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La svolta di Ginevra: perché la proposta di un Ministero della Pace è diventata un affare di Stato - AgoraVox Italia
mercoledì 8 luglio - Laura Tussi

La svolta di Ginevra: perché la proposta di un Ministero della Pace è diventata un affare di Stato

Per decenni il tema della pace è rimasto sospeso tra due dimensioni solo raramente comunicanti: da un lato la diplomazia delle cancellerie, dall’altro l’impegno dei movimenti pacifisti e della società civile.

di Laura Tussi su FARO DI ROMA

Oggi, però, qualcosa sembra cambiare. Quanto accaduto a Ginevra, durante la 62ª sessione del Consiglio per i Diritti Umani delle Nazioni Unite, segna infatti un passaggio di grande rilievo politico e istituzionale.

Per la prima volta, l’istituzione di un **Ministero della Pace** è entrata a far parte delle raccomandazioni ufficiali rivolte agli Stati membri delle Nazioni Unite. A inserirla nel proprio rapporto è stata l’esperta indipendente Cecilia Bailliet, trasformando una proposta sostenuta per anni dai movimenti nonviolenti in un tema di discussione internazionale e di responsabilità politica per i governi.

Dietro questo risultato vi è il lungo lavoro di sensibilizzazione svolto dalla **Comunità Papa Giovanni XXIII**, fondata da don Oreste Benzi, promotrice da tempo della campagna internazionale affinché ogni Stato si doti di un dicastero dedicato esclusivamente alla costruzione della pace.

L’idea nasce da una constatazione tanto semplice quanto significativa. Tutti gli Stati dispongono di un Ministero della Difesa – in molti casi erede degli antichi Ministeri della Guerra – con competenze sulla sicurezza militare, sugli armamenti e sulla gestione dei conflitti. Nessuno, invece, possiede una struttura di pari livello incaricata di prevenire le guerre, promuovere la mediazione, affrontarne le cause e sviluppare politiche permanenti di costruzione della pace.

La proposta, dunque, non ha soltanto un valore simbolico. L’istituzione di un Ministero della Pace comporterebbe una profonda innovazione nell’organizzazione dello Stato e nelle politiche pubbliche. Un simile dicastero potrebbe coordinare le attività di mediazione nei conflitti prima che degenerino, promuovere programmi di educazione alla pace e alla nonviolenza nelle scuole, sostenere la riconversione civile dell’industria bellica e sviluppare strategie di prevenzione delle crisi attraverso il dialogo e la cooperazione internazionale.

Un altro ambito centrale sarebbe quello dei **Corpi Civili di Pace**, che potrebbero finalmente trovare un riferimento istituzionale stabile, capace di organizzare e sostenere interventi non armati nelle aree di tensione, offrendo strumenti alternativi all’uso della forza.

Finora le esperienze di ministeri dedicati alla pace sono rimaste episodiche o inserite all’interno di altre deleghe governative, spesso prive di reale capacità decisionale. La novità di Ginevra consiste proprio nell’aver trasferito il dibattito dal piano dell’attivismo a quello delle politiche pubbliche internazionali.

Non si tratta più soltanto della richiesta avanzata da associazioni, organizzazioni non governative o movimenti pacifisti. L’inserimento della proposta nelle raccomandazioni del Consiglio per i Diritti Umani conferisce infatti alla questione una nuova legittimazione politica e istituzionale, invitando gli Stati ad aprire un confronto concreto sulla possibilità di dotarsi di strumenti permanenti per la costruzione della pace.

Naturalmente non mancano le difficoltà. La principale riguarda il paradigma stesso della sicurezza, ancora oggi largamente fondato sulla deterrenza militare e sull’equilibrio degli armamenti. In molti Paesi l’idea di destinare risorse e competenze a un Ministero della Pace viene ancora percepita come utopica o priva di immediate ricadute strategiche.

Eppure proprio le crisi internazionali degli ultimi anni – dalla guerra in Ucraina ai conflitti in Medio Oriente, fino alle tensioni in Africa e nell’Indo-Pacifico – hanno mostrato quanto sia insufficiente limitarsi a gestire le guerre una volta scoppiate. Sempre più evidente appare la necessità di investire nella prevenzione, nella mediazione e nella costruzione di condizioni di pace duratura.

La decisione maturata a Ginevra rappresenta dunque un cambio di paradigma. La pace non viene più considerata soltanto come il risultato auspicabile della diplomazia o come l’assenza di conflitti armati, ma come una **politica pubblica strutturale**, da sostenere attraverso istituzioni dedicate, risorse economiche, competenze specifiche e responsabilità di governo.

Resta ora da vedere quanti Stati saranno disposti a raccogliere la sfida lanciata dalle Nazioni Unite. Se ciò accadrà, il Ministero della Pace potrebbe cessare di essere un’aspirazione dei movimenti nonviolenti per diventare uno degli strumenti con cui le democrazie del XXI secolo ripensano il concetto stesso di sicurezza, sostituendo progressivamente la logica della guerra con quella della prevenzione, del dialogo e della cooperazione tra i popoli.

Laura Tussi




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