mercoledì 11 maggio - David Lifodi

La solitudine del sovversivo: Marco Bechis racconta il suo sequestro in Argentina

Il regista e sceneggiatore Marco Bechis racconta il suo sequestro nell’Argentina della dittatura militare, la scarcerazione dopo un periodo di detenzione in un centro di tortura e il senso di colpa per essersi salvato che lo porta a ritenersi un usurpatore e un traditore.

Il palleggio delle palline da ping-pong, i muri macchiati di sangue, le urla dei carcerieri in occasione delle partire di calcio, che coprono le grida dei detenuti torturati con la picana elettrica, la benda costantemente sugli occhi e infine i corpi che si trascinano come zombie nei sotterranei del Club Atlético, uno dei peggiori centri di detenzione clandestini di Buenos Aires sono solo alcuni degli incubi ricorrenti nei sogni di Marco Bechis, sequestrato il 19 aprile 1977 dalle pattuglie militari argentine al servizio della dittatura.

All’epoca, quello che adesso è un conosciuto regista, sceneggiatore e produttore ha venti anni ed il suo scopo è fare il maestro elementare. A permettere che Bechis riemerga dagli inferi dove era sprofondato è il generale Guillermo Suárez Mason, numero due del regime deceduto qualche anno prima dei processi ai responsabili della sparizione di 30.000 argentini. Era stato proprio lui, quello che non si era fatto nemmeno un giorno di carcere e, come i suoi compari, aveva sempre rifiutato di indicare i luoghi di sepoltura delle vittime e di rendere note le famiglie dei militari a cui avevano regalato i neonati dei desaparecidos, a decretare che Bechis avesse salva la vita, grazie ai buoni uffici e ai contatti di suo padre, dirigente Fiat.

È proprio questo che Marco Bechis non si perdona: si sente un privilegiato rispetto ai tanti suoi compagni divenuti desaparecidos dopo terribili torture e anni trascorsi nei centri di detenzione clandestini. Nasce da questo suo senso colpa il libro La solitudine del sovversivo, fin quando, proprio scrivendolo, capisce di essere una vittima.

Sono molte le vite che ha vissuto Marco Bechis: quella di attivista che si oppone alla dittatura in Argentina e di militante della sinistra extraparlamentare italiana, quella di dead man walking nei sotterranei del Club Atlético, dove ritrova la giovane che aveva fatto il suo nome dopo terribili torture, quella di sopravvissuto, angosciato dai sensi di colpa per avercela fatta (non a caso ricorda spesso le frasi pronunciate da un prigioniero come lui che gli chiede con insistenza «Chi sei?», «Perché te ne vai?»), infine quella di regista che nei suoi film dà voce alle vene aperte dell’America latina, da La terra degli uomini rossi, dedicato alle tribù di indios brasiliani a Garage Olimpo e Hijos/Figli, che raccontano il dramma dell’Argentina all’epoca del triumvirato militare Videla-Massera-Agosti.

Ad angustiare Bechis, tuttavia, contribuendo alla solitudine del sovversivo, vi è anche la sua visione politica. Alcune azioni dei montoneros, dei quali fanno parte gran parte dei suoi amici e nella cui rete, pur non condividendo tutti gli aspetti delle loro modalità di azione (a partire dall’assenza di democrazia interna), l’autore finisce per essere in parte coinvolto, sono giudicate da Bechis inutilmente pericolose (ad esempio, il rapporto tra rischio ed effetto reale di un’azione spesso era totalmente sbilanciato). In particolare, Bechis non approvava tutte quelle azioni armate in cui era altamente probabile il rischio che ad essere coinvolte fossero persone comuni a contatto, per i motivi più diversi, con gli obiettivi dei guerriglieri urbani.

Trentatré anni dopo, a Buenos Aires, a seguito di un tormentato percorso interiore, Bechis depone al Tribunal Oral inchiodando i suoi torturatori alle loro responsabilità. Tra loro vi è il Turco Julián, uno dei sequestratori di Bechis, il quale lo aveva intravisto in un bar a Buenos Aires quando ancora i macellai della dittatura potevano uscire tranquillamente e non era iniziata la stagione dei processi.

In attesa della sentenza per diciassette imputati accusati di tortura, sequestro e sparizione di persona, ai quali sarà comminato, in gran parte, l’ergastolo, Bechis guarda le facce di quegli aguzzini: «Sanno tutto e non hanno parlato. Dimostrano una distanza siderale da quello che consideriamo un essere umano».

Finalmente, giustizia è fatta. Certo, la giustizia è un risarcimento solo parziale perché nessuno dei carcerieri ha mai confessato, e Bechis continua a pensare che «se io sono qui ancora a parlare, vuol dire che tutti gli altri sono morti», ma ciò che non muore è la memoria, che ricorda tutti i desaparecidos e condanna per sempre alla dannazione i torturatori.

La solitudine del sovversivo

di Marco Bechis

Guanda, 2021




Lasciare un commento