La remigrazione è una politica di classe
Dietro la retorica della rivolta contro le élite si consolida una convergenza tra estrema destra, grandi patrimoni, think tank conservatori e piattaforme digitali. Il migrante viene trasformato nel responsabile dell’impoverimento mentre scompare dal dibattito chi concentra ricchezza, comprime i salari, privatizza il welfare e trae profitto dalla precarietà. La guerra etnica serve a occultare il conflitto sociale.
La parola “remigrazione” viene presentata come se fosse emersa spontaneamente dalla società, la risposta inevitabile di popolazioni esasperate dall’immigrazione e finalmente disposte a ribellarsi alle élite cosmopolite che avrebbero imposto multiculturalismo, frontiere aperte e perdita dell’identità nazionale. È precisamente questa rappresentazione che occorre mettere in discussione. Non perché non esistano paure, insicurezze e conflitti reali intorno alle migrazioni, ma perché trasformare questi sentimenti in un progetto politico richiede organizzazione, denaro, produzione culturale, apparati mediatici e capacità di imporre un determinato vocabolario al dibattito pubblico.
La remigrazione contemporanea va quindi osservata non soltanto come ideologia xenofoba, ma come prodotto politico. Dietro una retorica apparentemente antisistema si è sviluppato negli ultimi anni un ecosistema transnazionale nel quale partiti della destra radicale, movimenti identitari, think tank conservatori, grandi finanziatori privati, influencer e piattaforme digitali entrano continuamente in relazione. Non occorre immaginare una centrale occulta dalla quale qualcuno impartisca ordini. È sufficiente osservare una convergenza molto più concreta: soggetti differenti scoprono che la costruzione di un nemico interno consente contemporaneamente di raccogliere consenso, spostare a destra il dibattito pubblico e rendere politicamente praticabile un programma economico che, nella maggior parte dei casi, favorisce proprio le classi economicamente dominanti.
Dalla “Grande Sostituzione” alla remigrazione
La prima operazione è stata linguistica. Prima ancora di diventare una proposta legislativa, la remigrazione è stata costruita come parola capace di rendere socialmente presentabile ciò che con altri termini avrebbe suscitato un’immediata reazione democratica. Espulsioni su larga scala, revoche dei permessi di soggiorno, deportazioni verso Paesi terzi e messa in discussione della cittadinanza acquisita diventano molto più facilmente discutibili nello spazio pubblico quando vengono raccolte sotto un termine apparentemente neutro, tecnico, quasi amministrativo.
Il retroterra ideologico è quello formatosi nell’ambiente della Nouvelle Droite francese e successivamente radicalizzato da autori e militanti identitari europei. La teoria della “Grande Sostituzione” ha fornito la cornice fondamentale: l’immigrazione non sarebbe più un fenomeno sociale prodotto dalle diseguaglianze globali, dalle guerre, dal mercato internazionale del lavoro e dalle relazioni economiche tra Nord e Sud del mondo, ma un progetto deliberato di sostituzione della popolazione europea. Una trasformazione storica estremamente complessa viene così ricondotta a un’intenzione politica nascosta.
È un meccanismo classico delle costruzioni complottiste. Le contraddizioni sociali vengono personalizzate, fenomeni prodotti da molteplici cause vengono ricondotti a una volontà occulta e, soprattutto, viene individuato un nemico riconoscibile. La precarietà non dipende più dalla ristrutturazione del mercato del lavoro, la crisi del welfare non deriva dalle politiche di austerità e dalle privatizzazioni, i bassi salari non hanno relazione con l’indebolimento della contrattazione collettiva: tutto può essere reinterpretato attraverso l’immigrazione.
La parola “remigrazione” compie il passaggio successivo. Se la Grande Sostituzione costruisce la diagnosi, la remigrazione offre la terapia. Il problema sarebbero i migranti e la soluzione diventerebbe allontanarli. È così che un programma radicalmente discriminatorio può essere trasformato in una proposta apparentemente amministrativa e fatto progressivamente entrare nello spazio delle politiche considerate legittimamente discutibili.
