giovedì 18 novembre - Istituto Italiano di Sessuologia Scientifica

La sindrome di Stoccolma: dalla parte del nemico?

La “Sindrome di Stoccolma” è un particolare tipo di dipendenza psicologico-affettiva che insorge in persone vittime di episodi di violenza sia fisica che psicologica, come nel caso di un sequestro.

Tale condizione sembra essere scatenata da una risposta emotiva automatica, spesso inconscia, legata ad un istinto di sopravvivenza. La vittima, infatti, sviluppa inverosimili sentimenti positivi nei confronti del suo carnefice; sentimenti che, in extremis, possono trasformarsi anche in forme di amore e volontaria sottomissione.

L’espressione ha origine da un famoso episodio accaduto in Svezia nel 1973 in cui due rapinatori tennero in ostaggio quattro impiegati della banca di Stoccolma per circa 6 giorni. In seguito al loro rilascio, la paradossale reazione degli ostaggi sconvolse il panorama collettivo del tempo; infatti,
si era stabilito un rapporto emotivo così intenso tra ostaggi e rapinatori, tanto che le vittime addirittura difesero i loro carnefici e nei processi si schierarono dalla loro parte, mostrando irrazionali sentimenti di gratitudine.
È dagli anni ’70 che il fenomeno si è enormemente diffuso anche a livello mediatico.

Lo ritroviamo, infatti, nella difesa di Patty Hearst, rapita a 22 anni da un gruppo di militanti rivoluzionari ai quali la giovane donna si unì volontariamente, partecipando assieme a loro anche a diverse rapine (vedi foto riportata). Un altro caso, forse il più famoso, è quello di Natascha Kampusch, vissuta col suo rapitore per ben 8 anni. La giovane, nel corso della sua testimonianza, riferì che la sua fuga fu motivata da un forte litigio col rapitore piuttosto che da un desiderio di libertà; addirittura confessò di essere dispiaciuta per la morte del suo aguzzino che si suicidò quando lei scappò. Infine, riferimenti alla tematica giungono anche dalla serie tv spagnola “La casa de papel” in cui viene mostrato come una dipendente della Zecca di Stato si innamora di uno dei rapinatori ed entra a far parte della banda, traslando la sua posizione da ostaggio a carnefice.

Come si manifesta la sindrome di Stoccolma? Il legame vittima-aggressore sembra svilupparsi da specifiche attivazioni emotive:
● Sentimenti positivi della vittima verso l’aggressore: la vittima ‘dipende’ da chi garantisce la sua sopravvivenza;
● Sentimenti negativi verso la propria famiglia e le Autorità giudiziarie che possono minare il legame instauratosi;
● Identificazione con l’aggressore: la vittima per sopravvivere elimina inconsapevolmente il risentimento nei confronti del suo carnefice e addirittura può arrivare a tollerare la ragione e le motivazioni dei suoi atti, giustificandoli.

Probabilmente, vi sono dei fattori che facilitano l’insorgenza di tale sindrome quali la durata e l’intensità dell’esperienza, ma molto dipende anche dai tratti disposizionali delle vittime in questione; infatti, sembra che, personalità poco strutturate e non ben consolidate corrano un rischio maggiore di sviluppare la condizione.
Ma in fin dei conti la sindrome di Stoccolma dura per sempre? No. È stato riscontrato che la durata può essere variabile ma, anche a distanza di tempo, sono stati riconosciuti comuni effetti psicologici quali: disturbi del sonno, incubi, fobie, flashback e depressione che possono esser trattati mediante un percorso psicoterapeutico, integrato eventualmente, con un trattamento farmacologico.

Nonostante gli studiosi abbiano rintracciato delle analogie con il Disturbo Post-Traumatico da Stress, le due condizioni non sono del tutto sovrapponibili, quindi, è necessario riferirsi ad un fenomeno unico e singolare. Attenzione però alla dicitura “Sindrome”, poiché in realtà la Sindrome di Stoccolma non è inserita in nessun manuale di psicologia o sistema di classificazione internazionale. Dunque, attualmente non possiamo considerarla come un vero e proprio disturbo clinico, sebbene sia più comune di quanto si possa pensare.

 

TUTOR: Fabiana Salucci
TIROCINANTE: Alessia Esposito

 

SITOGRAFIA:
https://www.psiconline.it/le-parole...
https://www.stateofmind.it/2014/12/...

 




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