iniziali (58), che i brigatisti – che hanno descritto l’agguato di via Fani – hanno fornito una versione capace di coprire una parte dell’operazione e alcuni di coloro che hanno preso parte attivamente come sparatori.

Sulla fuga da via Fani 

In conclusione, le versioni fornite dai brigatisti in merito alle modalità della fuga da via Fani e al doppio trasbordo dell’onorevole Moro prima in piazza Madonna del Cenacolo e poi nel parcheggio sotterraneo della Standadi Colli Portuensi, non sembrano corrispondere al vero(77)e possono nascondere una parte dell’operazione, quella avvenuta in via Massimi.

La presenza della motocicletta 

La presenza di soggetti in motocicletta è stata sempre radicalmente negata da tutti brigatisti che in qualche modo hanno fornito una loro ricostruzione dell’azione di via Fani. In particolare, Valerio Morucci nel proprio memoriale e Mario Moretti nella sua lunga intervista resa alle giornaliste Rossanda e Mosca, hanno recisamente escluso la circostanza.Tuttavia, la relazione conclusiva della seconda Commissione parlamentare Moro, depositata nel dicembre 2017, è giunta in modo convincente alla conclusione che una motocicletta ha operato in via Fani, al fianco dei soggetti che hanno sparato e hanno caricato l’onorevole Moro sulla autovettura Fiat 132, accompagnandola poi anche in una parte della fuga.

 L'inseguimento delle macchine in fuga da via Fani

Fatto forse sconosciuto ai più è quello che riguarda Antonio Buttazzo. Il coraggioso ex-poliziotto della Squadra Mobileche aveva inseguito con la sua vettura le macchine in fuga lungo tutta la via Trionfale, ha parlato, nell’immediatezza dei fatti, di quattro e non di tre brigatisti saliti sulla Fiat 132 sulla quale era stato caricato Moro.

La fonte Contessa e le ultime ore di prigionia di Moro nel ghetto ebraico di Roma 

Vi sono elementi importanti che continuano a spingere sull'area del ghetto ebraico, nel cuore di Roma, il luogo ove Moro sia stato ucciso. Oggetti estranei alle Brigate Rosse sulla preparazione dell’azione di via Fani e poi sulle ultime ore di vita di Aldo Moro, provengono da una fonte acquisita, a seguito di autonoma attività di Polizia giudiziaria, durante i lavori della seconda Commissione Moro.Si tratta di una fonte denominata «Contessa»,residente a Roma, di professione giornalista e scrittore, dedicatosi in prevalenza a temi di storia contemporanea. Tale conclusione suggerisce che Moro non sia stato ucciso nell’angusto box di via Montalcini, ma in un luogo diverso e a breve distanza dal punto del ritrovamento; appare congruo ipotizzare appunto la zona del Ghetto ebraico.

 Fu coinvolta anche la criminalità organizzata

Mafia, camorra, 'ndrangheta, ebbero un ruolo nel sequestro Moro. Rileva la commissione che si può legittimamente ritenere che nell’organizzazione di un’azione che comportava capacità strategiche elevate e una notevole preparazione militare di cui i brigatisti, per loro stessa ammissione, non disponevano, sia stato chiesto ed ottenuto l’apporto, con qualche contropartita, di uno o più soggetti che potevano assicurare la propria esperienza,tanto nell’uso delle armi da fuoco in condizioni difficili, quanto nella gestione dei sequestri di persona.

Insomma, di spunti di riflessione ve ne sono in abbondanza. Ma in questo Paese vi sarà mai la verità storica, certa? Perchè oramai quella giudiziaria, su queste vicende, si è andata a farsi friggere.

mb

 fonte foto dagli atti della Commissione Antimafia




Lasciare un commento