Dalla marginalità identitaria all’industria politica globale
Per molto tempo queste idee sono rimaste confinate nelle sottoculture dell’estrema destra europea. Il salto di qualità avviene quando quel patrimonio ideologico incontra un ecosistema politico ed economico enormemente più potente. Fondazioni conservatrici statunitensi, think tank, grandi donatori, imprenditori tecnologici e circuiti mediatici comprendono che la guerra culturale può costituire uno straordinario strumento di mobilitazione politica.
Non significa che il grande capitale abbia “inventato” la remigrazione. Sarebbe una spiegazione semplicistica e, paradossalmente, non molto diversa nella struttura dalle narrazioni complottiste che si intendono criticare. Significa qualcosa di più interessante: settori importanti delle élite economiche hanno trovato conveniente sostenere infrastrutture politiche e culturali nelle quali immigrazione, identità nazionale, diritti delle minoranze, ambientalismo e femminismo vengono trasformati nei principali terreni del conflitto politico.
Negli Stati Uniti questo processo è diventato particolarmente visibile attorno all’ecosistema che ha prodotto Project 2025, coordinato dalla Heritage Foundation insieme a numerose organizzazioni conservatrici. Parallelamente, figure come Stephen Miller hanno costruito programmi espliciti di deportazione di massa e Tom Homan è diventato uno dei principali interpreti operativi della politica repressiva sull’immigrazione. Non sono la stessa cosa e non vanno confusi, ma appartengono a un medesimo spostamento politico: ciò che fino a pochi anni fa apparteneva alle frange più radicali della destra viene trasformato in programma di governo.
In Europa lo stesso processo assume forme differenti ma segue una dinamica comparabile. Martin Sellner e il movimento identitario hanno contribuito a trasformare la remigrazione in parola d’ordine politica; partiti come AfD l’hanno portata dentro il confronto elettorale; altre formazioni della destra radicale ne hanno progressivamente adottato il lessico. Anche in Italia il termine, un tempo confinato in ambienti neofascisti e identitari, è entrato nel dibattito politico attraverso comitati, iniziative pubbliche, organizzazioni della destra radicale e, infine, esponenti direttamente impegnati nella competizione elettorale.
Il risultato è sotto gli occhi di tutti: una parola che pochi anni fa avrebbe richiesto una spiegazione oggi compare nei titoli dei giornali, nei talk show e nel linguaggio politico ordinario. Ed è questo uno degli indicatori più evidenti di un processo egemonico: non occorre che la maggioranza della popolazione condivida immediatamente un’idea perché quell’idea abbia già ottenuto un successo politico. È sufficiente che sia riuscita a entrare nel campo delle possibilità considerate discutibili.
Il caso Vannacci: la rete è visibile, non occorre inventare complotti
Il caso italiano offre un esempio particolarmente istruttivo. Attorno a Roberto Vannacci non emerge, allo stato delle conoscenze, la prova di una regia occulta internazionale, ma qualcosa di politicamente più significativo e perfettamente visibile: la progressiva integrazione di Futuro Nazionale dentro un ecosistema transnazionale della nuova destra. Il progetto politico dispone ormai di finanziatori privati, di strutture associative e di un think tank come Rinascimento Nazionale; parallelamente esistono rapporti e interlocuzioni con ambienti della destra trumpiana. Benjamin Harnwell, storico collaboratore europeo di Steve Bannon, ha dichiarato pubblicamente di essere in contatto diretto con Vannacci e di tenere Bannon aggiornato sugli sviluppi del suo progetto politico.
Non occorre dedurne l’esistenza di una catena di comando. Farlo significherebbe confondere una rete di relazioni politiche con una struttura gerarchica della quale, allo stato delle informazioni disponibili, non esistono prove. Il dato interessante è un altro: esiste un ambiente politico internazionale nel quale circolano persone, linguaggi, strategie comunicative e idee comuni. Remigrazione, sovranità nazionale, opposizione alla regolazione europea delle piattaforme, guerra alla cosiddetta cultura woke, ostilità nei confronti delle istituzioni sovranazionali e restaurazione di un’identità occidentale presentata come minacciata costituiscono elementi ricorrenti di questo vocabolario.
Questa distinzione è essenziale per comprendere il funzionamento della nuova destra. Il potere contemporaneo non ha bisogno di una stanza segreta nella quale qualcuno impartisca ordini. Funziona molto più spesso attraverso convergenze di interessi, circuiti di finanziamento, fondazioni, think tank, conferenze, piattaforme digitali e relazioni personali che rendono disponibili risorse, competenze e linguaggi a soggetti politici differenti. È precisamente questa struttura reticolare a rendere la nuova destra transnazionale interessante da studiare: formazioni che proclamano il primato assoluto della sovranità nazionale costruiscono nello stesso tempo una delle reti politiche internazionali più integrate degli ultimi decenni.
La questione diventa ancora più rilevante davanti alla scelta dell’amministrazione statunitense di predisporre nel 2026 programmi di finanziamento rivolti a organizzazioni europee impegnate su temi come sovranità, migrazione e libertà di espressione. Non esistono elementi che consentano di affermare che Futuro Nazionale o le strutture che gli gravitano intorno abbiano ricevuto quei fondi, e sarebbe scorretto insinuarlo in assenza di prove. La loro stessa esistenza dimostra però quanto la battaglia culturale della nuova destra sia diventata terreno di politica internazionale e di investimento istituzionale.
Non serve immaginare un complotto. È molto più utile osservare come interessi economici, geopolitici e ideologici possano convergere e rafforzarsi reciprocamente.
La fabbrica transnazionale del consenso
La circolazione internazionale delle idee della nuova destra non avviene spontaneamente. Esistono luoghi nei quali culture politiche, finanziatori, dirigenti di partito, intellettuali e imprenditori si incontrano e costruiscono relazioni. Le conferenze del National Conservatism, organizzate attorno alla Edmund Burke Foundation di Yoram Hazony, e quelle della Conservative Political Action Conference sono diventate negli anni importanti spazi di collegamento tra conservatorismo americano e destre europee.
In questi ambienti non è necessario concordare ogni singola politica. È molto più importante condividere una rappresentazione della società. Immigrazione, politiche climatiche, femminismo, diritti LGBTQ+, università e cosiddette élite globaliste vengono progressivamente ricondotti dentro una stessa narrazione: quella di un popolo autentico assediato da minoranze, burocrati, intellettuali e istituzioni sovranazionali.
La straordinaria efficacia politica di questa costruzione deriva dal fatto che consente di presentare come ribellione contro le élite un progetto sostenuto anche da alcuni degli uomini più ricchi del pianeta. È qui che la definizione tradizionale di “populismo” rischia di diventare insufficiente: bisognerebbe domandarsi quale popolo venga costruito attraverso questa narrazione e, soprattutto, quali rapporti economici vengano esclusi dalla sua rappresentazione del conflitto.
Un miliardario può così presentarsi come nemico dell’establishment; un proprietario di piattaforme globali può descriversi come vittima del sistema; grandi patrimoni possono sostenere organizzazioni che promettono di restituire il potere al “popolo”. La contraddizione viene risolta attraverso la guerra culturale: l’élite contro cui ribellarsi non viene più identificata attraverso il possesso della ricchezza o il controllo dei grandi mezzi economici, ma attraverso valori, stili di vita e appartenenze culturali.
L’operaio e il miliardario possono così ritrovarsi simbolicamente dalla stessa parte perché entrambi sarebbero minacciati dall’immigrato, dall’ambientalista, dalla femminista o dalla cultura “woke”. La posizione materiale occupata nella società perde centralità e viene sostituita dall’appartenenza identitaria. È una delle operazioni ideologiche più riuscite degli ultimi decenni perché permette di costruire una coalizione politica verticale, nella quale interessi economici profondamente differenti vengono temporaneamente unificati dalla presenza di un nemico comune.
Quando l’algoritmo trasforma l’estremismo in senso comune
A questa infrastruttura politica si aggiunge quella digitale. Le piattaforme non sono spazi neutrali nei quali le idee competono liberamente. Gli algoritmi determinano ciò che acquista visibilità, premiano determinate forme di interazione e possono favorire contenuti capaci di produrre indignazione, paura e polarizzazione. Quando i proprietari stessi delle piattaforme intervengono direttamente nel dibattito politico, rilanciando determinate campagne o interlocutori, il confine tra infrastruttura della comunicazione e attore politico diventa ancora più sottile.
La trasformazione di termini come “remigrazione” in fenomeni virali va letta anche dentro questo ambiente. Un concetto elaborato in piccoli circoli ideologici può essere ripreso da un influencer, rilanciato da account con milioni di follower, trasformato in argomento televisivo e infine diventare oggetto di dichiarazioni parlamentari. Non è necessario postulare una manipolazione centralizzata dell’algoritmo per comprendere il fenomeno. La struttura economica delle piattaforme premia già contenuti capaci di generare engagement, e paura, indignazione e conflitto identitario costituiscono materiali straordinariamente efficaci per produrlo.
La ripetizione produce familiarità e la familiarità produce normalizzazione. A quel punto accade qualcosa di politicamente decisivo: non è più necessario essere favorevoli alla remigrazione perché la remigrazione abbia vinto una prima battaglia. È sufficiente che tutti ne discutano come se costituisse una delle possibili opzioni democratiche. Il problema non è soltanto quante persone siano già convinte, ma quanto si sia spostato il confine di ciò che può essere pronunciato, proposto e infine trasformato in politica pubblica.
Il grande rimosso: chi produce davvero l’insicurezza sociale
Resta però da spiegare perché settori economicamente potentissimi trovino conveniente investire in un ecosistema politico ossessionato dall’immigrazione e dalle guerre culturali. Per comprenderlo occorre smettere per un momento di ascoltare ciò che queste organizzazioni dicono sui migranti e osservare ciò che propongono in economia.
Qui il quadro cambia radicalmente. Dietro la retorica della rivolta contro le élite compaiono frequentemente programmi di deregolamentazione, riduzione della fiscalità sui redditi più elevati e sulle imprese, privatizzazione dei servizi pubblici, ridimensionamento delle politiche ambientali, indebolimento delle tutele del lavoro e riduzione del ruolo redistributivo dello Stato.
Non è una contraddizione accidentale. È precisamente il punto nel quale guerra culturale e politica economica si incontrano.
Negli ultimi decenni una quota crescente della ricchezza prodotta è stata concentrata nelle mani di una minoranza, mentre una parte consistente delle classi lavoratrici occidentali ha sperimentato stagnazione salariale, precarizzazione, perdita di servizi pubblici e aumento del costo della vita. In una situazione del genere esisterebbe un’enorme domanda potenziale di redistribuzione. Sarebbe possibile chiedere maggiore progressività fiscale, tassazione dei grandi patrimoni, rafforzamento della sanità pubblica, aumento dei salari, investimenti nell’istruzione, controllo delle rendite immobiliari, limiti alla finanziarizzazione e ricostruzione del potere contrattuale del lavoro.
È precisamente questo terreno che viene espulso dal dibattito quando il conflitto politico viene organizzato intorno all’identità.
Se il problema della casa viene attribuito ai migranti, non occorre discutere di rendita immobiliare, speculazione e assenza di edilizia pubblica. Se la pressione sulla sanità viene attribuita agli stranieri, scompare la discussione sui tagli, sulle privatizzazioni e sulla progressiva sottrazione di risorse al servizio sanitario pubblico. Se i salari diminuiscono perché “arrivano troppi immigrati”, non è più necessario interrogarsi sulla precarizzazione, sull’indebolimento dei sindacati, sulle delocalizzazioni, sulla contrattazione e sulla quota crescente di valore trasferita dal lavoro al capitale.
La remigrazione svolge quindi una funzione politica molto più importante dell’espulsione materiale dei migranti: trasforma il conflitto sociale in conflitto etnico.
Il migrante come falso responsabile dei bassi salari
È proprio qui che diventa necessario recuperare una lettura materialista delle migrazioni. L’esercito industriale di riserva descritto da Marx non possiede una nazionalità. È composto da tutti coloro che il mercato del lavoro può assorbire ed espellere secondo le esigenze dell’accumulazione: disoccupati, precari, sottoccupati, stagionali, lavoratori irregolari, giovani, donne espulse dal lavoro stabile e, naturalmente, migranti.
Il livello dei salari non dipende meccanicamente dalla provenienza etnica dei lavoratori, ma dal rapporto di forza tra capitale e lavoro, dal livello di disoccupazione e sottoccupazione, dalle istituzioni che regolano il mercato e, soprattutto, dalla capacità dei lavoratori di organizzarsi collettivamente. Quando questa capacità cresce e il conflitto sociale costruisce una forza antagonista capace di imporre contrattazione, salari e diritti possono aumentare; quando quella forza viene frammentata, sconfitta o privata degli strumenti di organizzazione, il costo del lavoro può essere compresso indipendentemente dal passaporto di chi lavora.
Questo è anche il punto nel quale la lettura rossobruna delle migrazioni rivela tutta la propria debolezza. Attribuire al lavoratore straniero la responsabilità della compressione salariale significa assumere come naturale proprio il funzionamento del mercato del lavoro capitalistico che si pretende di criticare. Il problema non diventa più il potere di chi compra la forza lavoro, ma la concorrenza tra coloro che sono costretti a venderla. La lotta di classe viene rovesciata: non più capitale contro lavoro, ma lavoratori contro lavoratori.
Per questo la politica apparentemente contraddittoria delle destre sulle frontiere è invece perfettamente coerente. Gli stessi governi che promettono espulsioni, rimpatri e chiusura delle frontiere approvano contemporaneamente decreti flussi per fare entrare centinaia di migliaia di lavoratori stranieri. Non vogliono realmente eliminare il lavoro migrante, perché interi settori produttivi non potrebbero farne a meno. Vogliono selezionarlo, disciplinarlo e mantenerne almeno una parte in una condizione di maggiore ricattabilità.
Il migrante economicamente necessario viene ammesso attraverso canali controllati; quello considerato eccedente può essere respinto o espulso; chi perde il lavoro rischia, a seconda della propria condizione giuridica, di vedere compromesso anche il diritto al soggiorno. La frontiera smette così di apparire soltanto come un muro destinato a tenere fuori le persone e mostra una funzione più complessa: diventa uno strumento di selezione e disciplinamento della forza lavoro.
Dalla guerra tra poveri alla privatizzazione della ricchezza collettiva
È a questo punto che la remigrazione rivela la propria reale funzione di classe. Il lavoratore impoverito viene convinto che la propria condizione dipenda dalla presenza di qualcuno ancora più povero di lui. La rabbia prodotta dalla precarietà viene indirizzata verso il basso, mentre chi ha beneficiato della redistribuzione della ricchezza verso l’alto scompare dal campo visivo.
Non è necessario che ogni miliardario creda nella Grande Sostituzione o desideri personalmente deportazioni di massa. Questa sarebbe una caricatura dell’analisi e ricadrebbe nello stesso schema complottista che attribuisce fenomeni sociali complessi alla volontà coordinata di pochi individui. È sufficiente che una parte delle élite economiche riconosca l’utilità politica di movimenti capaci di costruire consenso popolare intorno a programmi che, una volta conquistato il governo, riducono la tassazione sui più ricchi, deregolamentano i mercati, indeboliscono le protezioni sociali e aprono nuovi spazi alla privatizzazione.
Il vantaggio è evidente. Prima si offre alle classi popolari un nemico contro cui indirizzare la rabbia; poi il consenso costruito attraverso quella mobilitazione rende possibile approvare politiche economiche che possono trasferire ulteriormente ricchezza verso l’alto.
Ed è necessario intendere la ricchezza in entrambe le sue forme. Esiste quella individuale, rappresentata da salario, reddito e patrimonio, ma esiste anche una gigantesca ricchezza collettiva accumulata attraverso decenni di fiscalità e conflitto sociale. Un ospedale pubblico, una scuola, un sistema previdenziale, il trasporto pubblico, l’assistenza e l’edilizia sociale rappresentano salario indiretto e differito: beni e servizi sottratti, almeno parzialmente, alla capacità individuale di acquisto e garantiti attraverso la fiscalità generale.
La loro privatizzazione produce quindi un doppio trasferimento. Il cittadino perde una parte della propria ricchezza sociale e contemporaneamente quella stessa attività diventa un mercato sul quale il capitale privato può realizzare profitto. La sanità pubblica diventa spazio potenziale per assicurazioni e gruppi sanitari; la previdenza può essere trasformata in risparmio gestito; l’istruzione in terreno d’investimento; i servizi pubblici in occasioni di valorizzazione privata.
È qui che la battaglia contro lo Stato sociale incontra quella contro i migranti. Mentre il dibattito pubblico viene occupato dalla presunta invasione, dalle identità minacciate e dalla necessità di deportare una parte della popolazione straniera, diventa molto più difficile costruire un conflitto intorno alla redistribuzione della ricchezza e alla proprietà dei servizi essenziali.
Una rivoluzione contro coloro che la votano
La remigrazione può allora essere letta per ciò che politicamente è diventata: uno straordinario dispositivo di marketing della nuova destra globale. Offre una spiegazione semplice a problemi complessi, individua un responsabile immediatamente riconoscibile, promette una soluzione spettacolare e, soprattutto, evita accuratamente di mettere in discussione i rapporti economici che hanno prodotto l’insicurezza dalla quale trae consenso.
La sua forza non consiste soltanto nella capacità di mobilitare il razzismo. Consiste nella capacità di appropriarsi della rabbia sociale e modificarne la direzione. Il lavoratore impoverito continua a essere arrabbiato, ma non contro chi ha compresso il suo salario. Il cittadino che vede deteriorarsi l’ospedale continua a protestare, ma non contro chi ha ridotto progressivamente le risorse della sanità pubblica. Il giovane che non riesce a permettersi una casa continua a sentirsi derubato, ma il responsabile diventa chi è arrivato attraversando il Mediterraneo anziché il sistema delle rendite e un mercato immobiliare sempre più sottratto alla funzione sociale dell’abitare.
Il conflitto non scompare. Cambia direzione. Ed è precisamente questo che rende la remigrazione molto più pericolosa di una semplice parola d’ordine razzista. Essa costruisce una coalizione politica nella quale settori delle classi popolari vengono mobilitati a sostegno di un progetto che promette di proteggerli mentre può preparare le condizioni per renderli ancora più deboli. La guerra contro il migrante diventa la cortina dietro la quale può proseguire indisturbata la redistribuzione della ricchezza verso l’alto.
Per questo rispondere alla remigrazione esclusivamente sul terreno morale dell’antirazzismo non basta. È indispensabile, ma insufficiente. Bisogna smontarne soprattutto la pretesa di rappresentare una rivolta popolare contro le élite e riportare al centro la questione che quella propaganda tenta continuamente di occultare: chi possiede la ricchezza, chi decide come viene distribuita, chi beneficia della precarietà, chi controlla le grandi infrastrutture della comunicazione e chi paga materialmente il prezzo delle politiche economiche della nuova destra.
È su questo terreno che emerge la contraddizione fondamentale. La remigrazione promette di restituire il potere al popolo, ma non propone di redistribuire i grandi patrimoni, rafforzare il potere contrattuale del lavoro, sottrarre servizi essenziali al mercato o limitare la capacità della finanza di condizionare la politica. Chiede invece alle classi impoverite di identificare come proprio nemico chi possiede ancora meno.
Non è necessario immaginare una regia occulta per spiegare tutto questo. Al contrario, ricorrere al complotto finirebbe per nascondere proprio ciò che abbiamo davanti agli occhi: rapporti economici, interessi convergenti, finanziamenti, think tank, piattaforme, organizzazioni politiche e programmi di governo largamente pubblici e documentabili.
La forza della nuova destra consiste anche in questo paradosso. Mentre alimenta narrazioni complottiste per spiegare il mondo ai propri sostenitori, non ha bisogno di alcun complotto per perseguire i propri obiettivi.
La remigrazione non è una rivolta contro il sistema. È uno dei modi attraverso cui il sistema prova oggi a proteggersi dalla rabbia che esso stesso ha prodotto.
